Perché benzina e gasolio costano tanto, da cosa dipende
Immagine realizzata con IA
Il prezzo alla pompa non dipende da una sola cosa. Non è solo il petrolio, non è solo il costo del distributore e non sono solo le tasse. È la somma di più passaggi: il greggio, la raffinazione, il trasporto, lo stoccaggio, la distribuzione, le imposte e i margini di chi vende. Per questo due distributori vicini possono avere prezzi diversi e per questo il prezzo può salire o scendere anche quando il petrolio non si muove.
Il 21 ottobre 2026 il prezzo medio nazionale self-service è di 2,026 euro al litro per la benzina e 2,259 euro per il gasolio sulla rete stradale. In autostrada salgono a 2,045 e 2,294 euro. Sono medie: il prezzo effettivo cambia da Regione a Regione, da impianto a impianto e tra self-service e servito.
Le voci che compongono il prezzo
La prima voce è il costo del greggio. Il petrolio si compra sui mercati internazionali in dollari, quindi conta anche il cambio con l’euro. Se il dollaro si rafforza, per l’Italia comprare la stessa quantità di greggio costa di più. La seconda voce è la raffinazione, cioè il passaggio che trasforma il greggio in benzina e gasolio: ha costi energetici e margini propri, che cambiano da impianto a impianto.
La terza voce è la logistica: trasporto dal porto o dalla raffineria ai depositi, stoccaggio, autocisterne fino ai distributori. La quarta sono le imposte, accisa e IVA. La quinta è il margine commerciale, che comprende la compagnia petrolifera e il gestore dell’impianto. Nessuna di queste voci è fissa: ognuna può aumentare o diminuire e influenzare il prezzo finale.
Quanto pesano le tasse
Con il prezzo medio di 2,026 euro, l’accisa sulla benzina è di circa 0,673 euro al litro e l’IVA di circa 0,365 euro. La parte restante, circa 0,988 euro, copre carburante, trasporto, distribuzione e margini. In percentuale, accise e IVA valgono poco più del 51% del prezzo finale, come mostra il quadro su quanto incassa lo Stato con le accise.
L’IVA è al 22% e si applica anche sull’accisa, quindi ogni aumento dell’accisa produce un aumento maggiore del prezzo finale. L’accisa, invece, è una cifra fissa per litro: non cambia se il prezzo del carburante sale o scende. È il motivo per cui, quando il greggio aumenta, la parte fiscale resta la stessa ma il prezzo finale sale comunque.
Perché ogni distributore ha un prezzo diverso
Il self-service costa meno del servito perché non include il costo del personale che eroga il carburante. Gli impianti in autostrada hanno spesso prezzi più alti per i costi di concessione, la posizione e la minore concorrenza. In città, invece, la vicinanza tra impianti può spingere i gestori a ridurre i margini per attirare clienti.
Contano anche le politiche commerciali delle compagnie: alcuni marchi applicano prezzi più bassi in certe zone, altri puntano su carte fedeltà e sconti. I prezzi comunicati al MIMIT sono quelli esposti, ma il prezzo effettivamente pagato può essere più basso con promozioni o carte. Per questo confrontare due distributori sullo stesso territorio è più utile che guardare solo la media nazionale.
Perché i ribassi arrivano dopo i rincari
Quando il greggio sale, i listini alla pompa si aggiornano in fretta. Quando scende, invece, i ribassi possono arrivare più lentamente. Non è solo una questione di cattiva volontà: il carburante già acquistato è stato pagato al prezzo precedente e resta nei serbatoi per giorni. Le compagnie devono smaltire le scorte e i gestori devono recuperare i margini.
C’è poi l’effetto della concorrenza. In un mercato con molti impianti, un ribasso può essere seguito rapidamente dai concorrenti; in zone con pochi distributori, invece, il prezzo può restare più alto. Questo meccanismo è noto come rocket and feather: i prezzi salgono come un razzo e scendono come una piuma, come spiegato anche nel pezzo su accise e IVA sulla benzina. Non dimostra da solo una speculazione, ma spiega perché il pieno rincara prima di quanto si riduca.
Il margine del benzinaio non è quello della compagnia
Il gestore dell’impianto non incassa l’intero prezzo del carburante. In genere riceve una commissione sul venduto, oppure acquista il prodotto dalla compagnia e lo rivende con un margine. La compagnia petrolifera guadagna invece sulla raffinazione e sulla vendita all’ingrosso. Sono due margini diversi e vanno tenuti distinti: quando si parla di “margini dei benzinai” non si sta parlando dei margini delle grandi compagnie.
Questo aiuta a capire perché un aumento del prezzo non si traduce automaticamente in un guadagno maggiore per il gestore. Se il costo del prodotto sale e il gestore non riesce ad alzare il prezzo, il suo margine si riduce. Se lo alza, rischia di perdere clienti. È un equilibrio difficile, soprattutto nelle zone con molta concorrenza.
Domande frequenti
Il prezzo dipende solo dal petrolio?
No. Contano anche raffinazione, logistica, tasse, cambio euro-dollaro e margini commerciali. Il petrolio è una componente importante, ma non l’unica.
Perché in autostrada costa di più?
Perché ci sono costi di concessione, logistica e posizione, e la concorrenza è minore rispetto alla rete ordinaria. Il self-service autostradale resta comunque più caro di quello stradale.
Perché il prezzo scende più lentamente di quanto sale?
Perché il carburante già acquistato resta nei serbatoi, i listini si aggiornano con tempi diversi e la concorrenza non è uniforme. È il fenomeno noto come rocket and feather.
Fonti: MIMIT, Osservatorio prezzi carburanti (21 ottobre 2026); ANSA, 21 ottobre 2026; MEF; Normattiva, D.Lgs. 504/1995.
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