Sciopero del pane in Calabria, 873 forni chiusi contro i rincari
Immagine realizzata con IA
Nel Cosentino i forni si sono spenti il 16 ottobre, Giornata mondiale del pane. Da quel giorno 873 panificatori artigianali della provincia di Cosenza portano avanti la rivolta del pane, nata al fianco dei camionisti sulla statale 106 e prorogata almeno fino a martedì 20 ottobre. Contestano i rincari di farina, energia e imballaggi, ma soprattutto le condizioni imposte dalla grande distribuzione.
Perché i panificatori del Cosentino hanno chiuso i forni
La protesta è partita da 31 titolari dell’Alto Ionio cosentino, schierati con gli autotrasportatori nella piana di Sibari, lungo la statale 106. In pochi giorni le adesioni sono cresciute fino a coinvolgere 873 panificatori dell’intera provincia. Sono per lo più piccole aziende a conduzione familiare, con due o tre dipendenti e margini sempre più sottili.
La serrata doveva durare due giorni, ma è stata prorogata almeno fino a martedì 20 ottobre. I panificatori denunciano anche la scarsa attenzione mediatica: «Questa protesta sta mettendo a nudo problemi profondi. Ecco perché in giro non c’è una sola telecamera di qualche tv pubblica o privata», racconta uno di loro al Corriere della Sera.
Farina, gas e imballaggi, i conti che non tornano
Il punto di partenza sono i costi di produzione. Giuseppe Monti, titolare di due panifici a Villapiana e Cerchiara, spiega che la farina da metà settembre è salita di 10 euro al quintale e oggi quota 60 euro. Nello stesso periodo il gas è passato a 1,10 euro al litro, con 70 centesimi in più, mentre carta e plastica sono aumentate anche del 50 per cento.
Per questo dal 1° novembre il pane potrebbe passare da 3 a 3,80 euro al chilo, un rincaro di 80 centesimi. «Il costo della carta e della plastica è aumentato anche del 50 per cento. Un litro di gas oggi costa 1,10 euro, cioè 70 centesimi in più», spiega Monti. A pesare sono anche la corrente elettrica e il carovita, che spinge i dipendenti a chiedere aumenti di stipendio.
Il nodo del reso imposto dalla grande distribuzione
Il meccanismo più contestato è il reso del pane invenduto. A sud di Roma, secondo i panificatori, la merce non venduta viene restituita al produttore e sottratta dal valore della fornitura. Il rischio d’impresa finisce così interamente sui laboratori artigianali, mentre chi produce pane industriale lavora su volumi e farine più economiche.
Come funziona il reso
Leonardo Converti, panificatore di Cerchiara, fa un esempio concreto. Dieci chili ceduti a 2,20 euro al chilo dovrebbero valere 22 euro. Se tre chili restano invenduti, l’incasso scende a 15,40 euro e il prezzo effettivo del pane venduto si avvicina a 1,50 euro al chilo.
C’è poi la richiesta della grande distribuzione di trattenere metà dell’aumento. «Se aumentate il pane di 80 centesimi, metà dell’aumento va a noi. Altrimenti non ne prendiamo», riferiscono Mario Tufaro, di Amendolara, e Pietro Perri, di Sibari. Per i panificatori è la parte più difficile da accettare, perché colpisce proprio il prodotto che dovrebbe ripagare il lavoro del forno.
Sgravi per le assunzioni e il silenzio della Regione
Oltre al prezzo, i panificatori chiedono agevolazioni contributive per le assunzioni. «Altrimenti questo mestiere, che richiede una passione particolare, scomparirà», dice Pino Cesarini, che nel laboratorio lavora con tre parenti e due dipendenti. «Purtroppo in questa situazione non possiamo pagare salari più alti», aggiunge.
Il tentativo di coinvolgere la Regione Calabria, secondo Cesarini, non ha prodotto risposte: «Sembrano troppo occupati a erogare finanziamenti per il fotovoltaico e l’eolico industriali». Intanto Assipan-Confcommercio ricorda che in Italia la panificazione conta 20.720 imprese e un giro d’affari di circa 8,4 miliardi di euro. Il presidente nazionale Antonio Tassone chiede tutele per un comparto che fatica a riassorbire i costi senza scaricarli sulle famiglie.
Cosa significa per chi compra il pane
L’aumento annunciato riguarda per ora i panifici del Cosentino, ma il caso calabrese si inserisce in una filiera già sotto pressione. Nelle scorse settimane lo sciopero degli autotrasportatori in Campania ha rallentato le consegne e svuotato gli scaffali di alcuni supermercati. Anche i porti di Napoli e Salerno hanno vissuto giornate di stop, con effetti su merci e approvvigionamenti.
Per il pane artigianale il nodo resta il prezzo finale. Se il rincaro di 80 centesimi al chilo verrà applicato, una famiglia che acquista due chili a settimana spenderà 1,60 euro in più ogni settimana, circa 6,40 euro al mese. È la cifra che i panificatori dicono di non poter assorbire da soli, senza un intervento sulla filiera e sulle regole della grande distribuzione.
Domande frequenti sullo sciopero del pane
Quanto dura lo sciopero del pane in Calabria?
La serrata è iniziata il 16 ottobre 2026 e proseguirà almeno fino a martedì 20 ottobre. Le adesioni sono salite da 31 a 873 panificatori della provincia di Cosenza, secondo quanto riportano le associazioni di categoria e la stampa locale.
Di quanto aumenta il pane nel Cosentino?
Dal 1° novembre il prezzo potrebbe passare da 3 a 3,80 euro al chilo, con un aumento di 80 centesimi, pari a circa il 27 per cento. La cifra è stata indicata da Giuseppe Monti, titolare di due panifici tra Villapiana e Cerchiara.
Che cos’è il reso della grande distribuzione?
È la restituzione al produttore del pane invenduto, che viene poi sottratto dal valore della fornitura. Secondo i panificatori, il meccanismo è diffuso a sud di Roma e scarica sul laboratorio artigianale il costo delle pagnotte non vendute.
Lo sciopero del pane riguarda anche Napoli?
No, la protesta riguarda i panifici della provincia di Cosenza. A Napoli e in Campania resta aperto il tema dei trasporti, con lo sciopero degli autotrasportatori del 19 ottobre e le code sulla rete autostradale.
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