Perché a Napoli si regalava il torrone ai defunti

Perché a Napoli si regalava il torrone ai defunti
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A Napoli il torrone dei morti non si comprava solo per sé. Per generazioni è stato un dono, un pensiero che si portava ai defunti e si regalava alle persone care nel periodo di Ognissanti. Da dove nasce questo gesto e cosa racconta del rapporto dei napoletani con i morti. La risposta sta a metà tra devozione, memoria e un pizzico di ironia popolare.

Un dono per addolcire il viaggio dei defunti

Secondo la tradizione, il torrone era un omaggio ai defunti, un modo per “addolcire” il loro passaggio nell’aldilà. Nella notte tra l’1 e il 2 novembre si credeva che le anime tornassero a far visita ai propri cari, e per loro si lasciava qualcosa di dolce. Da qui una consuetudine spesso raccontata. I bambini portavano un pezzetto di torrone sulla tomba dei nonni o dei familiari, come gesto di ricordo. Sono racconti popolari, tramandati senza una documentazione storica puntuale.

I bambini, il tavutiello e la questua dei morti

La scatola a forma di bara

Un pezzo di questa storia è più concreto. Fino ai primi decenni del Novecento, a Napoli i bambini giravano per i vicoli con una scatolina di cartone a forma di bara, chiamata ‘o tavutiello, con sopra disegnato un teschio e una fessura come quella di un salvadanaio. Chiedevano ai passanti un’obolo al grido “Signurì ‘e Muort”, con l’invito a fare del bene ai morti. In cambio potevano ricevere confetti o monetine, e secondo le fonti il ricavato finiva spesso in beneficenza ai più poveri.

Chi lo ha raccontato

Questa usanza è documentata dalla penna di Matilde Serao, che agli inizi del Novecento descrisse le scatolette dei bambini sulle pagine de “Il Mattino”. Le immagini dell’usanza tornano anche nelle fotografie di Mimmo Jodice degli anni Settanta. Le fonti concordano sul quadro generale, ma non sempre sui dettagli, come le date esatte o il contenuto della questua. In alcuni racconti i dolci prendono il posto delle monete, a conferma di quanto la memoria popolare mescoli i particolari.

Il regalo tra i vivi

Il dono non era solo rivolto ai morti. Nella tradizione napoletana il torrone dei morti si regalava anche alle persone care, dalle mogli alle fidanzate, come gesto affettuoso legato alla ricorrenza. Un modo per fare del dolce in una giornata di memoria e di lutto. Questa doppia natura spiega il successo del dolce. È insieme un omaggio simbolico ai defunti e un regalo concreto, che passa di mano tra i vivi e finisce in tavola. Ancora oggi, secondo diverse fonti, si usa regalarlo nel periodo tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre.

Il culto dei morti dietro il gesto

Alle spalle del regalo c’è un rapporto con i defunti che a Napoli ha radici antiche. Lo si vede nel culto delle anime pezzentelle al Cimitero delle Fontanelle, dove le ossa senza nome sono accudite e venerate da generazioni. Un altro segno è la chiesa del Purgatorio ad Arco, nel cuore dei Decumani, che nella ricorrenza apre le sue porte ai fedeli con visite straordinarie, come racconta la nostra pagina sull’apertura del Purgatorio ad Arco l’1 e 2 novembre. Il torrone, in fondo, è la versione dolce di questo stesso legame.

Domande frequenti sul torrone regalato ai defunti

Perché si regalava il torrone ai defunti

Per addolcire, secondo la tradizione, il loro passaggio nell’aldilà. Era un omaggio legato alla credenza che nella notte tra l’1 e il 2 novembre le anime tornassero a visitare i vivi.

Cosa chiedevano i bambini nei vicoli

Un obolo al grido “Signurì ‘e Muort”, raccolto in una scatolina di carta a forma di bara, chiamata ‘o tavutiello, con sopra un teschio e una fessura.

Chi ha raccontato questa usanza

La scrittrice Matilde Serao, agli inizi del Novecento, e in seguito il fotografo Mimmo Jodice con i suoi scatti degli anni Settanta.

Si regala ancora oggi

Sì. Il torrone dei morti resta un dono tipico del periodo tra fine ottobre e il 2 novembre, acquistato in pasticceria o sulle bancarelle.


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