Il Cimitero delle Fontanelle: il culto delle anime pezzentelle tra fede e mistero

Il Cimitero delle Fontanelle: il culto delle anime pezzentelle tra fede e mistero
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Nel cuore del Rione Sanità, a pochi passi dal centro storico, esiste un luogo che non assomiglia a nessun altro: il Cimitero delle Fontanelle. Non è un camposanto nel senso comune del termine, ma un’antica cava di tufo trasformata in ossario, dove riposano i resti di chi non ha mai avuto una tomba con il proprio nome.

Proprio qui è nato uno dei culti popolari più affascinanti di Napoli, quello delle anime pezzentelle. Per decenni generazioni di fedeli hanno “adottato” teschi anonimi, li hanno puliti, battezzati con un nome e pregati in cambio di protezione, grazie e numeri da giocare al lotto.

Una devozione sospesa tra fede e mistero, proibita dalla Chiesa nel 1969 e oggi tornata accessibile al pubblico. Questa è la sua storia, dal XVII secolo alla riapertura del 19 aprile 2026.

Dove si trova e perché si chiama Fontanelle

Il Cimitero delle Fontanelle si trova in via delle Fontanelle 80, all’estremità occidentale del vallone della Sanità, in una zona scelta fin dall’antichità come area di sepoltura: prima necropoli pagana, poi cimiteri cristiani, visto che restava appena fuori dal perimetro della città greco-romana.

Il nome non ha nulla a che vedere con i morti. Deriva dalla presenza di sorgenti d’acqua che sgorgavano numerose da questa parte delle colline, così come in altre zone di Napoli. L’acqua, il tufo e la roccia hanno dato forma a un paesaggio sotterraneo che oggi si estende per circa 3.000 metri quadrati, con una cavità stimata intorno ai 30.000 metri cubi.

Il sito è scavato nel tufo giallo della collina di Materdei. Prima di diventare un ossario era un sistema di cave, sfruttate fino al Seicento per estrarre il materiale con cui Napoli veniva costruita. Sulle pareti sono ancora visibili le grappiate, gli incastri che i cavamonti usavano per scendere nelle gallerie e lavorare la pietra.

Dalla cava all’ossario della città

Lo spazio delle cave iniziò a essere usato come sepoltura nel 1656, l’anno della grande peste che sconvolse Napoli e il Regno. Le stime sono discordanti, ma parlano di centinaia di migliaia di morti nel Regno e, per la sola città, di numeri compresi tra i 150.000 e i 250.000. I cimiteri esistenti non bastarono più: le cave di tufo divennero il deposito collettivo dei corpi.

La funzione di ossario si consolidò fino all’epidemia di colera del 1836. A quei resti se ne aggiunsero altri nel tempo, provenienti dalle cosiddette terresante, le sepolture ipogee delle chiese bonificate dopo l’arrivo dei francesi di Gioacchino Murat e da altri scavi urbani.

Il canonico ed etnologo Andrea de Jorio, nel 1851 direttore del ritiro di San Raffaele a Materdei, raccontò un dettaglio rivelatore. Verso la fine del Settecento chi poteva permetterselo lasciava disposizioni per farsi seppellire nelle chiese. Quando lo spazio finiva, capitava che i becchini fingessero di rispettare le volontà del defunto e, a notte fonda, caricassero il morto su una spalla per andarlo a deporre in una delle cave di tufo.

Un’alluvione fece poi emergere le ossa e le portò fin sulle strade. Fu così che i resti vennero ricomposti nelle grotte, con un muro e un altare: da quel momento il luogo restò destinato a ossario della città. Secondo una credenza popolare, alla fine dell’Ottocento uno studioso contò circa otto milioni di ossa, tutte anonime.

Il riordino di don Gaetano Barbati e le tre navate

Nel marzo 1872 il cimitero fu aperto al pubblico e affidato dal Comune al canonico Gaetano Barbati, che con l’aiuto del cardinale Sisto Riario Sforza ordinò i resti secondo la tipologia delle ossa (crani, tibie, femori) e ricavò una chiesa provvisoria nella prima cava.

Da quel riordino nasce la struttura che si visita ancora oggi: tre grandi gallerie scavate nella roccia, alte tra i 10 e i 15 metri e lunghe circa un centinaio di metri, chiamate navate per la loro maestosità, come quelle di una basilica.

  • La navata dei preti, dove sono depositati i resti provenienti dalle terresante di chiese e congreghe.
  • La navata degli appestati, che accoglie le ossa di chi morì nelle epidemie, su tutte quella del 1656.
  • La navata dei pezzentielli, dove furono poste le ossa della gente più povera.

Sempre all’Ottocento risale la chiesa di Maria Santissima del Carmine, costruita davanti all’ingresso principale della cava, che sostituì la cappella ricavata all’interno della grotta.

Da sapere: il Cimitero delle Fontanelle non è un museo come gli altri, ma un luogo di sepoltura ancora percepito come sacro dalla comunità. Per questo la visita richiede silenzio e rispetto: all’interno la temperatura è più bassa e l’umidità più alta rispetto all’esterno, quindi conviene portare qualcosa per coprirsi.

Il culto delle anime pezzentelle

Con il riordino delle ossa si consolidò una devozione spontanea e del tutto particolare: quella verso le anime pezzentelle, cioè le anime “povere” e dimenticate dei morti senza nome. I fedeli le identificavano con le anime del Purgatorio, bisognose di cura e di preghiera. Con loro stabilivano un rapporto di reciprocità.

Il gesto centrale era l’adozione di un cranio, chiamato in napoletano capuzzella. Al teschio si attribuiva un’anima abbandonata a cui si chiedeva protezione e, in cambio, si offrivano attenzioni e suffragi.

Come si “adottava” una capuzzella

Il rituale seguiva passaggi precisi. Il teschio veniva scelto spesso dopo un sogno, poi pulito e lucidato. Lo si poggiava su un fazzoletto ricamato e lo si adornava con lumini e fiori. Al fazzoletto si aggiungeva un rosario messo al collo del cranio, che con il tempo veniva sostituito da un cuscino ornato di merletti.

Solo dopo queste attenzioni l’anima prescelta si manifestava in sogno e si faceva riconoscere, rivelando un nome e una storia. Se le grazie venivano concesse, il teschio riceveva una sistemazione più degna, come una cassetta o un piccolo tabernacolo. Se invece le richieste restavano inascoltate, il cranio poteva essere abbandonato e sostituito con un altro.

I teschi non venivano coperti con lapidi, perché potessero continuare a “comparire” nei sogni. Un segno fondamentale era il sudore, cioè la condensa che si depositava sulle ossa per l’umidità del luogo: interpretato come segno di grazia ricevuta, mentre l’assenza di sudore era letta come sofferenza dell’anima.

Refrisco: la parola chiave della devozione

La richiesta ricorrente delle anime nei sogni era sempre la stessa: il refrisco, cioè il refrigerio, il sollievo dalle pene del Purgatorio. Da qui l’esclamazione che accompagna ancora oggi la devozione: “A refrische ‘e ll’anime d’o priatorio”.

In cambio del conforto spirituale offerto ai morti, i vivi chiedevano grazie concrete, salute e soprattutto numeri da giocare al lotto. Ancora negli anni Settanta c’era l’abitudine di sostare di notte davanti ai cancelli del cimitero, in attesa delle ombre mandate dal teschio di don Francesco, un cabalista spagnolo, per rivelare i numeri vincenti.

I teschi più famosi delle Fontanelle

All’interno del cimitero alcune capuzzelle sono diventate vere e proprie icone popolari, con un nome, una storia e un culto ancora vivo.

‘O Capitano, il teschio con l’occhio nero

Il più celebre è il teschio del Capitano, riconoscibile per un’orbita completamente nera. È considerato il protettore delle donne in cerca di marito e un capopopolo “giusto”. Su di lui circolano diverse leggende, tutte legate a un fidanzato o a un marito geloso che, per scherno, colpì il cranio proprio nell’occhio.

In una delle versioni più raccontate, il giovane che aveva profanato il cranio viene poi punito la notte delle nozze: uno scheletro si presenta al banchetto, si mostra per ciò che è e i presenti cadono morti sul colpo.

Donna Concetta, ‘a capa che suda

Altra capuzzella di spicco è donna Concetta, nota come “‘a capa che suda”, il cranio che suda. Custodita in una teca, è sempre lucido e pulito, al contrario degli altri coperti di polvere. La spiegazione popolare è che quell’umidità sia il sudore delle anime del Purgatorio. Secondo la tradizione, a lei si affidano le donne che desiderano un figlio; per capire se la grazia arriverà basta toccarla e verificare se la mano si bagna.

Il Monacone e il Tribunale

Tra le gallerie si incontra il Monacone, la statua acefala di San Vincenzo Ferrer nel suo abito domenicano. Su di essa, in passato, una mano ignota aveva posto un teschio al posto della testa, poi rimosso durante i lavori di risistemazione.

In fondo c’è l’antro più noto, il Tribunale, chiamato così per la presenza di tre croci su una base di teschi disposti come una giuria. La tradizione vuole che qui si riunissero i guappi del quartiere per giuramenti e patti di sangue e per emettere le condanne a morte. Accanto si trova il Calvario, il cui nome richiama il Golgota, che in aramaico significa proprio “teschio”.

Nella navata sinistra sono visibili anche gli unici scheletri ben conservati: quelli di Filippo Carafa, conte di Cerreto, con accanto quelli di sua moglie donna Margherita. Attorno al cranio mummificato della nobildonna, con la bocca aperta, è nata la curiosa diceria che fosse morta soffocata da uno gnocco.

Nei secoli è circolata anche la voce che qui riposassero i resti del poeta Giacomo Leopardi, morto durante il colera del 1837. In realtà il poeta fu inumato nella chiesa di San Vitale e nel 1939 trasferito al Parco Vergiliano a Piedigrotta, anche se sul destino dei suoi resti esiste ancora più di un dubbio.

Il 1969 e la fine del culto

Negli anni Sessanta, gli anni del Concilio Vaticano II, il parroco della chiesa delle Fontanelle, don Vincenzo Scancamarra, si preoccupò del carattere “feticistico” che il culto delle capuzzelle aveva assunto. Chiese consiglio all’arcivescovo di Napoli, il cardinale Corrado Ursi.

Il 29 luglio 1969 un decreto del Tribunale ecclesiastico proibì il culto individuale delle capuzzelle, considerato pagano, consentendo solo una messa al mese per le anime del Purgatorio e una processione interna ogni 2 novembre. Non fu però la decisione della Chiesa a far cadere nell’oblio il cimitero, quanto il progressivo venir meno della devozione.

Per anni il sito restò in stato di abbandono. Fu messo in sicurezza e riordinato nel marzo 2002, ma restò di fatto chiuso, con aperture limitate a pochi giorni l’anno, spesso in occasione del Maggio dei Monumenti.

La riapertura del 2026 e il Rione Sanità

Il 23 maggio 2010 una pacifica occupazione degli abitanti del rione convinse l’Amministrazione comunale a riaprire il cimitero. Da allora si sono alternate aperture e chiusure, fino alla nuova sospensione del 2019.

La svolta è arrivata con il 19 aprile 2026, quando il Cimitero delle Fontanelle ha riaperto con un modello di gestione condivisa tra pubblico e privato, che coinvolge il Comune di Napoli e la cooperativa La Paranza. Il progetto ha previsto circa 640.000 euro di risorse private, sostenute da Fondazione Con il Sud e Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre a un contributo pubblico di 200.000 euro per la messa in sicurezza.

La riapertura si inserisce nella rinascita più ampia del Rione Sanità, guidata dalla stessa cooperativa, nata nel 2006 per valorizzare il patrimonio culturale con un modello “dal basso”, fatto di abitanti, istituzioni e professionisti. La filosofia è quella della “comunità di patrimonio”, in linea con la Convenzione di Faro, che ha visto il coinvolgimento di giovani architetti dell’Università Federico II e si collega al piano G124 promosso da Renzo Piano.

Da sapere: il cimitero si trova nel cuore del Rione Sanità, uno dei quartieri più ricchi di storia della città. Se volete approfondire, sul sito trovate la scheda dedicata al Cimitero delle Fontanelle con tutte le informazioni pratiche.

Come visitare il Cimitero delle Fontanelle

Oggi il cimitero è aperto al pubblico dal lunedì alla domenica, dalle 10:00 alle 18:00, con ultimo ingresso alle 17:15. È chiuso il mercoledì e il 25 dicembre. Il lunedì e il venerdì l’area dedicata al culto è accessibile per la preghiera dalle 9:00 alle 10:00.

La prenotazione è obbligatoria. Sono disponibili diverse modalità di visita: l’ingresso con audioguida, che lascia raccontare il sito dalle voci della comunità, la visita guidata e le visite per gruppi e scuole. I residenti nella II e nella III municipalità di Napoli possono accedere gratuitamente prenotando la visita accompagnata.

Per chi arriva da fuori, l’indirizzo è via delle Fontanelle 80. È consigliabile presentarsi almeno 15 minuti prima dell’orario prenotato, perché la mancata presentazione al turno non consente l’ingresso in quelli successivi. Senza prenotazione è possibile acquistare solo eventuali biglietti residui, con il rischio di lunghe attese.

Tutte le informazioni aggiornate su orari, tariffe e prenotazioni sono disponibili sul sito ufficiale del Cimitero delle Fontanelle. Sul sito abbiamo raccontato anche la riapertura del Cimitero delle Fontanelle con orari e biglietti. Per orientarsi nel quartiere può essere utile anche la scheda su Napoli Sotterranea e, per chi ama le storie popolari, l’articolo sul Munaciello, un altro spiritello del folklore napoletano.

FAQ

Dove si trova il Cimitero delle Fontanelle?

Si trova in via delle Fontanelle 80, nel Rione Sanità, a Napoli. È scavato nel tufo della collina di Materdei, all’estremità occidentale dell’antico vallone della Sanità.

Cosa sono le anime pezzentelle?

Sono le anime dei morti senza nome e senza tomba, sepolti nelle cave delle Fontanelle. I fedeli le identificavano con le anime del Purgatorio e le “adottavano” attraverso i loro teschi, chiamati capuzzelle, in cambio di protezione e grazie.

Quando è stato proibito il culto delle capuzzelle?

Il culto individuale delle capuzzelle fu proibito il 29 luglio 1969, con un decreto del Tribunale ecclesiastico sollecitato dal cardinale Corrado Ursi, che lo considerava una forma di devozione pagana.

Si può visitare oggi il Cimitero delle Fontanelle?

Sì, dal 19 aprile 2026 il sito è riaperto al pubblico con gestione condivisa tra il Comune di Napoli e la cooperativa La Paranza. È aperto tutti i giorni tranne il mercoledì, con prenotazione obbligatoria e visite con audioguida o guidate.

Perché i teschi delle Fontanelle sono legati ai numeri del lotto?

Perché, secondo la tradizione popolare, le anime pezzentelle si manifestavano in sogno ai devoti rivelando i numeri da giocare. Il rapporto era di reciprocità: preghiere e cure al teschio in cambio di grazie, salute e numeri vincenti.

✅ Verificato il 6 ottobre 2026.


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