Inverno demografico in Italia: perché calano le nascite

Inverno demografico in Italia: perché calano le nascite
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Negli ultimi anni una formula è entrata nei titoli dei giornali e nei rapporti degli istituti di statistica: inverno demografico. Non è una metafora poetica, è la definizione concreta di un fenomeno che l’Italia vive da quasi vent’anni: le nascite crollano, la popolazione invecchia e si riduce, e ogni equilibrio costruito nel secolo scorso, dalle pensioni alla sanità, va ripensato. I numeri dell’ultimo anno fotografano la situazione con brutalità: nel 2024 sono nati 369.944 bambini, il valore più basso mai registrato nella storia della Repubblica, e ogni donna ha in media 1,18 figli, sotto ogni precedente minimo. Per capire perché succede, cosa significa per le tasche dei cittadini e per il futuro del Mezzogiorno, conviene partire dalle basi e poi guardare ai numeri, senza allarmismi ma senza nascondere la portata del problema.

Che cos’è l’inverno demografico: la definizione semplice

L’inverno demografico è la fase in cui una popolazione si riduce e invecchia perché le nascite non bastano a compensare i decessi. Non è un singolo anno negativo, è una tendenza prolungata: il calo delle nascite in Italia prosegue ininterrotto dal 2008, e la popolazione residente diminuisce senza soste dal 2014. Il termine “inverno” richiama l’idea di una stagione lunga e fredda, da cui non è scontato uscire in fretta, ed è usato da demografi e istituzioni internazionali per descrivere la situazione di molti Paesi europei e asiatici.

Per misurare il fenomeno si usano due indicatori fondamentali. Il primo è il tasso di fecondità, cioè il numero medio di figli per donna: per mantenere stabile una popolazione senza contare le migrazioni serve un valore intorno a 2,1 figli per donna, il cosiddetto livello di sostituzione. Il secondo è il saldo naturale, la differenza tra nati e morti in un anno: se è negativo, la popolazione cala da sola, indipendentemente da chi arriva dall’estero. In Italia entrambi gli indicatori sono in territorio critico da anni: la fecondità è ferma sotto 1,2 figli per donna e il saldo naturale è negativo di qualche centinaio di migliaia di unità ogni anno.

Da sapere: il tasso di fecondità non va confuso con il numero di bambini nati. Può succedere che le nascite aumentino anche con una fecondità bassa, se ci sono molte donne in età fertile, e viceversa. Il saldo naturale, invece, dice in modo diretto se una popolazione si riproduce da sola o no: in Italia è negativo dal 1993, con l’unica breve eccezione del biennio 2006-2008.

La peculiarità italiana è che nessun grande Paese europeo ha una fecondità così bassa da così tanto tempo. Nel 2024 la media dell’Unione europea è scesa a 1,34 figli per donna, il minimo storico europeo, ma l’Italia resta stabilmente tra gli ultimi posti, insieme a Spagna e Malta. E mentre la fecondità è un indicatore che può teoricamente risalire, la struttura della popolazione, cioè il numero di potenziali genitori e di anziani già presenti, è il risultato di decenni di storia e non si corregge in pochi anni.

I numeri del calo: meno nascite, anno dopo anno

Il dato più recente dell’Istat è impietoso: nel 2024 i nati residenti in Italia sono stati 369.944, quasi 10mila in meno rispetto al 2023, con un calo del 2,6%. È il sedicesimo anno consecutivo di diminuzione: nel 2008, l’anno del massimo delle nascite degli anni Duemila, erano nati oltre 576mila bambini. Da allora l’Italia ha perso quasi 207mila nascite, il 35,8% in meno in sedici anni. E il 2025 non promette meglio: secondo i dati provvisori di gennaio-luglio, le nascite sono calate del 6,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con punte negative in Abruzzo e Sardegna.

Anche il tasso di natalità, cioè i nati ogni mille abitanti, è ai minimi: 6,3 per mille nel 2024, contro il 9,7 per mille del 2008. Per fare un confronto europeo, la media dell’Unione è stata di 7,9 nati ogni mille abitanti nel 2024. Il calo riguarda tutto il Paese ma non è uniforme: la riduzione dei primi figli è stata più intensa nel Mezzogiorno, con un -4,3% nel 2024 contro il -1,8% del Nord, e lo stesso vale per i secondi figli. In pratica, in Italia è sempre più difficile sia avere il primo figlio sia passare dal primo al secondo.

Nascite in Italia: il crollo degli ultimi decenni

Il quadro della fecondità è altrettanto netto. Nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, sotto il precedente minimo storico di 1,19 registrato nel 1995, e i dati provvisori dei primi sette mesi del 2025 indicano un ulteriore calo a 1,13. Il confronto internazionale mostra quanto sia anomala la posizione italiana: nel 2024 la media europea era 1,34, la Francia era a 1,61, la Bulgaria a 1,72, mentre Malta (1,01) e Spagna (1,10) erano le uniche a stare peggio dell’Italia insieme a Lituania ed Estonia. La distanza dal livello di sostituzione di 2,1 è enorme: servirebbe quasi il doppio dei figli attuali.

C’è però un dettaglio che spiega perché il calo delle nascite è così difficile da invertire: la struttura della popolazione. Le donne in età convenzionalmente riproduttiva, tra i 15 e i 49 anni, erano 14,3 milioni nel 1995 e sono 11,4 milioni oggi. Nel 1995, con una fecondità di appena 1,19 figli per donna, nacquero comunque 526mila bambini: ce n’erano molte di più, di madri potenziali. Oggi, con una fecondità simile, i nati sono 370mila, perché le generazioni di genitori sono molto più esigue, essendo nate negli anni del calo demografico. È un effetto a cascata che si autoalimenta: meno nascite di ieri significano meno genitori oggi, e meno genitori oggi significano meno nascite domani.

Da sapere: la posticipazione conta quanto la rinuncia. In Italia l’età media al parto è salita a 32,6 anni e l’età media al primo figlio è 31,9 anni, la più alta dell’intera Unione europea, contro una media europea di 29,9. Più si ritarda la prima maternità, più si riduce l’arco di tempo a disposizione per gli eventuali figli successivi: è uno dei meccanismi che spiegano perché il numero di secondi e terzi figli crolla.

Perché gli italiani fanno sempre meno figli

Le ragioni del calo sono molteplici e si intrecciano. L’Istat le elenca con precisione: l’allungamento dei tempi di formazione, la precarietà del lavoro giovanile, la difficoltà di accesso alla casa, che posticipano l’uscita dal nucleo familiare di origine, e a fianco la scelta di rinunciare alla genitorialità o di rimandarla. Non è solo una questione di soldi, ma di incertezza: è difficile programmare una famiglia quando il lavoro e l’abitazione sembrano instabili.

Precarietà, salari e costo della casa

Il lavoro è il primo tassello. I giovani italiani entrano tardi nel mercato del lavoro, spesso con contratti precari, e gli stipendi iniziali sono bassi rispetto al costo della vita: se i prezzi corrono più veloci delle retribuzioni, come racconta l’approfondimento di Napolike su inflazione e salari in Italia, la prospettiva di mantenere un figlio si allontana. A questo si aggiunge la crisi della casa: prezzi e affitti alti, soprattutto nelle grandi città, spingono molti a restare a lungo a casa dei genitori, e l’uscita tardiva dalla famiglia di origine è uno dei fattori che l’Istat associa direttamente al calo delle nascite. In questo approfondimento si spiega perché i giovani faticano a comprare casa: è lo stesso ingranaggio, perché senza una casa stabile il primo figlio si rimanda, e spesso non arriva mai.

Una questione anche strutturale e culturale

C’è poi la dimensione culturale, difficile da misurare ma evidente nei dati. Il matrimonio non è più il passaggio obbligato verso la genitorialità: nel 2024 i matrimoni sono stati 173mila, 11mila in meno dell’anno prima, con un calo costante di quelli religiosi. La scelta di non avere figli, o di averne uno solo, è socialmente accettata come non lo era per le generazioni precedenti, e la conciliazione tra lavoro e cura dei figli resta complicata: i servizi per la prima infanzia, gli asili nido e i tempi delle scuole coprono solo in parte le esigenze delle famiglie, soprattutto al Sud. Il risultato è che la fecondità italiana è tra le più basse del mondo, e anche il resto d’Europa sta scivolando verso il basso, ma l’Italia lo fa da più tempo e da più in profondità.

La geografia della fecondità dentro il Paese racconta poi quanto conti il contesto locale. La provincia di Bolzano, con 1,51 figli per donna, è ai vertici nazionali, seguita da province del Sud come Crotone e Reggio Calabria, sopra 1,34, mentre tutte le province sarde sono sotto l’unità, da Cagliari (0,84) a Nuoro (0,98). Le differenze tra comuni e territori, oltre che tra regioni, mostrano che la scelta di avere figli non dipende solo da fattori individuali: conta quanto un territorio offre in termini di lavoro, servizi e reti familiari. Dove la rete regge, come in alcune aree del Mezzogiorno, la fecondità regge; dove manca tutto, crolla sotto l’unità.

L’Italia che invecchia: la fotografia e gli scenari

Il rovescio della medaglia del calo delle nascite è l’invecchiamento. Al 1° gennaio 2025 l’età media della popolazione italiana ha raggiunto 46,8 anni, un record: vent’anni fa era poco sopra i 42. Gli over 65 sono 14,6 milioni, il 24,7% della popolazione, i bambini fino a 14 anni sono 7 milioni, l’11,9%, e la fascia 15-64 anni, quella che lavora e produce, è scesa al 63,4%. Dentro gli anziani cresce soprattutto la parte più fragile: gli ultra 85enni sono 2,4 milioni, il 4,1% del totale, con 103mila unità in più in un solo anno, e i centenari superano quota 23mila. La buona notizia è che si vive più a lungo: la speranza di vita alla nascita è tornata a 83,4 anni, sopra i livelli pre-pandemici. Ma vivere più a lungo, con meno nascite, accelera l’invecchiamento complessivo.

Gli scenari futuri dell’Istat, basati sui dati del 2024, disegnano un’Italia più piccola e molto più anziana. Nello scenario mediano la popolazione scenderebbe da circa 59 milioni a 54,7 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080, con una perdita complessiva di 13,1 milioni di residenti rispetto a oggi. Nel 2050 gli over 65 arriverebbero al 34,6% della popolazione, gli ultra 85enni al 7,2%, mentre la quota di persone in età lavorativa crollerebbe al 54,3%. Le proiezioni delle Nazioni Unite sono ancora più pessimiste: secondo il World Population Prospects 2024, l’Italia scenderebbe a circa 52 milioni nel 2050 e a circa 35 milioni nel 2100, con un’età media sopra i 54 anni. C’è un dettaglio che rende tutto più serio: anche nello scenario più favorevole, quello con fecondità e immigrazione ai massimi, le nascite non riuscirebbero a compensare i decessi. Il saldo naturale resterebbe negativo per decenni, comunque vadano le cose.

Anche le famiglie cambiano forma insieme alla popolazione. In Italia ci sono oltre 26 milioni di famiglie, ma più di una su tre è composta da una sola persona (36,2%, contro il 25,5% di vent’anni fa), e le coppie con figli, che per decenni sono state il modello dominante, oggi sono meno del 30% del totale. La dimensione media della famiglia è scesa da 2,6 a 2,2 componenti in vent’anni. Nel 2050, secondo le proiezioni Istat, solo una famiglia su cinque sarà una coppia con figli, mentre il 41% sarà formato da persone sole: è il segno più visibile, nei quartieri e nelle città, di una società che invecchia e si frammenta, con effetti sulla domanda di abitazioni, servizi e trasporti.

La piramide dell'Italia: 2024 e 2050

L’invecchiamento non è uguale ovunque. La Liguria è la regione più vecchia d’Italia, con la quota più bassa di persone in età attiva, mentre la Campania è la regione con la quota più alta di 15-64enni, il 65,3%, ma anche quella con la speranza di vita più bassa del Paese: 79,7 anni per gli uomini e 83,8 per le donne. È una contraddizione tutta italiana: la regione più giovane è anche quella che vive di meno, e su questo si gioca buona parte del futuro demografico del Sud.

Le conseguenze su pensioni e sanità

Il nodo economico dell’inverno demografico si riassume in una formula: sempre meno persone in età da lavoro devono sostenere sempre più persone in età da pensione e da cura. Il rapporto tra generazioni si misura con l’indice di dipendenza degli anziani, cioè il numero di over 65 ogni 100 persone in età attiva: in Italia è già sopra 39, secondo i calcoli sui dati Istat, e la Commissione europea, che usa una definizione leggermente diversa, lo stima al 40,8% nel 2022 e lo proietta a un picco del 66% intorno al 2050, quando le generazioni del baby boom saranno tutte in età avanzata. In pratica, oggi ci sono circa 2,5 persone in età attiva per ogni anziano; nel 2050 ce ne saranno meno di 1,6. Non è un problema teorico: ogni punto di questo indice si traduce in pressione su contributi, tasse e servizi.

Da sapere: l’indice di dipendenza degli anziani non dice quanti pensionati ci sono, ma quanti anziani ci sono in rapporto ai potenziali lavoratori. È il termometro della sostenibilità di un sistema a ripartizione come quello italiano, dove le pensioni di oggi si pagano con i contributi di chi lavora oggi. Quando l’indice sale, ogni lavoratore deve sostenere un carico maggiore, a meno che non crescano produttività, occupazione o immigrazione.

Pensioni: la spesa più alta d’Europa

La spesa pubblica per pensioni in Italia è tra le più elevate dell’Unione europea: secondo la Commissione europea, nel 2022 valeva il 15,6% del PIL, contro una media UE di poco sopra l’11%. Il paradosso è che, secondo le proiezioni dell’Ageing Report 2024, la spesa salirà ancora, fino a un picco del 17,3% del PIL intorno al 2036, quando andranno in pensione le grandi generazioni degli anni Sessanta e Settanta, e solo dopo comincerà a scendere, grazie al passaggio al sistema contributivo, fino a circa il 13,7% nel 2070. Tradotto: per i prossimi dieci-quindici anni il bilancio pubblico dovrà reggere una pressione crescente proprio mentre il numero di contribuenti si riduce. È lo stesso nodo che rende il debito pubblico italiano così difficile da ridurre: la spesa previdenziale è una voce rigida che assorbe risorse che altrove finanziano scuole, sanità e investimenti.

Sanità: più fragilità, più costi

Anche la sanità è sotto pressione, e non solo per i conti. I dati Eurostat mostrano che in Europa l’80,4% delle persone over 65 dichiara di aver avuto bisogno di visite o trattamenti medici, contro il 55,8% dei 16-44enni: gli anziani consumano una quota sproporzionata di prestazioni sanitarie, e la parte più costosa è la coda estrema, gli ultra 85enni, che è proprio quella che cresce più in fretta, con un aumento di 103mila unità in un anno. A questo si aggiunge la non autosufficienza: secondo gli scenari Istat, gli anziani che vivono da soli passeranno da 4,6 milioni a 6,5 milioni nel 2050, e con loro la domanda di assistenza domiciliare, residenze e personale di cura. Serviranno più infermieri, più medici, più badanti, in un Paese che ne ha già pochi: la sanità del futuro non sarà solo più costosa, sarà strutturalmente diversa.

Il tema ha un volto locale molto concreto. La Campania, nonostante sia la regione più giovane d’Italia, ha la speranza di vita più bassa del Paese, 79,7 anni per gli uomini e 83,8 per le donne, segno che l’invecchiamento si combina qui con altri problemi, dalla qualità dell’assistenza alle disuguaglianze territoriali. E mentre nel Nord gli anziani possono contare su una rete di servizi più fitta, nel Mezzogiorno la cura ricade in misura maggiore sulle famiglie, e in particolare sulle donne, che spesso lasciano o riducono il lavoro per assistere i parenti: un circolo che riduce i redditi, le nascite e la capacità del sistema di reggere il peso della non autosufficienza.

Il Mezzogiorno si spopola

L’inverno demografico non colpisce l’Italia in modo uniforme: il Mezzogiorno perde popolazione più in fretta di qualsiasi altra area. Nel 2024 il Sud ha registrato una variazione di -3,8 per mille abitanti, contro il -0,6 del Centro e il +1,6 del Nord, e le aree interne del Mezzogiorno, i piccoli comuni dell’entroterra, hanno toccato il -4,7 per mille. Basilicata e Sardegna sono le regioni che perdono più residenti, con tassi attorno al -6 per mille. La ragione non è solo la denatalità: è la migrazione interna. Nel 2024 il Mezzogiorno ha registrato un saldo migratorio interno negativo di 52mila persone, con 401mila partenze verso altri comuni italiani contro 349mila arrivi, e i tassi più alti di abbandono si osservano in Basilicata, Calabria, Molise e Campania. A lasciare il Sud sono soprattutto i giovani e i laureati: i residenti italiani del Mezzogiorno sono diminuiti di 131mila unità in un anno.

La fuga non si ferma ai confini nazionali. Nel 2024 le emigrazioni dall’Italia hanno raggiunto il record di 191mila partenze, di cui 156mila di cittadini italiani, in aumento del 36,5% in un anno, diretti soprattutto in Germania, Spagna e Regno Unito. È la prima volta negli anni Duemila che si supera una soglia del genere, e il dato è tanto più significativo perché a emigrare sono in larga parte persone in età lavorativa e in età fertile: chi parte, non nascerà in Italia e spesso non ci tornerà. Il saldo è impietoso: il Paese guadagna ogni anno centinaia di migliaia di stranieri, ma perde più di centomila cittadini italiani, tra chi parte e chi non rientra.

Eppure il Mezzogiorno ha ancora la fecondità più alta del Paese, anche se in calo rapido: nel 2024 si è attestata a 1,20 figli per donna, sopra il Nord (1,19) e il Centro (1,12), ma è l’area dove la flessione è stata più forte, da 1,24 dell’anno prima. Dentro il Sud le differenze sono enormi: la Campania regge a 1,26, la Sicilia a 1,27, mentre la Sardegna è crollata a 0,91, la fecondità più bassa d’Italia, con province come Cagliari a 0,84. Le proiezioni Istat non lasciano margini: mentre per il Nord è possibile anche uno scenario di leggera crescita, per il Centro e il Mezzogiorno la diminuzione è certa in qualsiasi ipotesi, anche la più favorevole. Per la Campania, che oggi ha la struttura per età più giovane d’Italia, la sfida è duplice: trattenere i giovani che partono e trasformare la fecondità ancora relativamente alta in una vera inversione di tendenza.

Chi cresce e chi si svuota: Nord, Centro e Mezzogiorno

L’immigrazione: un’ancora, non la soluzione

Se il saldo naturale è negativo di 281mila unità all’anno, come nel 2024, e la popolazione cala comunque solo di 37mila, il merito è delle migrazioni: il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per 244mila persone, grazie a 435mila arrivi. Senza immigrazione, l’Italia perderebbe ogni anno un numero di residenti pari a una città come Salerno. Al 1° gennaio 2025 i cittadini stranieri residenti sono 5,4 milioni, il 9,2% della popolazione, con 169mila unità in più in un anno e un record di 217mila acquisizioni di cittadinanza italiana. Il contributo alla natalità è evidente: nel 2024 il 21,8% dei nati aveva almeno un genitore straniero, con punte del 30,6% nel Nord, mentre nel Mezzogiorno, dove gli stranieri sono appena il 4,8% della popolazione, la quota crolla al 9,3%.

Va però detto con onestà: l’immigrazione attenua l’inverno demografico, non lo risolve. Gli immigrati invecchiano come tutti gli altri, e la loro fecondità tende ad avvicinarsi a quella del Paese ospitante nel giro di una generazione. Le stesse proiezioni europee ipotizzano per l’Italia un saldo migratorio di circa 250mila persone all’anno per decenni, e nonostante questo la popolazione è prevista in forte calo. Perché la migrazione abbia un effetto duraturo servono integrazione, lavoro stabile, diritti e cittadinanza per i bambini nati e cresciuti in Italia: senza queste condizioni, le persone arrivano, lavorano qualche anno e spesso ripartono, e il Paese perde anche quello che aveva guadagnato. È una risorsa preziosa, ma è una leva che va gestita, non subita.

Cosa si può fare per invertire la rotta

Non esiste una bacchetta magica: l’inverno demografico è il prodotto di decenni di scelte e di dinamiche sociali, e si contrasta con politiche altrettanto lungimiranti. La letteratura economica e le esperienze europee indicano però alcune direzioni chiare. La prima è sostenere la conciliazione tra lavoro e famiglia: servizi per la prima infanzia diffusi e accessibili, congedi parentali equi tra madri e padri, tempi di lavoro flessibili. I trasferimenti economici, come l’assegno unico introdotto in Italia nel 2022, aiutano, ma da soli non bastano: i Paesi con fecondità più alta in Europa, come la Francia, che nel 2024 era a 1,61 figli per donna, hanno politiche familiari strutturali e di lungo periodo, che combinano denaro e servizi reali, dagli asili nido ai centri estivi. La seconda è la questione economica: lavoro stabile per i giovani e salari che tengano il passo dei prezzi, come spiegato nell’approfondimento di Napolike su inflazione e salari, perché nessun sostegno alla natalità può compensare l’incertezza sul futuro.

Ci sono poi due leve che l’Italia finora ha usato poco. La prima è l’occupazione femminile, tra le più basse d’Europa: in un Paese dove molte donne vorrebbero lavorare e non possono, la scelta tra carriera e figli è spesso drammatica, e i dati mostrano che dove l’occupazione femminile è alta la fecondità non è necessariamente bassa. La seconda è lo sviluppo del Mezzogiorno: fermare l’emigrazione interna significa offrire ai giovani del Sud lavoro, servizi e prospettive, ed è la politica demografica più efficace che esista per quella parte del Paese. Nessuna di queste misure produrrà effetti immediati, e questo è il vero problema politico: i risultati si vedono tra vent’anni, mentre le scadenze elettorali arrivano ogni cinque. Ma ogni anno di ritardo rende più profondo il solco che separa le generazioni, e più costoso il conto per chi verrà dopo.

Quello che c’è da sapere in sintesi

  • Nel 2024 sono nati 369.944 bambini, il minimo storico, con una fecondità di 1,18 figli per donna, sotto il livello di sostituzione di 2,1 e sotto la media europea di 1,34.
  • Le nascite calano ininterrottamente dal 2008, la popolazione dal 2014: senza immigrazione, l’Italia perderebbe ogni anno circa 280mila residenti.
  • L’età media è 46,8 anni, gli over 65 sono il 24,7% della popolazione e gli ultra 85enni crescono di oltre 100mila unità all’anno.
  • Secondo gli scenari Istat la popolazione scenderà a 54,7 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080; le Nazioni Unite prevedono numeri ancora più bassi.
  • La spesa per pensioni, già al 15,6% del PIL, salirà fino al picco del 17,3% intorno al 2036, mentre l’indice di dipendenza degli anziani raddoppierà entro il 2050.
  • Il Mezzogiorno è l’area più colpita: perde popolazione in ogni scenario, per denatalità e per la partenza dei giovani verso il Nord e l’estero.
  • L’immigrazione compensa in parte il calo, ma non basta: servono integrazione, lavoro stabile, casa e servizi per le famiglie.

FAQ sull’inverno demografico in Italia

Cosa significa inverno demografico?

È la fase prolungata in cui le nascite non bastano a compensare i decessi, così la popolazione diminuisce e invecchia. In Italia le nascite calano dal 2008 e la popolazione si riduce dal 2014, con un saldo naturale negativo di circa 280mila unità all’anno.

Quante nascite ci sono state in Italia nell’ultimo anno?

Nel 2024 sono nati 369.944 bambini, quasi 10mila in meno rispetto al 2023, il valore più basso mai registrato. I dati provvisori del 2025 indicano un calo ancora più marcato, intorno al 6% nei primi sette mesi.

Qual è il tasso di fecondità in Italia?

Nel 2024 è sceso a 1,18 figli per donna, il minimo storico, sotto il precedente record negativo di 1,19 del 1995. Per mantenere stabile la popolazione servirebbero circa 2,1 figli per donna, il livello di sostituzione.

Perché la popolazione italiana diminuisce se arrivano tanti immigrati?

Perché il saldo naturale è molto negativo: nel 2024 ci sono state 281mila nascite in meno rispetto ai decessi. Il saldo migratorio positivo di 244mila persone ha compensato gran parte del deficit, ma non tutto: la popolazione è comunque calata di 37mila unità.

Cosa succederà alla popolazione italiana nei prossimi decenni?

Secondo lo scenario mediano Istat, la popolazione scenderà da circa 59 milioni a 54,7 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080, con gli over 65 al 34,6% nel 2050. Le proiezioni delle Nazioni Unite indicano un calo ancora più pronunciato nel lungo periodo.

Quali conseguenze avrà l’inverno demografico su pensioni e sanità?

Con meno lavoratori e più anziani, l’indice di dipendenza degli anziani salirà dal 40,8% del 2022 a circa il 66% nel 2050. La spesa per pensioni, già al 15,6% del PIL, raggiungerà un picco del 17,3% intorno al 2036, e la sanità dovrà gestire una domanda crescente di cure e assistenza per gli ultra 85enni.

L’immigrazione può risolvere l’inverno demografico?

No, può attenuarlo. Gli immigrati sono 5,4 milioni, il 9,2% della popolazione, e il 21,8% dei nati ha almeno un genitore straniero, ma anche loro invecchiano e la loro fecondità si allinea a quella italiana. Senza integrazione e diritti, l’effetto si esaurisce nel giro di una generazione.

Perché il Mezzogiorno è più colpito?

Perché somma la denatalità alla migrazione interna: nel 2024 il Sud ha perso 52mila residenti per trasferimenti verso il resto d’Italia, con 131mila cittadini italiani in meno, e le proiezioni indicano che il Mezzogiorno perderà popolazione in qualsiasi scenario, mentre il Nord potrebbe persino crescere leggermente.

L’inverno demografico non è una fatalità meteorologica, è il risultato di scelte collettive che si sono accumulate per decenni. I numeri raccontano una trasformazione profonda, destinata a ridisegnare pensioni, sanità, città e territori: conoscerla è il primo passo per affrontarla senza rincorrerla.


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