Inflazione e salari in Italia: perché gli stipendi non tengono il passo dei prezzi?

Inflazione e salari in Italia: perché gli stipendi non tengono il passo dei prezzi
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Negli ultimi anni è successa una cosa che gli italiani non vedevano da decenni: i prezzi sono saliti con una rapidità che ha svuotato il portafoglio molto più in fretta delle buste paga. Tra il 2021 e il 2023 l’inflazione è tornata a essere un problema concreto, e il dibattito su inflazione e salari è esploso come non accadeva dagli anni Settanta.

Ma cosa è successo davvero? E perché gli stipendi, in Italia, fanno così fatica a tenere il passo dei prezzi?

Questo articolo prova a fare chiarezza con i numeri alla mano, senza ideologia e senza semplificazioni comode: cos’è l’inflazione, come si misura, quanto hanno perso i salari reali italiani, perché la dinamica è diversa da quella di altri Paesi europei e cosa potrebbe cambiare.

I dati vengono da ISTAT, Eurostat, Banca d’Italia e OCSE.

Cos’è l’inflazione e come si misura in Italia

L’inflazione è l’aumento generalizzato e continuo dei prezzi di beni e servizi. Quando i prezzi salgono, con la stessa quantità di denaro si compra di meno: è il classico potere d’acquisto che si riduce.
Attenzione, però, a una distinzione importante: non è inflazione l’aumento del prezzo di un singolo prodotto (per esempio la mozzarella), ma l’aumento diffuso di tanti prezzi insieme, misurato su un paniere rappresentativo di ciò che le famiglie comprano davvero.

In Italia l’ISTAT misura l’inflazione con tre indici principali:

  • NIC (indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività): è l’indice di riferimento per l’inflazione “ufficiale”, quello usato per i tassi di inflazione che si leggono sui giornali. Misura i prezzi come li percepisce l’intera popolazione.
  • FOI (indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati): è quello usato per la rivalutazione degli affitti e degli assegni di mantenimento, perché pesa di più i consumi delle famiglie a reddito medio-basso.
  • IAPC (indice armonizzato dei prezzi al consumo): è costruito con regole comuni a tutta l’Unione europea, serve per confrontare l’inflazione italiana con quella degli altri Paesi dell’area euro.

La differenza tra NIC e FOI non è un dettaglio da addetti ai lavori.
Il FOI, per esempio, attribuisce più peso a voci come i generi alimentari e le bollette, che pesano di più sui bilanci delle famiglie con redditi più bassi.
Quando l’inflazione sale soprattutto su cibo ed energia, sono proprio i nuclei a reddito medio-basso a sentirla di più, anche se l’indice “medio” sembra raccontare un’altra storia.

Le due facce dell’inflazione: domanda e costi

Per capire come si comportano i prezzi bisogna distinguere due meccanismi diversi, che spesso si intrecciano.

L’inflazione da domanda si accende quando ci sono troppi soldi che inseguono pochi beni: succede, per esempio, quando l’economia cresce troppo in fretta o quando gli stimoli pubblici immettono liquidità nel sistema.
L’inflazione da costi, invece, parte dal lato dell’offerta: quando il prezzo delle materie prime, dell’energia o del lavoro sale, i produttori scaricano i costi più alti sui prezzi finali.

La fiammata del 2021-2023 è stata quasi interamente un’inflazione da costi, innescata dall’energia e poi propagata a tutto il resto. La distinzione non è accademica: le due forme di inflazione richiedono risposte diverse, e spiegano anche perché i salari, in quel contesto, si sono mossi in ritardo.
Quando i prezzi salgono per i costi, le imprese vedono assottigliarsi i margini e resistono agli aumenti salariali; quando salgono per la domanda, le imprese hanno più ricavi e più spazio per alzare gli stipendi.

C’è poi il terzo meccanismo, il più insidioso: le aspettative. Se lavoratori e imprese si aspettano che l’inflazione resti alta, i primi chiedono aumenti più corposi e i secondi alzano i prezzi per difendersi: è la cosiddetta spirale prezzi-salari, il fenomeno che ha segnato gli anni Settanta e che i banchieri centrali di tutto il mondo osservano con attenzione.
In Italia, nel 2022-2023, la spirale non si è innescata su larga scala proprio perché i salari sono rimasti indietro: una magra consolazione, perché ha evitato l’accelerazione dell’inflazione ma a costo di una perdita secca di potere d’acquisto per i lavoratori.

La grande fiammata 2021-2023: cosa è successo davvero

Per capire il presente bisogna partire da quello che è accaduto tra il 2021 e il 2023, quando l’inflazione italiana è passata da valori quasi nulli a livelli che non si vedevano dai primi anni Ottanta.

Il meccanismo è partito dall’energia. Con la ripresa economica post-pandemia, la domanda di gas e petrolio è schizzata e i prezzi delle materie prime sono saliti. Poi è arrivata la guerra in Ucraina, che ha fatto impennare il prezzo del gas e dell’energia elettrica in tutta Europa. L’Italia, storicamente dipendente dalle importazioni di energia, è stata tra i Paesi più esposti.

I numeri dell’ISTAT raccontano la sequenza in modo netto:

  • 2020: inflazione media annua praticamente nulla, addirittura lievemente negativa (-0,1%), per effetto del crollo dei consumi in pandemia.
  • 2022: inflazione media annua all’8,1%, con punte mensili oltre l’11% tra ottobre e novembre, spinte da energia e alimentari.
  • 2023: media annua al 5,7%, ancora alta, con i prezzi dei beni alimentari che hanno continuato a correre anche quando l’energia ha cominciato a rallentare.
  • 2024: media annua intorno all’1%, con l’inflazione che torna sotto controllo grazie al calo dei prezzi dell’energia e alla politica monetaria restrittiva della Banca centrale europea.

Quello che molti ricordano come “il caro bollette” e “il carrello della spesa che non torna” è esattamente questa sequenza: prima l’energia, poi il cibo, poi, più lentamente, tutto il resto.
L’inflazione, una volta innescata, si propaga: i costi più alti dell’energia entrano nei costi di produzione di quasi tutto, dai trasporti all’industria alimentare, e finiscono prima o poi sui prezzi finali.

I salari in Italia: cosa dicono i numeri

Il secondo protagonista della storia sono i salari. In Italia il salario medio lordo annuo di un lavoratore dipendente full-time è stato stimato dall’OCSE intorno ai 35.600 euro lordi annui, circa 2.968 euro lordi al mese per tredici mensilità, un valore che però scende a circa 2.066 euro netti al mese dopo tasse e contributi. Sono dati del 2024 e vanno letti con cautela: la media è gonfiata verso l’alto dai redditi più elevati, e più della metà dei lavoratori guadagna meno della media.

Il punto chiave, però, non è il livello assoluto, ma la dinamica nel tempo.
E qui i numeri sono impietosi.

Dal 2000 al 2018 il salario medio lordo italiano è passato da circa 1.771 euro a 2.464 euro al mese, una crescita nominale di circa il 39% in diciotto anni, meno dell’1,9% all’anno.
In Germania, nello stesso periodo, il salario medio è passato da 2.447 a 3.880 euro, con una crescita nominale superiore al 58%.
In Spagna da 1.443 a 2.295 euro.
L’Italia, in altre parole, è partita da una posizione intermedia e nel tempo è scivolata verso il fondo della classifica dei grandi Paesi europei.

E la crescita nominale va poi depurata dall’inflazione per capire quanto è cresciuto davvero il potere d’acquisto. È qui che si gioca la partita vera.

Salari reali: il potere d’acquisto che non torna

Il salario reale è il salario nominale corretto per l’inflazione: misura quante cose si possono comprare con lo stipendio, non quante banconote arrivano in busta paga.
Un aumento nominale del 2% con un’inflazione del 3% significa, in termini reali, una perdita di potere d’acquisto dell’1% circa.

Ed è esattamente quello che è successo in Italia negli ultimi anni.
Nel biennio 2022-2023, mentre i prezzi correvano all’8,1% e poi al 5,7%, le retribuzioni contrattuali sono cresciute molto più lentamente, per effetto dei rinnovi contrattuali in ritardo e della debolezza della contrattazione.
Il risultato è una perdita di potere d’acquisto che, secondo le stime OCSE, ha riportato i salari reali italiani al di sotto dei livelli dell’inizio degli anni Novanta.

Il dato è clamoroso e vale la pena di essere ripetuto con calma: in trent’anni, al netto dell’inflazione, lo stipendio medio italiano è rimasto sostanzialmente fermo, quando non è calato.

L’Italia è tra i pochi Paesi avanzati, e in pratica l’unico tra i grandi dell’Europa occidentale, in cui i salari reali non sono cresciuti in modo significativo dal 1990 a oggi. Nel frattempo la Germania è cresciuta, la Francia è cresciuta, la Spagna è cresciuta. L’Italia no.

Prezzi vs salari reali in Italia

La risposta della Banca centrale europea e il costo del denaro

Quando l’inflazione è esplosa, il compito di spegnerla è toccato alla Banca centrale europea.
Dal luglio 2022 la BCE ha alzato i tassi di interesse a un ritmo senza precedenti nella sua storia: dal livello di zero (dove erano rimasti per anni, in alcuni casi negativi) fino a un picco del 4% sui tassi di riferimento nel 2023, prima di iniziare a ridurli gradualmente dal 2024 in poi, man mano che l’inflazione rientrava verso l’obiettivo del 2%.

La logica è semplice: tassi più alti rendono più caro il credito, raffreddano la domanda di beni e investimenti e quindi tolgono pressione ai prezzi. Ma hanno un prezzo e in Italia è più pesante che altrove.
Il nostro Paese ha un debito pubblico enorme (oltre il 130% del PIL) e uno dei tassi di interesse sui titoli di Stato più alti dell’area euro: quando i tassi salgono, la spesa per interessi sul debito aumenta di decine di miliardi e le rate dei mutui a tasso variabile si gonfiano per milioni di famiglie.

Ecco perché, in Italia, la politica monetaria restrittiva ha avuto un doppio effetto: ha contribuito a raffreddare l’inflazione, ma ha anche compresso i bilanci delle famiglie indebitate e ha reso più difficile per le imprese più piccole accedere al credito.
È il paradosso italiano: il Paese che più avrebbe bisogno di crescita per ridurre il peso del debito è anche quello che soffre di più quando i tassi salgono per domare l’inflazione.

Il confronto storico: gli anni Settanta e la scala mobile

Non è la prima volta che l’Italia si trova a fare i conti con un’inflazione alta. Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta l’inflazione italiana era a due cifre, con punte oltre il 20% nel 1980, e i salari cercavano di difendersi con la scala mobile, il meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni ai prezzi introdotto nel secondo dopoguerra.

Cos’era la scala mobile
La scala mobile era un meccanismo che aumentava automaticamente salari e stipendi quando cresceva l’inflazione, per evitare che i lavoratori perdessero potere d’acquisto. In Italia l’adeguamento avveniva tramite i cosiddetti punti di contingenza, calcolati sull’aumento del costo della vita. Fu progressivamente ridotta e poi abolita nei primi anni Novanta, perché contribuiva ad alimentare la spirale tra prezzi e salari.

Quella stagione finì in modo traumatico.
Nel 1992, con l’inflazione ancora alta e il Paese sull’orlo di una crisi valutaria, il governo Amato abolì la scala mobile con il cosiddetto “protocollo Ciampi“, e da lì in avanti la dinamica dei salari italiani è cambiata radicalmente: più flessibilità, meno protezione automatica del potere d’acquisto, rinnovi contrattuali spesso in ritardo.

Il paradosso è che la fine della scala mobile ha coinciso con l’inizio della lunga stagnazione dei salari reali. Negli anni Ottanta i salari, pur in un contesto di inflazione altissima, riuscivano a recuperare parte del terreno perso. Negli ultimi trent’anni, con un’inflazione mediamente bassa ma con l’eccezione del biennio 2022-2023, i salari italiani non sono riusciti a crescere nemmeno nelle fasi di inflazione moderata. Il problema italiano, insomma, non è solo l’inflazione: è la stagnazione salariale di lungo periodo.

Perché i salari italiani crescono poco

Le cause della stagnazione salariale italiana sono strutturali e nessuna spiegazione che ne individui una sola è onesta. Le principali sono almeno cinque.

1. La produttività ferma. In economia, i salari crescono in modo sostenibile quando cresce la produttività, cioè quanto ogni lavoratore produce in un’ora di lavoro. In Italia la produttività del lavoro è rimasta sostanzialmente ferma per vent’anni, per ragioni che vanno dalla dimensione media delle imprese (troppo piccole per investire e innovare) alla specializzazione in settori a basso valore aggiunto. Senza crescita della produttività, i margini per alzare gli stipendi sono strutturalmente limitati.

2. La contrattazione debole e in ritardo. In Italia la gran parte degli aumenti salariali passa dai contratti collettivi nazionali, che però vengono rinnovati spesso con anni di ritardo. Quando l’inflazione accelera, i lavoratori aspettano a lungo prima di vedere i propri stipendi adeguarsi, e intanto il potere d’acquisto si erode.

3. Il cuneo fiscale e contributivo alto. Una parte consistente del costo del lavoro non arriva mai in busta paga: il cuneo fiscale e contributivo italiano è tra i più alti d’Europa. Questo pesa sia sui lavoratori, che vedono stipendi netti bassi, sia sulle imprese, che pagano molto per ogni ora di lavoro e hanno meno incentivo ad assumere a condizioni migliori.

4. Il part-time involontario e i contratti precari. L’Italia ha uno dei tassi più alti d’Europa di part-time involontario, cioè di persone che lavorano part-time perché non trovano un lavoro full-time, e una quota molto alta di contratti a termine e atipici. Più ore e più stabilità in meno significano retribuzioni annue più basse.

5. Il lavoro sommerso e il lavoro povero. Una parte dell’economia italiana, soprattutto al Sud, è sommersa: stipendi pagati in nero, sotto-dichiarati, fuori da ogni statistica e da ogni tutela. E tra i lavoratori regolari, una quota significativa guadagna meno della soglia di povertà relativa: è il fenomeno del lavoro povero, che in Italia riguarda una quota di occupati superiore alla media europea.

Divari territoriali e settoriali: il Sud e i lavoratori poveri

La stagnazione salariale italiana non è uniforme: si distribuisce in modo molto diverso sul territorio e tra i settori.
Il divario Nord-Sud, che attraversa tutta la storia del Paese, si riflette anche negli stipendi: il salario medio di un lavoratore del Nord è sensibilmente più alto di quello di un lavoratore del Sud, e il divario si è ridotto solo marginalmente negli ultimi decenni. A pesare sono la struttura produttiva, la dimensione delle imprese, la presenza di settori ad alta produttività e, al Sud, una quota molto più alta di economia sommersa che schiaccia verso il basso anche i salari dichiarati.

Anche tra i settori le differenze sono enormi.
I lavoratori della finanza, dell’information technology e di alcune industrie manifatturiere ad alta produttività hanno visto i salari crescere, in alcuni casi in modo significativo.
I lavoratori del commercio, della ristorazione, dei servizi alla persona e dell’agricoltura, invece, guadagnano spesso poco più del minimo contrattuale e sono i primi a subire l’inflazione sui beni essenziali.
È la ragione per cui, quando si parla di stipendi italiani, ogni media nasconde storie opposte: c’è chi è cresciuto e c’è chi è rimasto fermo per vent’anni.

Il lavoro povero, cioè l’occupazione che non protegge dalla povertà, è la manifestazione più cruda di questo fenomeno. In Italia la quota di lavoratori a rischio povertà è tra le più alte dell’Unione europea, e riguarda soprattutto donne, giovani, lavoratori a tempo determinato e residenti nel Mezzogiorno. Il problema non è solo il salario orario: è la combinazione di retribuzioni basse, ore di lavoro ridotte e contratti discontinui che rende impossibile costruire un reddito annuo dignitoso.

Chi ha perso di più con l’inflazione 2022-2023

L’inflazione non colpisce tutti allo stesso modo e la fiammata del 2022-2023 ha avuto effetti molto diseguali. A perderci di più sono stati i lavoratori e le famiglie con redditi più bassi, per una ragione semplice: chi guadagna poco spende quasi tutto quello che guadagna in beni essenziali come cibo, bollette e carburante, cioè proprio le voci i cui prezzi sono cresciuti di più.

I numeri lo confermano. Nel 2022 i prezzi dei beni alimentari e dell’energia sono cresciuti molto più della media, con punte oltre il 15-20% su alcune voci come l’olio, la pasta e le bollette. Per una famiglia a basso reddito, che destina gran parte del bilancio a queste voci, l’inflazione percepita è stata di diversi punti superiore all’indice medio nazionale.
Per una famiglia ad alto reddito, che risparmia una quota maggiore del proprio reddito, l’impatto è stato proporzionalmente minore.

In mezzo ci sono i lavoratori dipendenti, soprattutto quelli con contratti che non sono stati rinnovati in tempo: hanno visto i prezzi salire per mesi senza alcun adeguamento automatico dello stipendio. E ci sono i pensionati e chi vive di redditi fissi, che non hanno margini per recuperare il potere d’acquisto perso. La combinazione di inflazione sui beni essenziali e salari fermi ha prodotto un vero e proprio trasferimento di reddito dai lavoratori e dalle famiglie verso chi detiene attività finanziarie e patrimoni.

Chi ha perso di più con l'inflazione

L’impatto su risparmi e famiglie: il costo nascosto

L’inflazione alta non erode solo gli stipendi: mangia anche i risparmi. Il denaro lasciato sul conto corrente o investito in strumenti a basso rendimento perde valore reale anno dopo anno.
Con un’inflazione all’8%, mille euro fermi in un conto che non rende nulla valgono, in termini reali, circa 920 euro dopo un anno: una perdita silenziosa che non appare in nessuna busta paga ma che colpisce soprattutto chi ha accumulato risparmi in contanti, spesso le famiglie meno abituate a investire.

Le famiglie italiane, del resto, sono storicamente tra le più risparmiatrici d’Europa, ma anche tra le più conservative: una quota enorme dei risparmi è in conti correnti e depositi, che con l’inflazione alta rendono poco o nulla. Quando i prezzi salgono, chi ha un mutuo a tasso variabile vede aumentare la rata, chi ha risparmi liquidi li vede svalutare, chi ha un reddito fisso non ha scampo. È un triplice colpo che colpisce le fasce intermedie della popolazione, quelle che non hanno patrimoni da far fruttare ma hanno debiti da onorare.

Dall’altro lato, l’inflazione riduce il valore reale dei debiti: chi ha un mutuo a tasso fisso stipulato prima della fiammata, per esempio, si ritrova a pagare rate il cui peso reale è diminuito. È uno dei pochi lati positivi della storia, e spiega perché l’inflazione redistribuisce la ricchezza in modi complessi: penalizza i risparmiatori e i percettori di redditi fissi, avvantaggia chi è indebitato a tasso fisso e chi detiene beni reali come immobili, il cui valore tende a salire con i prezzi.

Il confronto con l’Europa

Il confronto con gli altri Paesi europei è il modo più rapido per capire la specificità italiana. Prendiamo il salario medio lordo mensile: in Germania supera i 3.800 euro, in Francia si attesta sopra i 2.900, in Spagna intorno ai 2.300. L’Italia, con circa 2.400-2.500 euro lordi medi, sta sotto Francia e Germania e solo marginalmente sopra la Spagna, un Paese che però negli ultimi dieci anni ha cresciuto i salari molto più velocemente, anche grazie a un salario minimo legale aumentato più volte.

Ancora più significativo è il confronto sui salari reali nel tempo. Secondo i dati OCSE, tra il 1990 e il 2023 i salari reali sono cresciuti di circa il 30% in Germania, di oltre il 20% in Francia e di circa il 15% in Spagna. In Italia sono rimasti sostanzialmente invariati, con una flessione nei periodi di inflazione alta.
È un’eccezione nel panorama dei Paesi avanzati, ed è la ragione per cui il tema “stipendi che non crescono” è da anni al centro del dibattito pubblico italiano.

C’è anche un’altra differenza strutturale: in Italia una quota molto alta di lavoratori dipendenti è coperta dalla contrattazione collettiva, ma i contratti coprono settori con produttività molto diverse tra loro e vengono rinnovati con grande lentezza. In altri Paesi, la combinazione tra contrattazione più dinamica e salario minimo legale ha garantito aumenti più frequenti, anche per i lavoratori meno qualificati.

Salari reali in Europa: confronto

Cosa si può fare: le leve per far ripartire gli stipendi

Non esiste una bacchetta magica, ma le leve per affrontare il problema esistono e sono note. La prima è la produttività: investire in innovazione, formazione e dimensione d’impresa è l’unico modo per creare le condizioni di aumenti salariali sostenibili nel lungo periodo. Senza più valore prodotto per ora di lavoro, ogni aumento si scarica sui prezzi o sui margini delle imprese.

La seconda è la contrattazione: rinnovare i contratti in tempi rapidi, magari con clausole di adeguamento automatico all’inflazione (una forma moderna di indicizzazione, più selettiva della vecchia scala mobile), dare più spazio alla contrattazione di secondo livello legata alla produttività aziendale. È il terreno su cui si gioca la partita più importante nel breve periodo.

La terza è il cuneo fiscale e contributivo: ridurlo, in modo strutturale e non solo temporaneo, aumenta il netto in busta paga senza aggravare il costo del lavoro per le imprese. È una leva che i governi hanno usato a più riprese, con effetti positivi ma spesso parziali e non definitivi.

La quarta è il salario minimo legale, da anni al centro del dibattito politico italiano: una soglia minima garantita per legge per i lavoratori non coperti da contratti collettivi, che in molti Paesi europei esiste da decenni. Serve a proteggere i lavoratori più deboli, ma da sola non risolve il problema di fondo della produttività.

Infine, la qualità del lavoro: meno part-time involontario, meno precarietà, più stabilità. Il lavoro povero non si combatte solo alzando le retribuzioni orarie, ma anche garantendo ore e continuità, perché in Italia il problema non è solo quanto si guadagna all’ora, ma quante ore si riesce a lavorare in un anno.

Le prospettive: cosa aspettarsi nei prossimi anni

Guardare avanti richiede onestà: nessuno può prevedere il futuro dell’inflazione con certezza, ma alcune tendenze sono abbastanza solide.
La prima è che l’inflazione energetica, il motore della fiammata 2021-2023, difficilmente tornerà a quei livelli senza un nuovo shock esterno: la transizione energetica, però, mantiene i prezzi dell’energia più volatili che in passato, e le bollette resteranno una variabile delicata per i bilanci familiari.

La seconda è che la transizione demografica potrebbe giocare a favore dei lavoratori. Con l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite, la forza lavoro disponibile si riduce, e in alcuni settori la domanda di lavoratori supera già l’offerta.
Meno offerta di lavoro, a parità di domanda, significa in genere più potere contrattuale per chi lavora: alcuni economisti si aspettano una pressione al rialzo sui salari nei prossimi anni, soprattutto nei settori in cui il mismatch è più forte, come la sanità, l’edilizia e i servizi digitali.

La terza è politica: il tema dei salari è destinato a restare al centro del dibattito italiano ed europeo, con pressioni per il salario minimo legale, per la riforma della contrattazione e per la riduzione strutturale del cuneo fiscale. Se queste riforme arriveranno, il quadro dei prossimi dieci anni potrebbe essere diverso da quello dei trent’anni passati. Se non arriveranno, la stagnazione salariale rischia di diventare la normalità con cui le nuove generazioni dovranno convivere, con tutte le conseguenze sociali che questo comporta.

FAQ: domande frequenti su inflazione e salari in Italia

Perché i salari in Italia non crescono come negli altri Paesi europei?
La ragione principale è la produttività ferma da vent’anni: senza crescita del valore prodotto per ora di lavoro, le imprese non hanno margini per aumentare gli stipendi. A questo si aggiungono rinnovi contrattuali lenti, un cuneo fiscale alto e una quota elevata di part-time involontario e lavoro precario.

Cosa significa salario reale e perché è importante?
Il salario reale è lo stipendio corretto per l’inflazione: misura quante cose si possono comprare, non quante banconote arrivano in busta paga. Se i prezzi crescono più dei salari nominali, il salario reale scende e il potere d’acquisto si riduce, anche se lo stipendio in cifre assolute aumenta.

Quanto hanno perso gli italiani con l’inflazione del 2022-2023?
Con un’inflazione all’8,1% nel 2022 e al 5,7% nel 2023 e salari cresciuti molto più lentamente, la perdita cumulata di potere d’acquisto è stata di diversi punti percentuali. Le stime OCSE indicano che i salari reali italiani sono tornati sotto i livelli dell’inizio degli anni Novanta.

Il salario minimo legale esiste in Italia?
No, l’Italia non ha un salario minimo legale generalizzato: la retribuzione minima è fissata dai contratti collettivi nazionali di categoria. Altri Paesi europei, come Germania, Francia e Spagna, hanno una soglia minima garantita per legge.

Cos’era la scala mobile e perché è stata abolita?
La scala mobile era il meccanismo di indicizzazione automatica dei salari all’inflazione introdotto dopo la Seconda guerra mondiale. Fu abolita nel 1992 dal governo Amato, in un contesto di inflazione alta e crisi valutaria, per spezzare la spirale prezzi-salari che alimentava l’inflazione stessa.

L’inflazione colpisce tutti allo stesso modo?
No. Colpisce di più chi ha redditi bassi, perché spende quasi tutto il proprio reddito in beni essenziali (cibo, bollette, carburante), proprio quelli i cui prezzi crescono di più. Chi ha redditi alti e risparmia, subisce un impatto proporzionalmente minore.

Cosa può fare un singolo lavoratore per difendere il potere d’acquisto?
Nel breve periodo, poco: il potere d’acquisto si difende soprattutto a livello collettivo, con rinnovi contrattuali e politiche pubbliche. A livello individuale contano la formazione per aumentare il proprio valore sul mercato, la mobilità verso settori più dinamici e la contrattazione aziendale dove esiste.

La riduzione del cuneo fiscale aumenta davvero gli stipendi netti?
Sì, se è strutturale: ridurre i contributi a carico del lavoratore aumenta il netto in busta paga a parità di costo per l’impresa. Gli interventi finora fatti in Italia hanno avuto effetti positivi ma spesso temporanei e concentrati sui redditi medio-bassi.

Il tema di inflazione e salari non è una moda da talk show: è la questione economica che ha attraversato gli ultimi trent’anni della vita degli italiani, e che tornerà a essere decisiva ogni volta che i prezzi accelereranno. Capire i meccanismi, i numeri e le responsabilità è il primo passo per non farsi raccontare la storia sbagliata. Perché i numeri, questa volta, sono dalla parte di chi lavora: e non è una buona notizia.

Se vuoi approfondire il quadro dei conti pubblici italiani, leggi anche l’articolo sul debito pubblico italiano: la spesa per interessi è una delle ragioni per cui in Italia resta meno spazio per politiche a favore dei redditi da lavoro.


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