Governi in Italia: durata media e perché cambiano così spesso

Governi in Italia: durata media e perché cambiano così spesso
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In poco più di ottant’anni di Repubblica l’Italia ha cambiato governo 68 volte, con una durata media di ogni esecutivo ferma a circa 14 mesi. Nessun’altra grande democrazia parlamentare europea si avvicina a questo primato: nello stesso periodo la Germania ha cambiato governo circa 25 volte e il Regno Unito 19. Eppure il Paese continua a funzionare, a eleggere i suoi parlamentari e a rispettare i propri impegni internazionali. È proprio questo paradosso, instabilità cronica al vertice ma continuità di fondo del sistema, a rendere il tema dei governi italiani così affascinante e così poco compreso.

Per capire perché i governi italiani cambiano così spesso bisogna guardare non solo ai nomi e alle date, ma alle regole del gioco: una Costituzione che lascia ampio spazio alla prassi, un sistema elettorale che per cinquant’anni ha prodotto coalizioni fragili, partiti che preferiscono trattare fuori dal Parlamento e un Presidente della Repubblica che, nelle crisi, diventa il vero arbitro della politica nazionale. In questo approfondimento ricostruiamo i numeri, la storia e i meccanismi, incrociando gli elenchi ufficiali dei governi pubblicati dalla Presidenza del Consiglio e dagli archivi del Quirinale con la letteratura di scienza politica, da Giovanni Sartori a Gianfranco Pasquino.

Quanti governi ha avuto l’Italia dal 1946

Il conto ufficiale è preciso: dal primo governo della Repubblica, il governo De Gasperi II giurato il 14 luglio 1946, fino all’attuale esecutivo, l’Italia ha avuto 68 governi presieduti da 31 presidenti del Consiglio. Il governo Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, è infatti il sessantottesimo esecutivo della storia repubblicana, come ricordano sia l’archivio storico del Quirinale sia le cronologie ufficiali della Presidenza del Consiglio.

I numeri di contesto aiutano a inquadrare la portata del fenomeno. In questi ottant’anni si sono succedute 19 legislature, quindi circa una ogni quattro anni, come previsto dalla Costituzione: la legislatura dura cinque anni, salvo scioglimento anticipato. I presidenti della Repubblica sono stati 12, da Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato dal 1946, a Sergio Mattarella, e tutti hanno dovuto gestire almeno una crisi di governo, spesso molte di più. La Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, dedica al governo gli articoli 92-96: il presidente del Consiglio è nominato dal capo dello Stato, i ministri su sua proposta, e l’esecutivo deve ottenere la fiducia di entrambe le Camere entro dieci giorni dalla formazione.

La storia si divide in due grandi stagioni. Nella cosiddetta Prima Repubblica, dal 1946 al 1994, si sono alternati 52 governi in 48 anni: una media di poco meno di un anno per esecutivo. Dalla svolta del 1994, l’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica, i governi sono stati 16 in poco più di trent’anni, con una durata media più che doppia. Il record assoluto di longevità appartiene però agli albori della Repubblica: Alcide De Gasperi guidò 8 governi consecutivi, dal dicembre 1945 all’agosto 1953, per quasi otto anni complessivi, un caso unico nella storia repubblicana e paragonabile solo ai grandi leader del dopoguerra europeo.

Linea temporale dei governi italiani dal 1946 al 2026

Quanto dura in media un governo italiano

La domanda che dà il titolo a questo approfondimento ha una risposta precisa: calcolando i giorni effettivi di vita dei 67 governi repubblicani conclusi, la durata media è di 416 giorni, poco meno di 14 mesi. Il dato è ancora più sorprendente se si guarda alla distribuzione: 31 governi su 67, quasi uno su due, non arriva a un anno di vita. Solo 6 esecutivi conclusi hanno superato i due anni, e appena 5 nella storia repubblicana hanno oltrepassato i mille giorni di carica.

I governi più longevi della storia repubblicana sono tutti recenti o della seconda metà degli anni Ottanta. In testa c’è il governo Berlusconi II, in carica dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005, con 1.412 giorni. Seguono il governo Berlusconi IV (8 maggio 2008-16 novembre 2011, 1.287 giorni), il governo Craxi I (4 agosto 1983-1° agosto 1986, 1.093 giorni), il governo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016, 1.024 giorni) e il governo Prodi I (18 maggio 1996-21 ottobre 1998, 886 giorni). Il governo Meloni, ancora in carica, ha già superato i 1.390 giorni e risulta il secondo governo più longevo della storia repubblicana.

All’opposto, i governi più brevi sono stati anche quelli più emblematici di una certa idea di crisi politica. Il record negativo appartiene al governo Fanfani I, durato 22 giorni nel gennaio-febbraio 1954, che non ottenne mai la fiducia del Parlamento. Subito dopo viene il governo De Gasperi VIII, 32 giorni nell’estate 1953, anch’esso mai fiduciato. Seguono il governo Spadolini II (100 giorni nel 1982), il governo Fanfani VI (102 giorni nel 1987) e il celebre governo Tambroni (123 giorni nel 1960). La differenza tra Prima e Seconda Repubblica è netta: nella prima la media era di 11,5 mesi, nella seconda è salita a circa 21 mesi per gli esecutivi conclusi.

Come si misura la durata di un governo
La vita di un governo inizia con il giuramento nelle mani del presidente della Repubblica e prosegue con il voto di fiducia, che entrambe le Camere devono esprimere entro dieci giorni (articolo 94 della Costituzione). Un governo che non ottiene la fiducia, come Fanfani I nel 1954, resta in carica solo per l’ordinaria amministrazione. Quando un governo si dimette, rimane comunque in carica fino al giuramento del successore, ma con poteri limitati: può eseguire le leggi vigenti, ma deve evitare gli atti politici e discrezionali che spettano al nuovo esecutivo. Le statistiche sulla durata contano di solito i giorni tra giuramento e giuramento, non i giorni di piena operatività.

Perché i governi cadono: l’anatomia delle crisi

La crisi di governo è la rottura del rapporto di fiducia tra l’esecutivo e il Parlamento. Sulla carta, la Costituzione immagina un meccanismo preciso: il governo dura finché ha la fiducia delle Camere, e se la perde si dimette. Nella pratica repubblicana, però, le cose sono andate quasi sempre diversamente, e questa distanza tra regola scritta e prassi è la prima chiave per capire l’instabilità italiana.

La dottrina distingue due tipi di crisi. La crisi parlamentare nasce da un voto: una mozione di sfiducia approvata, una questione di fiducia respinta o un voto contrario su un provvedimento essenziale. La crisi extraparlamentare, invece, si apre quando i partiti della maggioranza ritirano il loro appoggio politico, spesso dopo un vertice o una dichiarazione, e il governo trae le conseguenze dimettendosi senza che il Parlamento abbia mai votato. Nel linguaggio corrente si definisce crisi di governo anche la semplice difficoltà a formare una maggioranza all’inizio di una legislatura, come accaduto più volte, ma tecnicamente si tratta di situazioni diverse.

I numeri parlano chiaro: nella storia della Repubblica tutte le crisi di governo sono state extraparlamentari, tranne due, entrambe legate a Romano Prodi. Il governo Prodi I cadde nell’ottobre 1998 dopo un voto contrario della Camera, e il governo Prodi II nel gennaio 2008 dopo un voto del Senato. Quella del 2008 resta inoltre l’unica mozione di sfiducia approvata nella storia repubblicana. Tutte le altre crisi, da quelle degli anni Cinquanta fino alle più recenti, sono maturate fuori dall’aula: nei vertici di partito, nelle dichiarazioni dei leader, nelle trattative su poltrone e provvedimenti.

A rendere possibile questa prassi contribuisce la questione di fiducia, lo strumento con cui il governo lega la propria sopravvivenza all’approvazione di un provvedimento. Usata con crescente frequenza, serve a disciplinare una maggioranza litigiosa: se il provvedimento viene bocciato, il governo cade. È un’arma a doppio taglio, che rafforza l’esecutivo nel breve periodo ma ne rende ancora più visibile la fragilità quando la maggioranza si spacca.

Alcune crisi sono entrate nella storia come simboli di questa fragilità. Il governo Tambroni, nato nel marzo 1960 con l’appoggio determinante dei voti del Movimento Sociale Italiano, cadde dopo appena 123 giorni, travolto dalle proteste di piazza dell’estate 1960: un caso rimasto celebre come esempio di governo “balneare”, nato per gestire l’estate e morto prima dell’autunno. Le crisi degli anni Cinquanta e Sessanta, con governi che duravano poche settimane o pochi mesi, scandivano il calendario politico con una regolarità quasi stagionale. Negli anni Novanta, la crisi di sistema aperta da Tangentopoli portò prima al governo Amato e poi, nel 1993, al governo Ciampi, mentre nel 2011 la crisi del debito sovrano, con lo spread in salita e i mercati che non credevano più al governo Berlusconi IV, aprì la strada al governo Monti. Più di recente, nel luglio 2022, la rottura tra i partiti della maggioranza di unità nazionale portò alle dimissioni del governo Draghi e allo scioglimento anticipato delle Camere.

Crisi parlamentare e crisi extraparlamentare: la differenza
Nella crisi parlamentare è il voto a far cadere il governo: una mozione di sfiducia approvata, come nel caso Prodi II nel 2008, o una questione di fiducia persa. Nella crisi extraparlamentare, invece, non c’è alcun voto: i partiti della maggioranza dichiarano esaurita l’esperienza, magari in un vertice di coalizione, e il presidente del Consiglio si reca al Quirinale a rassegnare le dimissioni. È il caso più frequente nella storia italiana e assegna ai partiti, non al Parlamento, il ruolo di arbitri della vita del governo. Per questo si dice che in Italia le crisi si decidono nei palazzi dei partiti più che nelle aule parlamentari.

Il ruolo del Presidente della Repubblica nelle crisi

Quando un governo cade, il protagonista della scena diventa il Presidente della Repubblica. La Costituzione gli assegna il potere di nominare il presidente del Consiglio (articolo 92) e di sciogliere le Camere (articolo 88), ma non gli dice come gestire una crisi: nel silenzio delle regole scritte si è sviluppata una prassi complessa, fatta di consultazioni, incarichi e mandati esplorativi, che nel tempo ha reso il Quirinale il vero centro di gravità della politica italiana nei momenti di passaggio.

Il primo passo sono le consultazioni: il capo dello Stato ascolta i presidenti delle due Camere, gli ex presidenti della Repubblica, i capigruppo parlamentari e i leader dei partiti, per capire se esiste una maggioranza in grado di sostenere un nuovo governo. A seconda dell’esito, apre la strada a una delle soluzioni possibili: il rinvio del governo dimissionario alle Camere per una verifica formale della fiducia, la cosiddetta parlamentarizzazione della crisi; la formazione di un governo-bis con lo stesso presidente del Consiglio e una compagine rinnovata; la nomina di un nuovo incaricato all’interno della stessa maggioranza; il mandato esplorativo affidato a una figura istituzionale, spesso il presidente di una delle due Camere, per sondare il terreno quando la situazione è confusa; oppure, come ultima risorsa, lo scioglimento delle Camere e il ritorno alle urne.

La storia repubblicana offre esempi di tutti questi strumenti. Nel 1993, travolto da Tangentopoli, il presidente Oscar Luigi Scalfaro affidò l’incarico a Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d’Italia: era la prima volta che un non parlamentare guidava il governo, e la scelta aprì la stagione dei governi “tecnici”. Nel novembre 2011, con l’Italia sotto attacco dei mercati, Giorgio Napolitano nominò Mario Monti, ex commissario europeo, per guidare il Paese fuori dalla crisi del debito sovrano. Nel 2013, dopo elezioni senza un vincitore chiaro, Napolitano accettò la rielezione per sbloccare la situazione e affidò l’incarico a Enrico Letta. Nel 2018 Sergio Mattarella impose un governo politico di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega, il governo Conte I, passato alla storia anche come “governo del presidente” per il ruolo decisivo del Quirinale nella sua formazione; nel 2021, in piena pandemia, Mattarella chiamò Mario Draghi a guidare un governo di unità nazionale; nel 2022, dopo la caduta di Draghi, sciolse le Camere e accompagnò il Paese alle elezioni che portarono al governo Meloni.

Il presidente della Repubblica, insomma, non sceglie il governo che vuole, ma quello che il Parlamento può sostenere. Nei momenti di crisi più acuta, però, il suo margine di manovra si allarga fino a diventare determinante, tanto che la dottrina lo ha descritto, in quelle fasi, come una sorta di “reggitore dello Stato”: una figura che tiene insieme il sistema quando i partiti non ci riescono. È un potere di fatto, costruito pezzo dopo pezzo dalla prassi, ed è uno dei tratti più originali del sistema costituzionale italiano.

Le vie d'uscita da una crisi di governo

I governi tecnici, quando i partiti non riescono a governare

Una delle soluzioni più discusse alle crisi italiane è il governo tecnico: un esecutivo guidato da personalità con competenze specialistiche, scelte al di fuori della politica attiva, con il compito di affrontare un’emergenza senza incappare nei veti incrociati dei partiti. La definizione più rigorosa, elaborata dagli studiosi Duncan McDonnell e Marco Valbruzzi in un celebre saggio del 2014, richiede tre condizioni: un presidente del Consiglio non politico, una maggioranza di ministri non politici e un mandato per cambiare lo status quo. Secondo questa classificazione, i governi “tecnici” in senso stretto nella storia dell’Unione europea sono stati pochissimi, e due su quattro sono italiani.

Il primo caso italiano, il governo Ciampi (29 aprile 1993-11 maggio 1994, 377 giorni), fu in realtà un governo politico guidato da un tecnico: il presidente del Consiglio, ex governatore della Banca d’Italia, era un non parlamentare, ma la compagine ministeriale era composta in larga parte da politici. Il primo vero governo tecnico della storia italiana è invece il governo Dini (17 gennaio 1995-18 maggio 1996, 487 giorni), guidato da Lamberto Dini, ex direttore generale della Banca d’Italia e ministro uscente, con ministri in gran parte estranei ai partiti: nacque per gestire la crisi del governo Berlusconi I e portare il Paese a nuove elezioni.

Il caso più noto è il governo Monti (16 novembre 2011-28 aprile 2013, 529 giorni). Formatosi dopo la caduta del governo Berlusconi IV nel pieno della crisi del debito sovrano, con lo spread BTP-Bund oltre i 500 punti base, fu sostenuto da una maggioranza che andava dal centrodestra al centrosinistra e varò manovre correttive di grande impatto. Mario Monti, ex commissario europeo e poi senatore a vita, era un tecnico in senso pieno, e la sua esperienza è rimasta il modello di riferimento del dibattito sui governi dei tecnici, tema strettamente legato alla sostenibilità dei conti pubblici di cui abbiamo parlato nell’approfondimento sul debito pubblico italiano.

L’ultimo caso è il governo Draghi (13 febbraio 2021-22 ottobre 2022, 616 giorni): guidato da Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, fu un ibrido tra governo tecnico e governo di unità nazionale, sostenuto da quasi tutte le forze politiche del Parlamento. Nacque in piena pandemia per gestire la ripresa e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e cadde nell’estate 2022 quando una parte della maggioranza ritirò l’appoggio. La sua parabola mostra bene sia i pregi dei governi tecnici, efficienza e credibilità internazionale, sia i loro limiti: privi di una base elettorale propria, restano in vita finché i partiti glielo consentono, e la loro legittimazione democratica, pur costituzionalmente ineccepibile (la Costituzione non richiede che il presidente del Consiglio sia un parlamentare), resta un tema aperto del dibattito politico.

Governo tecnico o governo politico?
La differenza non sta solo nel presidente del Consiglio: un governo è “tecnico” quando sia il premier sia la maggioranza dei ministri non sono espressione dei partiti, e quando ha il mandato di cambiare lo status quo. Il governo Ciampi, ad esempio, era presieduto da un tecnico ma composto in gran parte da politici, e per questo viene classificato come governo politico guidato da un tecnico. Il governo Draghi era un incrocio tra governo di unità nazionale e governo tecnico. I governi ad interim, che amministrano solo gli affari correnti in attesa delle elezioni, sono invece una categoria a parte.

L’Italia è un’eccezione? Il confronto con le altre democrazie

Per capire quanto sia anomala la situazione italiana basta un confronto con le altre grandi democrazie parlamentari. Nel Regno Unito, dal 1945 a oggi si sono succeduti 19 primi ministri: una media di circa quattro anni per governo, con la maggioranza dei governi che dura l’intera legislatura. In Germania, dalla nascita della Repubblica Federale nel 1949, i cancellieri sono stati 9 e i governi circa 25, con una durata media intorno ai tre anni. Anche in Spagna, dalla Costituzione del 1978, i governi hanno superato di norma i tre anni di vita. In Italia la media è di poco più di un anno: un divario che non ha eguali tra i grandi Paesi europei.

Le ragioni di questa eccezionalità sono istituzionali, elettorali e culturali insieme. Il primo fattore è il sistema elettorale: dal 1946 al 1993 l’Italia ha votato con un sistema proporzionale puro, che premiava la frammentazione partitica e rendeva necessarie coalizioni ampie ed eterogenee. Il secondo fattore è la cosiddetta conventio ad excludendum: per tutta la Prima Repubblica il Partito Comunista Italiano, il secondo partito del Paese, fu escluso dalle maggioranze di governo, che ruotavano quindi intorno alla Democrazia Cristiana. Ne derivò una situazione che la scienza politica ha descritto con formule celebri: il bipartitismo imperfetto e la democrazia bloccata di Giorgio Galli, il pluralismo polarizzato di Giovanni Sartori, secondo cui la competizione tra un centro dominante e due estremi esclusi produceva governi deboli ma un sistema sorprendentemente stabile.

Il terzo fattore è l’assenza di meccanismi di stabilizzazione che altrove esistono. La Germania, ad esempio, ha la sfiducia costruttiva, prevista dall’articolo 67 della Legge Fondamentale: un cancelliere può essere sfiduciato solo se il Bundestag elegge contestualmente il successore, il che rende quasi impossibili le crisi “a vuoto” e obbliga i partiti a trovare un accordo prima di rompere. L’Italia non ha nulla di simile: un governo può cadere anche solo perché un partito della coalizione dichiara finita l’esperienza, senza bisogno di un voto né di un successore pronto. Nel Regno Unito e in Spagna, poi, la cultura politica e i sistemi elettorali maggioritari o a correzione maggioritaria hanno storicamente prodotto maggioranze monopartitiche o bipolari molto più coese.

Gianfranco Pasquino, tra i più attenti studiosi del sistema politico italiano, ha più volte sottolineato come l’instabilità dei governi sia stata il prezzo pagato per la stabilità del sistema nel suo complesso: governi che cambiano, ma regime che regge. È una lettura che aiuta a capire il paradosso di partenza: l’Italia ha avuto 68 governi in ottant’anni senza mai mettere in discussione la democrazia, mentre altri Paesi con governi più stabili hanno attraversato crisi ben più profonde. L’eccezionalità italiana, insomma, è reale, ma va inquadrata con precisione: non è un’anomalia del Paese, è il risultato di regole e prassi che la storia ha costruito e che solo le riforme istituzionali potrebbero modificare.

Durata media dei governi a confronto tra democrazie

Dal 1994 a oggi: governi più lunghi, ma partiti più fragili

Dal 1994 in poi qualcosa è cambiato, e i numeri lo confermano: la durata media dei governi è più che raddoppiata, passando dagli 11,5 mesi della Prima Repubblica a circa 21 mesi. La svolta è legata al passaggio a un sistema bipolare: con le nuove leggi elettorali, prima il Mattarellum del 1993, poi il Porcellum del 2005, l’Italicum del 2015 e il Rosatellum del 2017, gli elettori hanno cominciato a scegliere tra due coalizioni alternative, e i governi hanno potuto contare su maggioranze più omogenee, anche se costruite con coalizioni spesso eterogenee al loro interno.

Il simbolo di questa fase è Silvio Berlusconi: quattro governi tra il 1994 e il 2011, per complessivi 3.339 giorni in carica, che ne fanno il presidente del Consiglio rimasto più a lungo al potere nella storia repubblicana. La sua esperienza mostra però anche i limiti del bipolarismo italiano: coalizioni larghissime, alleati che entrano ed escono, leggi elettorali riscritte a ogni legislatura e, alla fine, una crisi di governo aperta dalla pressione dei mercati nel 2011. Anche il centrosinistra ha vissuto la stessa dinamica: i due governi Prodi, nati da coalizioni vastissime, sono gli unici della storia repubblicana caduti con un voto in Parlamento, nel 1998 e nel 2008.

Dopo il 2011 si è aperta una terza fase, segnata dalla compresenza di governi “non elettorali” e di esecutivi politici più longevi. Ai governi Monti e Draghi si sono alternati governi politici che hanno retto ben oltre la media storica: Renzi con 1.024 giorni, Gentiloni con 536, Conte I con 461, Conte II con 527. Il governo Meloni, in carica dall’ottobre 2022 e sostenuto da una coalizione di centrodestra, è il primo esecutivo guidato da una donna nella storia d’Italia e, come già ricordato, è già il secondo più longevo della Repubblica. In parallelo, però, la politica italiana è rimasta fragile: scissioni continue, partiti che cambiano nome e alleanze, parlamentari che cambiano gruppo con frequenza inusuale, una volatilità elettorale tra le più alte d’Europa.

A rendere il quadro ancora più complesso sono le sfide che ogni governo deve affrontare: la gestione dei conti pubblici e del debito, la lenta crescita dei salari, la transizione energetica, la pressione migratoria. Nessuna di queste questioni, come raccontiamo negli approfondimenti dedicati al legame tra inflazione e salari e all’azione dei governi durante la pandemia, ammette soluzioni in pochi mesi, eppure è proprio il tempo medio a disposizione di un esecutivo italiano a essere drammaticamente corto. La durata media dei governi, insomma, non è una curiosità da manuale di storia: è una delle variabili che spiegano perché in Italia certe riforme partono e non arrivano, perché l’azione di governo è spesso a singhiozzo e perché il dibattito politico finisce per concentrarsi sulla sopravvivenza degli esecutivi più che sul loro programma.

Il sistema, nonostante tutto, continua a funzionare, grazie a una Costituzione flessibile, a un capo dello Stato capace di tenere insieme i fili e a una società che ha imparato a convivere con l’alternarsi dei governi. Ma i numeri restano lì, come un campanello d’allarme: 68 governi in ottant’anni, una media di 14 mesi, quasi un esecutivo su due che non arriva a un anno. Finché il dibattito sulle riforme istituzionali resterà un tabù, è difficile immaginare che il prossimo capitolo di questa storia sarà molto diverso dall’ultimo.

FAQ: domande frequenti sui governi italiani

Qual è la durata media di un governo italiano?
Calcolando i 67 governi repubblicani conclusi dal 1946, la durata media è di circa 416 giorni, poco meno di 14 mesi. Quasi un governo su due (31 su 67) non arriva a un anno di vita, e solo 6 esecutivi conclusi hanno superato i due anni.

Quanti governi ha avuto l’Italia dalla nascita della Repubblica?
68 governi, presieduti da 31 presidenti del Consiglio, dal governo De Gasperi II del luglio 1946 all’attuale governo Meloni. Nella Prima Repubblica (1946-1994) si sono succeduti 52 governi, nella Seconda (dal 1994) 16.

Qual è stato il governo più longevo della storia repubblicana?
Il governo Berlusconi II, in carica dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005, con 1.412 giorni. Seguono Berlusconi IV (1.287 giorni), Craxi I (1.093), Renzi (1.024) e Prodi I (886). Il governo Meloni, ancora in carica, è già il secondo più longevo.

E il governo più breve?
Il governo Fanfani I, durato 22 giorni nel gennaio-febbraio 1954, che non ottenne mai la fiducia del Parlamento. Segue il governo De Gasperi VIII con 32 giorni, anch’esso mai fiduciato. Tra i governi che invece avevano ottenuto la fiducia, il più breve fu il governo Spadolini II, con 100 giorni nel 1982.

Quante volte il Parlamento ha sfiduciato un governo?
Una sola volta nella storia repubblicana: nel gennaio 2008, quando il Senato approvò la mozione di sfiducia che fece cadere il governo Prodi II. In tutti gli altri casi, le crisi di governo sono state extraparlamentari, cioè aperte dalle dimissioni volontarie dell’esecutivo dopo il ritiro dell’appoggio da parte dei partiti, senza alcun voto.

Cosa succede quando un governo si dimette?
Il governo dimissionario resta in carica per l’ordinaria amministrazione fino al giuramento del successore. Il presidente della Repubblica apre le consultazioni e può scegliere tra diverse soluzioni: rinvio alle Camere, governo-bis, nuovo incaricato, mandato esplorativo, governo tecnico o scioglimento delle Camere con nuove elezioni.

I governi tecnici sono previsti dalla Costituzione?
La Costituzione non parla di governi tecnici, ma non richiede che il presidente del Consiglio o i ministri siano parlamentari: sono quindi pienamente legittimi. Nella storia repubblicana sono stati guidati da Carlo Azeglio Ciampi (1993), Lamberto Dini (1995), Mario Monti (2011) e Mario Draghi (2021), con caratteristiche diverse tra loro. Il loro limite principale è la mancanza di una base elettorale propria.

Perché in Germania i governi durano molto più a lungo?
Per tre ragioni principali: la sfiducia costruttiva, che permette di rimuovere un cancelliere solo eleggendone contestualmente un altro; un sistema elettorale che scoraggia la frammentazione; e una cultura politica che ha storicamente privilegiato coalizioni stabili. Dal 1949 la Germania ha avuto 9 cancellieri e circa 25 governi, contro i 68 italiani.


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