La storia del Caffè Gambrinus: 160 anni di caffè, arte e cultura a Napoli
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Nel cuore di Napoli, tra via Chiaia e piazza Trieste e Trento, c’è un locale che dal 1860 non ha mai smesso di servire caffè. È il Gran Caffè Gambrinus, il più celebre dei caffè storici partenopei e uno dei primi dieci caffè d’Italia. Le sue sale, decorate alla fine dell’Ottocento, lo hanno reso molto più di un bar: sono una galleria d’arte, un salotto letterario e una macchina del tempo.
Qui si è discusso di politica, di versi e di pittura insieme a Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao e Benedetto Croce. Prima di loro, davanti a un gelato alla violetta, si era fermata l’imperatrice Sissi. Qui, secondo la tradizione, sarebbe stata scritta una delle canzoni napoletane più famose di sempre. E qui, nel 1938, un prefetto decise di chiudere tutto. La storia del Gambrinus è la storia di Napoli che cambia, raccontata dal bancone di un caffè.
1860: la nascita del Gran Caffè
Il Gambrinus nasce in un anno simbolico. Siamo nel 1860, l’anno della spedizione dei Mille e della fine del Regno delle Due Sicilie: Napoli, appena annessa al Regno d’Italia, cerca nuovi luoghi di ritrovo in cui specchiarsi nelle grandi capitali europee, da Parigi a Vienna.
L’imprenditore Vincenzo Apuzzo ha l’intuizione giusta. Apre un “Gran Caffè” al piano terra del palazzo della Foresteria, l’edificio del 1816 che oggi ospita la sede della Prefettura di Napoli, affacciato su Piazza del Plebiscito e sul Palazzo Reale. Il successo è immediato: Apuzzo assume i migliori pasticceri, gelatai e baristi, molti dei quali arrivati da altre città europee e attira clienti di ogni ceto sociale, dai nobili ai letterati.
Il livello del locale è così alto che arriva il riconoscimento ufficiale: il decreto di “Fornitore della Real Casa”, un’onorificenza che i Savoia tributavano soltanto ai migliori fornitori del Regno.
TIP – “Fornitore della Real Casa” non era un semplice titolo onorifico. Significava che il locale aveva il diritto di rifornire la corte e poteva fregiarsi dello stemma sabaudo: una garanzia di qualità che, nell’Ottocento, valeva come una moderna certificazione.
1890: la rinascita e il nome Gambrinus
Il cammino del Gran Caffè però non è lineare. Nel 1885 il locale sembra sull’orlo della chiusura. È il 1890 l’anno della svolta: Mariano Vacca, imprenditore napoletano abituato a frequentare artisti e attori, prende in affitto i locali della Foresteria e affida la ristrutturazione all’architetto Antonio Curri, docente di Architettura e Ornato alla Real Università di Napoli.
Curri chiama all’appello più di quaranta tra artigiani e artisti. Le sale vengono rivestite con i marmi di Jenny e Fiore, gli stucchi del Bocchetta, i bassorilievi del Cepparulo e le tappezzerie del Porcelli; alle pareti lavorano i migliori paesaggisti napoletani. Il caffè diventa uno scrigno di opere d’arte e si dota dell’ultima conquista della modernità: la luce elettrica.
Per festeggiare la rinascita, il locale viene ribattezzato “Gran Caffè Gambrinus”. Il nome omaggia Gambrinus, il leggendario re delle Fiandre considerato il patrono della birra. L’idea è fondere nell’immaginario le due bevande più celebri d’Europa: da una parte la birra nordica, bionda e fredda, dall’altra il caffè scuro e bollente, piacere tipicamente napoletano. L’inaugurazione ufficiale avviene il 3 novembre 1890.
Un salotto d’arte nel cuore della città
Dopo la ristrutturazione, il Gambrinus diventa una delle migliori prove di stile Liberty a Napoli: interni in cui convivono marmi, specchi, statue, stucchi e affreschi. Tra gli artisti chiamati da Curri figurano Luca Postiglione, Pietro Scoppetta, Vincenzo Volpe, Edoardo Matania, Attilio Pratella, Gaetano Esposito, Vincenzo Migliaro, Vincenzo Irolli, Giuseppe Casciaro e Vincenzo Caprile: una generazione di pittori che racconta, sulle pareti del caffè, la Napoli di fine Ottocento.
Le sale prendono il nome dal tipo di incontri che vi si tenevano: c’è la sala politica, la sala della vita e la sala rotonda. Il caffè funziona come un piccolo parlamento informale della città, dove si parla di elezioni, di teatro e di affari mentre si sorseggia un espresso. Tra gli ambienti più suggestivi c’è la sala degli specchi, che riflette dipinti e decorazioni moltiplicando lo spazio e la luce.
Il Gambrinus si inserisce così in una tradizione europea del caffè letterario, quella dei locali che tra Settecento e Novecento erano insieme redazione, tribunale mondano e accademia: come il Caffè Florian a Venezia o il Café Procope a Parigi, anche il caffè napoletano diventa un’istituzione civile prima ancora che commerciale.
Sull’onda francese arriva anche a Napoli, in quegli anni, il café chantant, il caffè concerto. Insieme al Salone Margherita, il Gambrinus è uno dei ritrovi più frequentati dalla nobiltà napoletana: da quell’ambiente nasce la figura della “sciantosa”, la cantante di varietà diventata un personaggio tipico della cultura popolare partenopea.
Il caffè degli intellettuali
Nella stagione della Belle Époque il Gambrinus è il salotto letterario di Napoli. Tra i suoi tavolini passano alcuni dei nomi più importanti della cultura europea.
- Sissi, l’imperatrice Elisabetta d’Austria, durante il suo viaggio a Napoli del 1890 avrebbe gustato un gelato alla violetta.
- Gabriele D’Annunzio: secondo la tradizione scrisse qui i versi di “A’ vucchella”, musicati poi da Francesco Paolo Tosti, nati per scommessa con l’amico poeta Ferdinando Russo.
- Matilde Serao, che della città fece materia di cronaca e letteratura; la tradizione vuole che il “Mattino”, fondato nel 1892, sia nato proprio tra questi tavolini.
- Benedetto Croce, il filosofo che scelse Napoli come casa e come laboratorio intellettuale.
- Oscar Wilde, che visitò la città con Lord Alfred Douglas dopo gli anni della prigione.
- Ernest Hemingway e il filosofo Jean-Paul Sartre, che avrebbe ricordato Napoli parlando di una granita osservata mentre si scioglieva nella sua coppa.
- Eduardo Scarpetta, Totò e i fratelli De Filippo: il teatro napoletano ha sempre considerato il Gambrinus un prolungamento del palcoscenico.
Il legame con la musica e con la canzone napoletana non è casuale: nella Napoli tra Otto e Novecento il caffè era il luogo dove i parolieri incontravano i musicisti, dove una strofa poteva trasformarsi in un successo internazionale e dove si decideva, tra un caffè e una sigaretta, la fortuna di un artista.
1938: la chiusura e gli anni del Banco di Napoli
La Belle Époque finisce bruscamente. La sera del 5 agosto 1938 il prefetto Giovanni Battista Marziali ordina la chiusura del Gambrinus. La motivazione ufficiale è politica: il locale è considerato un ritrovo di antifascisti. Secondo una versione tramandata dalla cronaca cittadina, però, il vero motivo sarebbe stato molto più prosaico: la moglie del prefetto, che abitava nelle vicinanze, non riusciva a dormire per il frastuono proveniente dal caffè.
Gli ambienti fino ad allora occupati dal locale vengono in parte ceduti al Banco di Napoli. Su alcune porte interne è ancora visibile l’effigie dell’istituto di credito: un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi documento quel lungo periodo di oblio.
La rinascita e il Gambrinus oggi
La battaglia per riportare il Gambrinus alla città comincia nel secondo dopoguerra. L’imprenditore napoletano Michele Sergio riesce a far riaprire parte delle sale, quelle che si affacciano su via Chiaia; la gestione passa poi ai figli Arturo e Antonio, che dopo una controversia legale con il Banco di Napoli recuperano anche gli spazi su piazza Trieste e Trento e su Piazza del Plebiscito.
Grazie a un restauro minuzioso di stucchi e affreschi, il locale torna all’antico splendore. Oggi è uno dei simboli di Napoli: affiliato all’Associazione Locali Storici d’Italia, annoverato tra i primi dieci caffè d’Italia, frequentato da turisti e da napoletani che ci portano gli ospiti stranieri. Tra i visitatori illustri degli ultimi decenni ci sono i presidenti della Repubblica Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella.
Cosa si gusta e cosa si guarda
Entrare al Gambrinus significa fare due cose insieme: bere un caffè e visitare un museo. Al bancone si ordinano i classici della tradizione napoletana, la sfogliatella e il babà, mentre alzando lo sguardo si incontrano specchi, marmi e dipinti. Le sale storiche sono state oggetto di restauri che hanno riportato alla luce decori e affreschi a lungo coperti da pannellature e da arredi moderni.
Per chi passa da Napoli in cerca di un momento autentico, il consiglio è di evitare le ore di punta e di prendersi il tempo di attraversare le sale una per una, senza fermarsi al primo tavolino. Il Gambrinus è a due passi da piazza Trieste e Trento e da via Chiaia, sulla strada che collega il centro storico al lungomare: una tappa naturale in qualunque itinerario a piedi del centro di Napoli.
Il caffè, del resto, è una religione napoletana e non solo per il rito dell’espresso: Napoli ha inventato anche il caffè sospeso, la tazzina pagata in anticipo per chi non può permettersela, un’usanza di solidarietà che racconta molto della città. Tra i due gesti, quello privato della tazzina al banco e quello pubblico del caffè lasciato a chi verrà, c’è tutta la Napoli che il Gambrinus ha visto passare in oltre 160 anni.
TIP – Il nome Gambrinus deriva da un personaggio leggendario, non da una famiglia di caffettieri. Secondo la tradizione Gambrinus fu un re delle Fiandre diventato patrono della birra; il caffè napoletano scelse quel nome per giocare con l’idea di unire le due bevande simbolo d’Europa. Per approfondire la storia del locale, la voce Caffè Gambrinus su Wikipedia raccoglie date e protagonisti di oltre un secolo di attività.
FAQ sul Caffè Gambrinus
Quando è stato fondato il Gran Caffè Gambrinus?
Nel 1860, per iniziativa dell’imprenditore Vincenzo Apuzzo. Il locale fu aperto al piano terra del palazzo della Foresteria, oggi sede della Prefettura di Napoli.
Perché si chiama Gambrinus?
Il nome è stato scelto nel 1890, dopo la grande ristrutturazione: omaggia Gambrinus, il leggendario re delle Fiandre considerato il patrono della birra e serve a unire simbolicamente le due bevande più popolari d’Europa, birra e caffè.
Dove si trova il Caffè Gambrinus a Napoli?
Al piano terra del Palazzo della Prefettura, tra via Chiaia e piazza Trieste e Trento, a pochi passi da Piazza del Plebiscito e dal Palazzo Reale, nel cuore del centro storico.
Quali personaggi hanno frequentato il Gambrinus?
Tra gli ospiti più noti: l’imperatrice Sissi, Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao, Benedetto Croce, Oscar Wilde, Ernest Hemingway, Jean-Paul Sartre, Eduardo Scarpetta, Totò e i fratelli De Filippo.
Perché il Gambrinus fu chiuso nel 1938?
Il 5 agosto 1938 il prefetto Giovanni Battista Marziali ne ordinò la chiusura con la motivazione ufficiale di luogo di ritrovo di antifascisti. Secondo la tradizione cittadina, però, pesò anche il rumore notturno del locale, che disturbava il sonno della moglie del prefetto.
Quando ha riaperto?
Nel secondo dopoguerra, per opera dell’imprenditore napoletano Michele Sergio, che riaprì le sale affacciate su via Chiaia. Il pieno recupero degli spazi su piazza Trieste e Trento avvenne in seguito, dopo una controversia legale con il Banco di Napoli.
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