La scazzamuorria: la scaramanzia napoletana spiegata ai non napoletani

La scazzamuorria: la scaramanzia napoletana spiegata ai non napoletani
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Chi ha passato anche solo una settimana a Napoli lo ha visto fare almeno una volta: due dita tese a formare un paio di corna, rivolte verso il basso, magari accompagnate da una frase sussurrata o da un sorriso complice. È la scazzamuorria, il gesto scaramantico più celebre della tradizione partenopea, un rito quotidiano che i napoletani ripetono da secoli senza quasi accorgersene. Ma cosa significa davvero? E perché i non napoletani, davanti a quel gesto, restano sempre un po’ spiazzati?

Cos’è la scazzamuorria

La scazzamuorria è il gesto di “fare le corna” con la mano — indice e mignolo tesi, medio e anulare chiusi dal pollice — eseguito in chiave scaramantica per allontanare la sfortuna. A differenza delle corna rivolte verso l’alto, che in area mediterranea indicano il tradimento, quelle della scazzamuorria vengono puntate verso il basso, proprio per distinguere il gesto scaramantico da quello offensivo. Si usa quando si parla di qualcosa di bello che si teme possa essere “fatto jettatore”: una vincita, un amore, un progetto, la salute di una persona cara. È una forma di protezione istintiva, un modo per dire “tocchiamo ferro” senza avere un oggetto di ferro a portata di mano.

La parola deriva dal dialetto: scazzare, cioè rompere, annullare, e muorria, la morra, l’antico gioco di mano molto amato a Napoli. L’idea è quella di “rompere la partita”, interrompere il gioco della malasorte prima che faccia il suo colpo. Una lettura che i filologi del dialetto discutono ancora, ma che rende perfettamente lo spirito del gesto: la sfortuna va fermata sul nascere, con un colpo di mano e una buona dose di ironia.

Iettatura e malocchio: la paura che ha creato il gesto

Per capire la scazzamuorria bisogna parlare della iettatura, la credenza nella sfortuna portata da certe persone. Il termine compare nel XVIII secolo e deriva dal latino iactare, “gettare”, passato attraverso il napoletano iettare: lo iettatore è colui che “getta” il malocchio, cioè la malasorte, spesso senza volerlo e senza nemmeno accorgersene. Il primo saggio sull’argomento è la Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura del giurista Nicola Valletta, pubblicata a Napoli nel 1787: un libello semiserio che inaugurò un intero filone di studi, dai Capricci sulla jettatura del 1815 agli scritti ottocenteschi di studiosi come Giuseppe Pitrè.

Curiosamente, la iettatura non è una credenza antica di origine contadina: è nata negli ambienti colti e illuministi della Napoli del Settecento, come un “compromesso” tra razionalismo e paura del destino. Era diffusa soprattutto tra le classi agiate, che la prendevano tra il serio e il faceto. Lo stesso Benedetto Croce osservò che prima della Cicalata del Valletta non si trova traccia della parola nella letteratura sulle credenze magiche: un fenomeno, insomma, modernissimo, tutto napoletano. Ed è contro questa sfortuna “borghese” e ironica che la scazzamuorria alza le sue corna.

Il cornicello: il portafortuna che non tradisce

Se il gesto delle mani è la risposta istantanea, l’oggetto simbolo della scaramanzia napoletana è il cornicello, il cornetto rosso portafortuna. Piccolo, storto, con la punta ricurva, in corallo rosso o più spesso in plastica, il cornicello è l’amuleto più diffuso della città: secondo un’indagine nazionale, è in Campania che si concentra oltre la metà degli utilizzi in Italia. Il suo significato è antichissimo: la forma richiama il corno animale, simbolo di fertilità e forza fin dal Neolitico, e il colore rosso evoca sangue e fuoco, energia vitale contro il male. La tradizione lo vuole efficace contro malocchio e iettatura: si regala, non si compra per sé, e non va mai toccato da mani altrui. Chi viaggia a Napoli lo vede ovunque: nelle gioiellerie di via Toledo, nei banchetti di souvenir e appeso agli specchietti delle auto.

La scazzamuorria nella cultura popolare

La scaramanzia napoletana è entrata nella grande cultura popolare. Il cinema l’ha resa celebre con Totò, che nella Patente (tratta da Pirandello, nel film Questa è la vita del 1954) interpreta un uomo accusato di essere uno iettatore: una delle più belle rappresentazioni dell’ambiguità tra riso e timore che circonda la jella. E il gesto delle corna ha viaggiato addirittura oltreoceano: il cantante Ronnie James Dio, padre dell’heavy metal, ha sempre raccontato di averlo imparato da sua nonna italiana, che lo usava per allontanare il male, prima di trasformarlo nel simbolo universale del rock negli anni 1980. Dalla nonna napoletana ai palchi di mezzo mondo: la scazzamuorria è forse l’unico gesto scaramantico diventato un’icona globale.

La tradizione napoletana del soprannaturale, del resto, è ricchissima: accanto alla jella convivono spiriti protettori come la Bella ‘Mbriana, la presenza benevola che veglia sulle case, e dispettosi come il Munaciello, il piccolo fantasma dei vicoli. Se la curiosità vi ha preso, su napolike.it trovate anche il tour anti-jella tra i rimedi più fantasiosi della città: la scaramanzia, a Napoli, è un patrimonio da visitare.

Come si usa oggi

La scazzamuorria non è un fossile da museo: è viva, quotidiana, istintiva. Si fa davanti a una notizia troppo bella per essere vera, quando si loda un bambino (“che bello, scazzamuorria!”), quando qualcuno racconta di un esame andato bene o di un affare riuscito. Spesso il gesto è accompagnato da formule rituali, dal semplice “tocchiamo ferro” alla frase dialettale che invoca la protezione dalla jella. E ha anche versioni “casalinghe”: toccare il ferro, battere le nocche sul legno, o i gesti più antichi legati al corpo, come toccarsi i testicoli o la mammella sinistra, che la tradizione popolare considera altrettanto efficaci. Regola d’oro: la scazzamuorria si fa sempre discretamente, quasi di nascosto, perché la sua forza sta proprio nella rapidità — la sfortuna non deve accorgersi in tempo.

Ai non napoletani, un consiglio da amico: se un napoletano fa le corna verso il basso mentre parlate di qualcosa di bello, non è un insulto. È un complimento, un gesto di protezione nei vostri confronti. Rispondere con un sorriso è la migliore delle scaramanzie.

Domande frequenti sulla scazzamuorria

Che significa scazzamuorria in napoletano?

Letteralmente “rompere la morra”: scazzare significa rompere, annullare, e muorria è la morra, l’antico gioco di mano. Il gesto vuole “interrompere il gioco” della sfortuna prima che colpisca.

Come si fa la scazzamuorria?

Si estendono indice e mignolo tenendo chiusi medio e anulare, formando un paio di corna, e si rivolge il gesto verso il basso. È la versione scaramantica delle corna, da non confondere con quella offensiva rivolta verso l’alto.

Qual è la differenza tra iettatura e malocchio?

Il malocchio è un danno intenzionale, provocato dall’invidia di chi ce l’ha con voi. La iettatura, invece, è una sfortuna portata involontariamente da certe persone, senza cattiveria: per questo, nella tradizione napoletana, lo iettatore è spesso più temuto che odiato.

Perché il cornicello è rosso?

Il rosso richiama sangue e fuoco, simboli di forza vitale e protezione. Il cornicello tradizionale è in corallo rosso, materiale che la tradizione ritiene particolarmente efficace contro il malocchio.

Il gesto delle corna dei rocker è la scazzamuorria?

Sì, nello spirito: Ronnie James Dio ha raccontato di aver imparato il gesto da sua nonna italiana, che lo usava per allontanare il male. Dal rito scaramantico napoletano è diventato il simbolo dell’heavy metal mondiale.

La scazzamuorria funziona davvero?

Nessuna prova scientifica, ovviamente: è un rito di conforto, un modo per riprendere il controllo dell’ansia. Ma a Napoli funziona eccome: soprattutto perché, come dicevano i filosofi della jella, la sfortuna colpisce chi ci crede. E chi fa la scazzamuorria, per definizione, non ci crede abbastanza da restarne vittima.


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