Raffaele Viviani: il teatro popolare napoletano tra risate e denuncia sociale
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Se chiedi in giro chi era Raffaele Viviani, molti napoletani rispondono con il nome di un teatro, non con un volto. Eppure questo attore, commediografo, musicista e poeta è stato una delle colonne della drammaturgia napoletana del Novecento, capace di far ridere e di far male nello stesso spettacolo.
Il suo teatro nasce dalla gavetta più dura: il circo, i teatrini di marionette, i café-chantant dove si cantava per cinquanta centesimi a sera. Da lì Viviani è arrivato a scrivere 67 testi teatrali, 25 adattamenti e 220 componimenti per il varietà, come certifica la voce biografica della Treccani.
La sua idea di scena era semplice e rivoluzionaria: portare in teatro la Napoli vera, quella dei vicoli, dei pescatori e dei disoccupati, senza edulcorarla. Il risultato è un repertorio che ancora oggi viene riscoperto, messo in scena e studiato.
Raffaele Viviani in breve
- Luogo: Castellammare di Stabia, 9 gennaio 1888
- Morte: Napoli, 22 marzo 1950
- Mestieri: attore, commediografo, compositore, poeta
- Opere: 67 testi teatrali, 25 adattamenti, 220 numeri di varietà
- Debutto in prosa: Teatro Umberto di Napoli, dicembre 1917, con ’O vico
Da Papiluccio al palcoscenico: l’infanzia di un artista
Raffaele Viviani nacque a Castellammare di Stabia il 9 gennaio 1888, ultimogenito di Raffaele Viviano e di Teresa Sansone. Il padre era un piccolo impresario teatrale. In famiglia lo chiamavano Papiluccio. Quel soprannome lo accompagnò per tutta l’infanzia.
Il padre forniva scene e costumi ai teatrini dei quartieri popolari di Napoli. Fu così che il bambino cominciò a passare le sere nel teatro di marionette di Porta San Gennaro, gestito da Aniello Scarpati, dove si alternavano le gesta dei paladini di Francia e i numeri comici del tenore Gennaro Trengi.
Viviani imparò a memoria tutto il repertorio di Trengi. Quando il comico si ammalò, il piccolo fu vestito con un frac da marionetta e mandato in scena per salvare l’incasso della serata. Aveva quattro anni e mezzo e il successo fu immediato: la stampa parlò di un prodigio che cantava canzoni a quell’età.
La morte del padre e gli anni della gavetta
Nel 1900 il padre morì dopo una lunga malattia e la famiglia precipitò nel bisogno. A dodici anni Viviani doveva già mantenersi e mantenere la madre e la sorella Luisella, destinata a diventare una grande attrice.
Ripartì dal gradino più basso: il circo di Don Ciccio Scritto, dove interpretava Don Nicola nella Zeza, la rappresentazione carnevalesca considerata allora l’ultima ruota del carro dello spettacolo popolare. Poi una tournée al Nord con la compagnia Bova e Camerlingo, finita male. Poi arrivò il teatro Petrella, locale di terz’ordine vicino al porto.
Proprio al Petrella arrivò il primo vero successo con Scugnizzo, testo di Giovanni Capurro su musiche di Francesco Buongiovanni. Era un cavallo di battaglia del comico Peppino Villani, ma la versione di Viviani fu talmente diversa da convincere lo stesso Villani a lasciar perdere quel numero.
Il varietà come scuola: Fifi Rino e le macchiette
Prima di diventare autore di teatro, Viviani è stato una star del varietà. Nel 1905, all’Arena Olimpia di piazza Ferrovia, creò Fifi Rino, caricatura del gagà aristocratico e dannunziano, costruita come una marionetta che canta e balla.
Il personaggio funzionò al punto da diventare un modello per altri comici, da Gustavo De Marco fino a un giovanissimo Totò. Non era una macchietta come le altre: era già una piccola drammaturgia in miniatura.
Che cos’è la macchietta
Nel varietà italiano la macchietta è un personaggio tipizzato, spesso caricaturale, costruito su un tic, un mestiere o un difetto. Si entra in scena, si fa il numero, si esce. Viviani prese questo schema e cominciò a inserirlo dentro una storia, trasformando il numero chiuso in una scena di vita.
Nel 1909 inaugurò a Roma il teatro Jovinelli insieme a Ettore Petrolini, con cui strinse un’amicizia che durò tutta la vita. Tra il 1909 e il 1912 girò anche tre film per la Cines, tra cui Amore selvaggio, pellicola restaurata dal Nederlands Filmmuseum di Amsterdam.
Nel 1912 sposò Maria Di Majo, nipote di un imprenditore del Teatro Nuovo. Da lei ebbe quattro figli: Vittorio, Yvonne, Luciana e Gaetano. Nello stesso anno recitò a Budapest, al Fewarosi Orpheum.
Nel 1916 fu invitato da Félix Mayol all’Olympia di Parigi, il tempio del café-concert francese. Nello stesso anno creò la Tournée Viviani, una troupe con cui proponeva serate complete, non solo il proprio numero: un’idea di spettacolo totale che sarebbe diventata il suo marchio.
1917: nasce il teatro d’arte napoletano
La svolta arrivò per motivi anche politici. Dopo la disfatta di Caporetto, nel dicembre 1917 il governo vietò gli spettacoli di varietà, considerati poco edificanti per i reduci. Molti artisti rimasero senza lavoro e molte compagnie si agganciarono alla prosa per sopravvivere.
Viviani fece di necessità virtù. Prese in affitto il Teatro Umberto, in via Sedile di Porto. Debuttò con ’O vico, il suo primo atto unico. Era il dicembre del 1917 e quella data segna la nascita del suo teatro.
Lo spettacolo non era una semplice commedia. Ogni serata prevedeva un atto unico recitato dalla nuova compagnia di prosa, più una serie di numeri di varietà affidati agli artisti della Tournée. Il pubblico popolare dell’Umberto ritrovava così i suoi beniamini, ma dentro una struttura nuova.
La compagnia d’arte nuova napoletana
Nel 1918 l’ensemble prese il nome di Compagnia d’arte nuova napoletana e diventò la compagnia stabile del Teatro Umberto. Per tre stagioni il teatro ospitò il repertorio di Viviani, con un ritmo di lavoro che oggi sembra impossibile: un nuovo atto unico a settimana.
Tra le innovazioni più discusse ci fu l’abolizione del suggeritore: gli attori recitavano a memoria, con prove lunghe e ripetute. Viviani voleva un’affiatamento da orchestra, in cui ogni battuta fosse accordata con le altre.
Il pubblico vide per la prima volta Napoli rappresentata strada per strada, rione per rione, con una deformazione espressiva violenta e riconoscibile. Dopo ’O vico arrivarono Tuledo ’e notte, Via Partenope, Piazza Ferrovia, Scalo Marittimo e Porta Capuana.
La tecnica dell’impasto: come scriveva Viviani
Il metodo di Viviani è la parte più interessante della sua lezione. Lui stesso lo chiamava impasto: non partiva da una trama chiusa, ma da un ambiente, da un luogo, da una folla di personaggi che conosceva.
Dentro quell’ambiente faceva vivere i tipi creati per le macchiette, cucendo intorno a loro una trama minima. Musica, parole, gesto e colore diventavano un unico tessuto, senza gerarchie tra prosa e canzone.
La tecnica dell’impasto
Viviani sceglieva un ambiente reale, per esempio un vicolo o un porto, poi ci faceva convivere personaggi diversi. La trama emergeva dalle loro relazioni, non da un intreccio preconfezionato. Per questo i suoi primi atti reggono da soli, anche senza il resto della commedia.
Questa libertà strutturale spiega perché i critici abbiano parlato di un genere Viviani, una forma autonoma di teatro dialettale che non somigliava né alla commedia borghese né al varietà. Ferdinando Taviani lo ha definito un caso unico nella storia del teatro moderno.
Il risultato era un teatro totale, in cui la prosa si fondeva con la musica, il canto e la danza. Una formula che nessuno aveva codificato prima e che Viviani tenne insieme con una disciplina ferrea.
Le opere più importanti
Il repertorio è vastissimo, ma alcune opere riassumono meglio di altre il suo percorso. Sono testi che si leggono ancora bene e che continuano a essere messi in scena.
’O vico e la Napoli dei vicoli
’O vico del 1917 è il punto di partenza. Non è un bozzetto pittoresco, ma un apologo sulla miseria: i protagonisti sono persone comuni, con destini piccoli e amari. Il vicolo non è una scenografia, è un personaggio.
La musica dei ciechi
Del 1928, La musica dei ciechi è considerata da molti il suo capolavoro. Un gruppo di ciechi suona per strada e intorno a loro si consuma un dramma di sopravvivenza: la cecità diventa metafora della condizione umana.
’A morte ’e Carnevale
Sempre del 1928, ’A morte ’e Carnevale racconta la fine del carnevale come rito collettivo e come perdita. È uno dei testi in cui il legame con la tradizione popolare è più evidente.
L’ultimo scugnizzo
L’ultimo scugnizzo, del 1932, segue la parabola di un ragazzo di strada che non trova posto nella società che cambia. È il ritratto di una Napoli che sta scomparendo sotto la spinta della modernizzazione.
La tavola dei poveri
La tavola dei poveri, del 1936, fu poi portata al cinema da Alessandro Blasetti con la sceneggiatura dello stesso Viviani. Il tema è quello di sempre: la fame, la solidarietà forzata, la dignità che resta anche quando manca tutto.
I dieci comandamenti
I dieci comandamenti, scritto tra il 1944 e il 1947 con il figlio Vittorio, è un decalogo laico in versi, prosa e musica. Mario Martone ne ha curato una presentazione nell’edizione Guida del 2000, segno di quanto il testo parli ancora al teatro contemporaneo.
Il teatro come denuncia sociale
La definizione più frequente del teatro di Viviani è “teatro sociale”. Non è una formula vuota: le sue commedie mettono in scena disoccupati, pescatori, muratori, prostitute, emigranti e famiglie che non arrivano a fine mese.
Il riso non è mai gratuito. Come scrisse Eduardo Scarpetta, il riso di Viviani “addita e scopre sempre una piaga sociale”. La battuta prepara il colpo. Il colpo arriva quando il pubblico ha già abbassato la guardia.
Questa è la differenza sostanziale rispetto alla tradizione scarpettiana. Scarpetta faceva ridere la Napoli borghese dei salotti, Viviani faceva ridere la Napoli dei bassi e poi le mostrava lo specchio. Il divertimento c’era, ma il prezzo era la verità.
Viviani e la canzone napoletana
Prima di essere commediografo, Viviani è stato un autore di canzoni. Ne scrisse 220 per il varietà, spesso partendo da un motivo canticchiato a un maestro che lo trascriveva in note: si definiva un “melodista non trascrittore”, esattamente come sarebbe stato Chaplin per il cinema.
Molti di quei numeri sono entrati nel repertorio popolare: ’O guappo ’nnammurato, ’O sapunariello, L’acquaiuolo, ’O tammurraro, Da scugnizzo a marenaro. Sono ritratti di mestieri, non canzonette sentimentali.
Nel 1905 aveva scritto per la sorella Luisella Bambenella ’e ngopp’ ’e Quartieri, una canzone ambientata nel cuore dei Quartieri Spagnoli. La sua vena musicale si intreccia con la storia della canzone napoletana, di cui fu uno degli artigiani meno celebrati e più influenti.
Tournée, cinema e gli ultimi anni
Nel 1929 Viviani partì per una tournée di sei mesi in America Latina, con tappe a Buenos Aires, Rosario, Montevideo e San Paolo. Tornò a settembre con venti scritture nei principali teatri italiani.
Nel 1934 Gino Rocca lo volle come Don Marzio nella Bottega del caffè di Goldoni, al primo festival della Biennale di Venezia. Era il riconoscimento ufficiale di un attore che fino a pochi anni prima veniva considerato solo un comico di varietà.
Alla fine degli anni Trenta il clima cambiò. L’austerità imposta dal fascismo spinse il pubblico verso il puro divertimento e il regime escluse Viviani dalle piazze più importanti. Lui non si piegò: smise di essere autore e continuò a recitare testi altrui, da Molière a Scarpetta a Petrolini.
Nel 1940 ottenne un grande successo come Felice Sciosciammocca in Miseria e nobiltà. Nella stagione 1942-43, sotto i bombardamenti, continuò a recitare nei teatri minacciati dalle bombe, tra un allarme e l’altro.
Il giorno di Pentecoste del 1945 salì sul palco per l’ultima volta, proprio con ’O vico, il testo con cui aveva esordito nel 1917. La malattia lo costrinse a fermarsi. Morì a Napoli il 22 marzo 1950.
L’eredità: il Trianon Viviani e la riscoperta
Viviani lasciò ai figli una frase diventata celebre: non beni materiali, ma un patrimonio artistico destinato a crescere nel tempo. La previsione si è avverata, anche se con qualche decennio di ritardo.
Oggi il suo teatro è raccolto nei sei volumi curati da Guido Davico Bonino, Antonia Lezza e Pasquale Scialò per Guida Editori, pubblicati tra il 1987 e il 1994. Le poesie sono state raccolte integralmente nel 2010, sempre a cura di Antonia Lezza.
Riposa nel Quadrato degli Uomini illustri del Cimitero di Poggioreale, dove la tomba è stata restaurata nel 2018. Nel 2006 il Teatro Trianon di Forcella, dove aveva recitato, è diventato a partecipazione pubblica ed è stato intitolato a lui.
Il Trianon Viviani gli dedica ancora oggi un progetto stabile, con spettacoli e letture sceniche. È il modo più diretto per capire quanto il suo teatro sociale parli ancora al pubblico napoletano.
Dove vedere il suo teatro
Il Teatro Trianon Viviani di Forcella è il punto di riferimento: programma spettacoli tratti dal repertorio vivianeo e iniziative di riscoperta. Per chi vuole leggere, i sei volumi Guida restano l’edizione di riferimento.
Perché leggere Viviani oggi
Il teatro di Viviani è scomodo. Non consola, non fa sconti, non offre una morale rassicurante alla fine dello spettacolo. Mostra la miseria senza pietismo e la dignità senza retorica.
È anche un documento storico formidabile sulla Napoli tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra: i mestieri scomparsi, i quartieri prima della speculazione edilizia, la lingua dei vicoli con le sue cadenze e i suoi silenzi.
La sua lezione è stata raccolta da una linea lunga di artisti, dalla sceneggiata napoletana fino ai cantautori che hanno mescolato tradizione mediterranea e linguaggi moderni. Roberto De Simone lo ha definito una fonte inesauribile, non un complimento di circostanza.
FAQ su Raffaele Viviani
Dove e quando è nato Raffaele Viviani?
È nato a Castellammare di Stabia il 9 gennaio 1888. All’anagrafe il suo nome era Raffaele Viviano: il cognome fu cambiato in Viviani nel 1904, perché la desinenza in “o” gli sembrava poco adatta a un artista.
Qual è la sua opera teatrale più importante?
Non esiste una risposta unica, ma la critica indica spesso La musica dei ciechi (1928) come il suo capolavoro. ’O vico (1917) è il testo che inaugura il suo teatro, mentre L’ultimo scugnizzo (1932) è il ritratto più noto della Napoli che scompare.
Perché il suo teatro si chiama “arte nuova”?
Nel 1918 Viviani ribattezzò la sua compagnia Compagnia d’arte nuova napoletana. “Arte” era la parola con cui si distingueva il teatro di ricerca dal varietà commerciale, mentre “nuova” indicava la fusione tra prosa, musica e canto che nessuno aveva ancora codificato.
Viviani ha scritto canzoni famose?
Ha firmato circa 220 componimenti per il varietà, tra cui Fifi Rino, ’O guappo ’nnammurato, ’O sapunariello e L’acquaiuolo. Molti sono ritratti di mestieri più che canzoni sentimentali.
Dove si può vedere oggi il teatro di Viviani?
Il Teatro Trianon Viviani di Forcella, intitolato a lui dal 2006, programma spettacoli e iniziative legate al suo repertorio. Per la lettura integrale dei testi l’edizione di riferimento è il Teatro in sei volumi edito da Guida tra il 1987 e il 1994.
Come è morto Raffaele Viviani?
È morto a Napoli il 22 marzo 1950, a 62 anni, dopo una lunga malattia. La sua ultima apparizione sulle scene risale al giorno di Pentecoste del 1945.
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