La sceneggiata napoletana: il teatro, il cinema e il melodramma popolare
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Canzone e dramma, musica e recitazione, risate e lacrime: la sceneggiata napoletana è uno dei generi teatrali più singolari d’Italia. Nata a Napoli tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Novecento, ha portato sui palcoscenici dei quartieri popolari storie di amore, tradimento e onore, costruite sempre intorno a una canzone di grande successo.
In questo articolo ripercorriamo la storia della sceneggiata: come è nata, quali sono i suoi personaggi fissi, quali canzoni sono diventate dei classici, come è arrivata al cinema e perché ancora oggi è considerata un esempio unico di teatro popolare.
Che cos’è la sceneggiata napoletana
La sceneggiata è un genere di spettacolo parlato e cantato, tipicamente napoletano, che alterna il canto con la recitazione e il melologo drammatico. Come spiega la Treccani, trae per lo più origine da una canzone popolare, dalla quale derivano il titolo e il tema, con pochi personaggi-maschere fissi e stilizzati.
Le rappresentazioni erano imperniate su una canzone di grande successo: attorno al tema musicale veniva costruito un testo teatrale in prosa, così che canto, ballo e recitazione finissero per fondersi in un’unica rappresentazione. Per questo la sceneggiata è stata definita una forma di spettacolo “misto”, a metà strada tra il concerto e il dramma.
Le origini: dalla canzone al palcoscenico
Il genere nasce storicamente nel primo dopoguerra, con l’obiettivo di unificare il repertorio musicale classico con il teatro. Tra le cause della sua nascita c’è anche una ragione fiscale: dopo la disfatta di Caporetto (1917) il governo italiano appesantì le tasse sugli spettacoli di varietà, giudicati frivoli e degradati, spingendo gli autori a ideare uno spettacolo “misto” per aggirarle.
I precursori della sceneggiata furono alcuni commediografi, come Altavilla, che scrissero, anche per motivi economici, commedie basate sul testo di canzoni famose come Don Ciccillo, la Fanfarra e Te voglio bene assaie.
Uno dei primi esempi è della compagnia di G. D’Alessio, che nel 1918 mette in scena Pupatella, dall’omonima canzone di Libero Bovio, legata ai temi del tradimento e della malavita. Le prime rappresentazioni sperimentali si intensificano già dal 1919 e ben presto si afferma la compagnia Cafiero-Fumo: Salvatore Cafiero veniva dal varietà, Eugenio Fumo dal teatro popolare.
Secondo la Treccani la prima sceneggiata fu Surriento gentile di Enzo Lucio Murolo (1921). Nel ventennio d’oro il genere si rappresentava soprattutto nei teatri dei quartieri popolari, come il Trianon e il San Ferdinando, dove lavorarono artisti destinati a grande fama: tra loro Nino Taranto e il “piccolo Salvatore”, che sarebbe poi diventato Mario Abbate.
I personaggi: isso, essa e ‘o malamente
I canoni della sceneggiata sono ben definiti, a partire dal trinomio dei protagonisti:
- isso (lui), detto anche “tenore”: l’eroe positivo;
- essa (lei), detta anche “prima donna di canto”: l’eroina;
- ‘o malamente: il cattivo, l’antagonista.
Anche le parti di contorno sono codificate: ‘a mamma (la seconda donna), ‘o nennillo (il piccino, di solito figlio della coppia principale) e la coppia formata da ‘o comico e ‘a comica, a cui sono destinate le canzoni del repertorio comico.
Le tematiche sono altrettanto fisse: amore, tradimento, onore e, talvolta, la malavita. Non mancano gli accenni al sociale, come nella più conosciuta delle sceneggiate, ‘O zappatore, in parte ambientata negli Stati Uniti, dove il genere ebbe un successo enorme tra gli emigranti italiani.
I poeti di compagnia e i classici del genere
Nel ventennio d’oro i cosiddetti “poeti di compagnia” rifornivano i teatri di testi a getto continuo. Tra i nomi più importanti ci sono Crescenzo Di Maio, Enzo Lucio Murolo, Oscar Di Maio, Gaspare Di Maio e Raffaele Chiurazzi.
Molti titoli sono entrati nella storia della canzone napoletana: Fenesta ca lucive (1920), Surriento gentile (1921), Santa Lucia luntana (1924), Guapparia (1925), Lacreme napulitane (1926), ‘O marenaro (1926), ‘A zingara (1928). Classici assoluti del genere sono considerati ‘O zappatore e Lacreme napulitane, legati al nome di Libero Bovio.
TIP: il titolo di una sceneggiata classica è quasi sempre anche il titolo della canzone che ne costituisce il cuore. Se una canzone napoletana del primo Novecento ha “generato” un dramma teatrale, molto probabilmente davanti a te c’è una sceneggiata.
La sceneggiata al cinema
La nascente industria cinematografica adottò immediatamente la sceneggiata. Tra il 1919 e il 1927 la Miramare Film di Emanuele Rotondo, dopo il successo di Lucia Lucì (1919, regia di Ubaldo Maria Del Colle), realizzò circa 100 pellicole, tutte di grande successo.
La cinematografia napoletana ha continuato anche dopo il 1945 a produrre film intitolati a canzoni di successo: un modello che nasce proprio dalla sceneggiata e che anche il cinema non napoletano ha poi adottato.
Il grande interprete del passaggio al cinema è Mario Merola: dal 1973, anno del film Sgarro alla camorra, interpreta numerose pellicole che lo consacrano come il “re della sceneggiata”, diffondendo il genere in Italia e nel mondo, con versioni doppiate in inglese, francese, arabo, turco e tedesco.
Il declino e il revival degli anni Settanta
Dopo il ventennio d’oro il genere perse progressivamente pubblico e cadde in disuso. Nel 1969 il solo Teatro Duemila, gestito da Giovanni Fiorenza, conservava ancora la tradizione in tutta Napoli. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta la sceneggiata conobbe però una sorta di revival: vi presero parte, come attori e cantanti, Mario Abbate ed Enzo Vitale, mentre l’autore Gaetano Di Maio ne riportava in auge i testi.
Negli anni dell’esplosione della criminalità organizzata il genere cambiò pelle e si adeguò al nuovo filone definito “della mala”, rilanciato da interpreti come Pino Mauro, Mario Merola, Mario Trevi e Carmelo Zappulla. Negli anni Ottanta la sceneggiata tornò a forme più classiche grazie a Nino D’Angelo, a Tecla Scarano e soprattutto a Merola, con le regie di Vincenzo De Crescenzo, già autore di canzoni celebri come Luna rossa.
La sceneggiata oggi
Rivalutata negli anni Settanta dalla critica come singolare esempio di teatro popolare ed epico, la sceneggiata è oggi un capitolo obbligato della storia dello spettacolo napoletano: un genere che ha trasformato la canzone in dramma e il dramma in canzone, e che ha lasciato il segno nel cinema, nella musica e nel modo stesso di raccontare Napoli.
Il suo repertorio continua a vivere nei teatri della città, a partire dai grandi palcoscenici come il Teatro Augusteo, che ospitano spettacoli musicali e teatrali legati a quella tradizione, e nelle canzoni che ancora oggi fanno parte del patrimonio della canzone napoletana.
FAQ sulla sceneggiata napoletana
Qual è la differenza tra sceneggiata e commedia napoletana?
La commedia napoletana è un testo teatrale recitato, spesso in dialetto, basato su dialoghi e personaggi più liberi. La sceneggiata è invece uno spettacolo “misto”: alterna recitazione e canto, nasce sempre da una canzone di successo da cui prende titolo e tema, e utilizza personaggi fissi e stilizzati (isso, essa, ‘o malamente).
Qual è stata la prima sceneggiata napoletana?
La questione è dibattuta tra gli studiosi. Uno dei primi esempi è Pupatella (1918), dall’omonima canzone di Libero Bovio, portata in scena dalla compagnia di G. D’Alessio. La Treccani indica però come prima sceneggiata Surriento gentile di Enzo Lucio Murolo (1921).
Chi è stato il re della sceneggiata?
Il titolo è legato a Mario Merola: dal 1973, con il film Sgarro alla camorra, ha interpretato numerose pellicole che lo hanno consacrato come il “re della sceneggiata”, portando il genere in tutta Italia e anche all’estero.
Dove si rappresentavano le sceneggiate a Napoli?
Soprattutto nei teatri dei quartieri popolari, come il Trianon e il San Ferdinando. Nel periodo di declino, nel 1969, il solo Teatro Duemila conservava la tradizione in città.
La sceneggiata esiste ancora oggi?
Il genere non ha più il peso di un tempo, ma non è scomparso: il suo repertorio viene ancora ripreso in scena, studiato come esempio di teatro popolare e ripreso dai canoni del cinema e della musica napoletana.
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