Matilde Serao: la prima grande giornalista italiana era napoletana
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«Bisogna sventrare Napoli». Quando Matilde Serao scrisse questa frase, nel 1884, aveva 28 anni e un pubblico che la seguiva già con attenzione. Oggi quella frase resta il modo più diretto per entrare nella sua opera e nella sua città.
Nata a Patrasso, in Grecia, nel 1856 e morta a Napoli il 25 luglio 1927 davanti alla scrivania su cui stava ancora lavorando, è stata la prima italiana a fondare e dirigere un quotidiano. Non una rivista per signore, non un bollettino letterario: un giornale di cronaca, politica e cultura, con una redazione, una tipografia e un bilancio da far quadrare ogni mese.
Il suo nome è legato a tre testate che hanno fatto la storia della stampa italiana. Il Corriere di Roma, il Corriere di Napoli e soprattutto Il Mattino, fondato nel 1892 insieme al marito Edoardo Scarfoglio. Poi, dopo la rottura con lui, un quarto giornale tutto suo: Il Giorno.
Una famiglia in fuga e una bambina che imparò tardi a leggere
Il padre, Francesco Saverio Serao, era un avvocato napoletano con la passione del giornalismo. Dopo il 1848 dovette lasciare la città perché ricercato come antiborbonico. In Grecia si mantenne insegnando italiano e lì conobbe e sposò Paolina Borrelly, nobile greca di origine fanariota, donna colta e decaduta che sarebbe diventata il modello della figlia.
La famiglia rientrò in Italia il 15 agosto 1860, con la caduta di Francesco II ormai annunciata. Prima tappa a Ventaroli, frazione di Carinola, dove i Serao avevano delle proprietà. Poi, all’inizio del 1861, il trasferimento a Napoli, dove il padre cominciò a scrivere per Il Pungolo.
In casa si respirava inchiostro, ma Matilde a otto anni non sapeva ancora né leggere né scrivere. Imparò durante la grave malattia della madre. Da quel momento non si fermò più. A quindici anni, senza titolo di studio, si presentò come semplice uditrice alla Scuola Normale Eleonora Pimentel Fonseca, in piazza del Gesù Nuovo. Nel 1874 arrivò il diploma magistrale.
Per tre anni lavorò come ausiliaria ai Telegrafi di Stato. Un impiego monotono, che le diede però due cose: uno stipendio per la famiglia e un intero universo di storie. Da quell’esperienza nacque anni dopo Il romanzo della fanciulla, uno dei primi libri italiani sul lavoro delle donne.
Tuffolina, Ciquita e gli altri nomi in codice
Gli esordi furono modesti. Brevi articoli nelle appendici del Giornale di Napoli, poi bozzetti e novelle firmati con lo pseudonimo Tuffolina. Nell’aprile del 1878 pubblicò sul Novelliere la novella lunga Opale. Da lì partì tutto il resto.
Nel 1882 lasciò Napoli per Roma. Per cinque anni collaborò con il Capitan Fracassa, firmandosi Ciquita e passando con disinvoltura dalla cronaca rosa alla critica letteraria. Frequentava i salotti della capitale, dove la sua risata grossa e i modi spontanei suscitavano più curiosità che ammirazione.
Nel 1883 uscì Fantasia, il libro che la rese famosa. La recensione di Edoardo Scarfoglio, sul giornale letterario Il libro di Don Chisciotte, fu feroce: la definì «come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso». Pochi anni dopo, il 28 febbraio 1885, i due si sposarono. La cronaca delle nozze la scrisse Gabriele D’Annunzio su La Tribuna, con il titolo Nuptialia.
Il ventre di Napoli: l’inchiesta che fece scandalo
Nel 1884 un’epidemia di colera travolse Napoli. La città si trovò improvvisamente al centro del dibattito nazionale, tra questione meridionale, igiene pubblica e speculazione edilizia. Serao raccolse le sue cronache in un libro pubblicato da Treves, destinato a diventare il suo testo più celebre.
Il ventre di Napoli è diviso in due parti e ogni capitolo è un pezzo di realtà: quanto guadagnano i poveri, cosa mangiano, gli altarini, il lotto, l’usura, la pietà. Non c’è pietismo, non c’è cartolina. C’è la descrizione esatta di un meccanismo che tiene milioni di persone in un equilibrio precario, insieme alla consapevolezza che la parola «risanamento» può diventare un affare per pochi.
Il piano di sventramento voluto dal governo Depretis abbatté interi quartieri per aprire strade larghe e piazze ariose. Serao lo guardò con sospetto fin dall’inizio: i fatti le diedero ragione. I poveri finirono per lo più dove erano prima, con le case nuove troppo care e le vecchie già condannate.
Il libro resta una lezione di giornalismo: nessuna fonte ufficiale, solo scale, cortili, cucine e persone. È la stessa tecnica che oggi chiameremmo reportage immersivo, applicata con mezzi che nel 1884 erano soltanto un taccuino e un paio di scarpe buone.
Da leggere. Il ventre di Napoli è fuori diritti e si trova integralmente su Wikisource. Per un’edizione commentata, la Biblioteca Universale Rizzoli lo ha ristampato nel 2012 con la prefazione di Antonio Pascale: utile per capire quanto di quella città sia cambiato e quanto no.
Il Mattino e la guerra in famiglia
Il sodalizio con Scarfoglio fu anche professionale. Nel 1885 i due fondarono a Roma il Corriere di Roma, che non decollò mai davvero e accumulò debiti. A salvarli fu l’incontro con il banchiere livornese Matteo Schilizzi, che si accollò le pendenze e li portò a Napoli.
Il Corriere di Roma chiuse il 14 novembre 1887. Il nuovo Corriere di Napoli uscì il 1º gennaio 1888, con firme come Carducci e D’Annunzio. Serao ne era l’anima operativa. La sua rubrica di costume, «Api, mosconi e vespe», firmata Gibus, diventò un appuntamento fisso.
Nel 1891 i rapporti con Schilizzi si ruppero e i coniugi lasciarono il Corriere di Napoli per fondare una testata propria. Il Mattino uscì il 16 marzo 1892 e diventò in pochi anni il quotidiano più diffuso del Mezzogiorno: cronaca rapida, titoli secchi, attenzione alla città reale.
Poi arrivò il terremoto privato. Nel 1894 la cantante Gabrielle Bessard, legata a Scarfoglio, si presentò davanti a casa della coppia e si uccise sull’uscio, dopo aver lasciato la figlia avuta da lui. Il Mattino censurò la notizia, il Corriere di Napoli la pubblicò e lo scandalo travolse la città. Matilde prese con sé la bambina e la chiamò Paolina, come sua madre.
Nel 1900 l’inchiesta del senatore Giuseppe Saredo sull’amministrazione comunale travolse anche Il Mattino, con accuse di collusione. Serao fu tirata in mezzo per un prestito sospetto, ottenuto secondo gli inquirenti in cambio di favori. Scarfoglio la difese dalle colonne del giornale e l’inchiesta si chiuse con l’assoluzione di entrambi. La coppia però si separò, con la separazione sancita dal tribunale di Napoli nel marzo 1902.
Il Giorno: il quotidiano tutto suo
Prima del quotidiano arrivò una rivista: La Settimana, fondata nell’aprile del 1902 e chiusa nel febbraio 1904. Poi, con Giuseppe Natale, avvocato e giornalista entrato nella sua vita, nacque Il Giorno, il cui primo numero uscì nel marzo 1904.
Sul primato pesa una divergenza tra le fonti. La maggior parte delle biografie la indica come prima donna italiana a fondare e dirigere un quotidiano, contando il Corriere di Roma del 1885 e poi Il Giorno. Il Dizionario Biografico Treccani è più prudente: ricostruisce una direzione affidata a Riccardo De Albertis, poi a Ettore Moschino e infine allo stesso Natale, con Serao in redazione. Resta il fatto che nessuna italiana, prima di lei, aveva avuto un ruolo paragonabile in un giornale.
Il giornale era in concorrenza diretta con Il Mattino di Scarfoglio, ma scelse un tono più pacato e raramente polemico. Funzionò: Il Giorno si conquistò un pubblico stabile. Nel 1911 Serao assunse anche la direzione del settimanale La moda del giorno.
La rubrica la accompagnò per quasi mezzo secolo, cambiando titolo lungo il percorso. Nata sul Corriere di Roma come «Api, mosconi e vespe», passò al Mattino con la stessa intestazione; dopo una causa intentata da Schilizzi per il titolo, dal dicembre 1896 diventò «Mosconi». Quarantuno anni di stessi occhi puntati sulla città.
La scrittrice: quaranta volumi e una lingua che non chiedeva permesso
Accanto al giornalismo c’è un’opera narrativa enorme, oltre quaranta volumi tra romanzi e novelle. Partita dal verismo meridionale, Serao seguì poi lo psicologismo, lo spiritualismo e il cosmopolitismo del suo tempo, senza mai abbandonare del tutto la materia napoletana.
Il paese di cuccagna, romanzo del 1891 sul mondo del lotto, fu letto e apprezzato anche all’estero. Henry James lo collocò tra le opere più significative del suo tempo, mentre Giosuè Carducci la definì «la più forte prosatrice d’Italia». Benedetto Croce, che non era generoso con i contemporanei, parlò di «fantasia mirabilmente limpida e viva».
La lingua era il suo punto debole e la sua forza. Gli studi irregolari le venivano rinfacciati. Lei non si difese mai negando: rivendicò. «Vi confesso che se per un caso imparassi a farlo, non lo farei», scrisse del suo stile rotto, convinta che proprio quell’incertezza desse calore alle pagine.
Fu anche una pioniera del giornalismo di servizio. Con lo pseudonimo Gibus pubblicò nel 1900 Saper vivere, un manuale di buona creanza che oggi si leggerebbe come un documento sociale: regole di comportamento, mode, etichetta e piccole guerre di classe nella Napoli di fine secolo.
Il Vesuvio, San Gennaro e la Napoli che crede
Nell’aprile del 1906 il Vesuvio eruttò e Serao andò sul posto. Ne nacque Sterminator Vesevo, un diario dell’eruzione scritto con la precisione di chi conosce i nomi delle strade e la paura della gente. Non è cronaca di disastro: è il racconto di una città che convive da sempre con un vicino capace di distruggerla.
Tre anni dopo pubblicò San Gennaro nella leggenda e nella vita, un’indagine sul culto del patrono che resta uno dei ritratti più lucidi della religiosità napoletana. Serao non era una devota ingenua e non era una razionalista sprezzante: osservava il bisogno di miracolo come un fatto sociale, con rispetto e senza veli.
Chi vuole capire quanto quella lettura sia ancora attuale può partire dalla storia del miracolo del sangue e dalle sue interpretazioni, raccontata in questo approfondimento su San Gennaro.
Le donne, la guerra e il Nobel sfiorato
Serao non fu una suffragetta e non amava le etichette. Collaborò però con il Giornale delle Donne, una delle principali riviste emancipazioniste dell’epoca. Usò la sua posizione per parlare di lavoro femminile, salari, istruzione e solitudine. Il suo femminismo era concreto, senza teoria e senza manifesti.
Durante la Grande guerra tenne un diario pubblicato nel 1916 come Parla una donna, cronaca quotidiana di ospedali, razionamenti e propaganda. Dopo la morte di Scarfoglio nel 1917 e quella di Giuseppe Natale nel 1926, restò sola ma non smise di scrivere.
Dalla fine del 1921 il suo nome circolò per il premio Nobel per la letteratura, che nel 1926 andò a Grazia Deledda. Il Dizionario Biografico Treccani aggiunge un dettaglio velenoso: il romanzo Mors tua non piacque a Mussolini e questo contribuì a far sfumare la candidatura. A settant’anni Serao restava comunque una delle voci più autorevoli della letteratura italiana.
La fine, davanti alla scrivania
Morì il 25 luglio 1927 nella sua casa di via Riviera di Chiaia, colpita da un infarto mentre lavorava. Aveva 71 anni e nessuna intenzione di fermarsi. È sepolta nella cappella di famiglia del cimitero di Poggioreale, a pochi passi da quella Napoli che aveva descritto per cinquant’anni.
Il Mattino esce ancora, anche se la redazione e i tempi sono altri. Restano i libri, gli articoli e un metodo: guardare la città dal basso, contare le persone invece di riassumerle, diffidare delle parole ufficiali.
Sulle sue tracce a Napoli. Il cimitero di Poggioreale conserva la cappella di famiglia, meta di lettori e curiosi. Per capire l’atmosfera della stampa napoletana tra Otto e Novecento vale una sosta al Caffè Gambrinus, il salotto dove si incrociavano giornalisti, artisti e politici di quegli anni.
Domande frequenti
Perché Matilde Serao è considerata la prima giornalista italiana?
Perché fu la prima donna in Italia a fondare e dirigere un quotidiano: il primato viene fatto risalire al Corriere di Roma, fondato con Scarfoglio nel 1885, poi confermato con Il Giorno nel 1904. Il Dizionario Biografico Treccani ridimensiona il ruolo al Giorno, dove la direzione formale era affidata ad altri. Prima di lei nessuna italiana aveva avuto un ruolo paragonabile.
Quali giornali ha fondato?
Quattro testate: il Corriere di Roma (1885), il Corriere di Napoli (1888, erede del precedente), Il Mattino (1892) e Il Giorno (1904). Collaborò inoltre con il Capitan Fracassa, il Giornale delle Donne e diverse riviste femminili.
Di cosa parla Il ventre di Napoli?
È un reportage del 1884 sulla miseria dei quartieri popolari napoletani, scritto dopo l’epidemia di colera. Racconta quanto guadagnano e cosa mangiano i poveri, il ruolo del lotto e dell’usura, la religiosità di strada. È considerato uno dei primi esempi italiani di inchiesta sociale.
È vero che fu candidata al premio Nobel?
Nel 1926 il suo nome circolò tra i candidati al Nobel per la letteratura, vinto da Grazia Deledda. La notizia è riportata da diverse fonti biografiche, mentre l’archivio ufficiale del premio non la conferma in modo univoco. Meglio parlare di candidatura discussa che di nomination certa.
Dove è sepolta e si può visitare la tomba?
È sepolta nella cappella di famiglia al cimitero di Poggioreale, a Napoli. Il cimitero è aperto al pubblico negli orari di visita, anche se l’accesso ad alcune aree storiche può essere limitato per lavori o manutenzione.
Da quale libro conviene iniziare?
Da Il ventre di Napoli, il più diretto e il più moderno. Chi preferisce la narrativa può partire da Il paese di cuccagna, che racconta la città attraverso il sogno del lotto. Entrambi sono disponibili in edizioni economiche e in versione digitale.
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