Luigi Denza e Funiculì Funiculà: la canzone della funicolare del Vesuvio diventata hit mondiale

Luigi Denza e Funiculì Funiculà: la canzone della funicolare del Vesuvio diventata hit mondiale
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Nel 1880 Napoli aveva un problema di marketing piuttosto originale: doveva convincere il mondo che salire su un vulcano attivo fosse una buona idea. La soluzione arrivò da una canzone scritta quasi per gioco, Funiculì Funiculà, che in pochi mesi fece il giro del pianeta e trasformò una funicolare in un’attrazione da Grand Tour.

La musica è di Luigi Denza, il testo di un giornalista, Peppino Turco. Non è un canto nato nei vicoli: è un pezzo d’autore, commissionato per celebrare un impianto appena inaugurato. Eppure è stata scambiata per musica tradizionale persino da Richard Strauss.

Qui c’è tutta la storia: l’albergo di Castellammare dove è nata, la macchina che saliva sul cratere, il testo verso per verso, il milione di copie vendute e la leggenda del processo che nessuno ha mai trovato.

Una canzone nata per scherzo in un albergo di Castellammare

Luigi Denza era nato a Castellammare di Stabia il 23 febbraio 1846. Entrò giovanissimo nel conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli, dove studiò armonia e contrappunto con Paolo Serrao e composizione con Saverio Mercadante. Nel 1876 provò la carta del teatro con l’opera Wallenstein, rappresentata al Teatro Mercadante con esito mediocre. Da lì in avanti si dedicò alle romanze da camera e alle canzoni, che gli diedero una fama molto più solida e duratura.

Nell’estate del 1880 era in vacanza nella sua città natale, in un albergo che la tradizione identifica con il Quisisana. Lì incontrò Peppino Turco, giornalista napoletano, anche lui in soggiorno per riposo. Fu Turco a lanciare la proposta: scrivere una canzone per la festa di Piedigrotta che celebrasse la funicolare del Vesuvio, aperta da poche settimane.

Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani la canzone nacque «quasi per scherzo». Denza scrisse la musica, Turco i versi. Il brano fu cantato per la prima volta proprio nella sala dell’albergo di Castellammare, prima di essere presentato alla Piedigrotta. La casa editrice Ricordi lo pubblicò nello stesso anno.

Vale la pena fermarsi un momento su cosa fosse la Piedigrotta: la festa settembrina di Napoli, con la processione, i carri e soprattutto il festival della canzone che per decenni fu il vero trampolino dei brani napoletani. Presentare lì un pezzo significava giocarsi tutto in una notte, davanti a una città che fischiava senza pietà.

TIP. Il primo jingle della musica italiana

Funiculì Funiculà non racconta un amore e basta: vende un biglietto. Dice che si sale «senza faticà» e descrive il viaggio come un divertimento. Nel 1880 una canzone scritta per pubblicizzare un impianto di trasporto era una novità assoluta, molto prima che esistesse la parola marketing applicata alla musica.

La funicolare del Vesuvio, il treno che saliva sul vulcano

Per capire la canzone bisogna capire la macchina che celebrava. L’idea di un impianto di risalita sul Vesuvio venne intorno al 1870 al finanziere Ernest Emmanuel Oblieght, che nel 1878 ottenne la concessione dei suoli per trent’anni. Il progetto fu redatto dall’ingegnere Olivieri: due carrozze da circa 5.000 chili l’una, tirate da cavi d’acciaio e mosse da macchine a vapore da 45 cavalli.

L’opera costò 435.000 lire, una cifra seria per l’epoca. Fu inaugurata il 6 giugno 1880, nel tardo pomeriggio, con un brindisi a cui parteciparono il senatore Piedimonte, presidente della società esercente, il sindaco di Resina e il sindaco di Napoli. Il servizio regolare per il pubblico partì quattro giorni dopo, il 10 giugno, sotto la direzione di Enrico Treiber.

Le cronache dell’epoca la descrivevano come l’unico impianto al mondo a salire su un vulcano attivo, un primato che faceva più effetto della corsa in sé. La salita era lenta, rumorosa, con le carrozze che si incrociavano a metà percorso. In cima si apriva un panorama che nessuna fotografia dell’epoca riusciva a rendere.

Il turismo prima dei selfie

La funicolare arrivò in un momento preciso: il turismo stava cambiando natura. Non era più solo il viaggio colto del Grand Tour, con i quaderni di appunti e le rovine da disegnare. Cominciava il turismo di massa, quello organizzato, con gli orari, le guide e i pacchetti. La Thomas Cook & Son, che prese in gestione l’impianto, era esattamente questo: la prima grande agenzia di viaggi del mondo.

Il Vesuvio era la meta perfetta. Si poteva vedere un cratere attivo e fumante, poi tornare in albergo per cena. La funicolare rendeva l’impresa accessibile a chi non aveva né gambe da alpinista né tempo da perdere. La canzone faceva il resto: chi sbarcava a Napoli la sentiva suonare e voleva salire.

Incendi, cavi tagliati e un’eruzione

I conti però non tornavano. Già nel 1886 Oblieght, in difficoltà finanziarie, cedette l’impianto a una società francese, che due anni dopo lo passò ai britannici. La nuova gestione rinnovò i vagoni, ma dovette fare i conti con le guide locali, che vedevano nella funicolare una concorrente: in quegli anni una stazione fu incendiata, i cavi tagliati, una carrozza spinta giù per un dirupo. John Mason Cook chiuse la questione con un accordo economico per ogni passeggero trasportato.

Nel 1904 l’impianto fu ricostruito con trazione elettrica e vagoni più capienti, dopo che una ferrovia a cremagliera aveva portato più turisti alla stazione inferiore. Poi arrivò l’eruzione del 1906: tra il 7 e l’8 aprile le stazioni, i macchinari e le due vetture finirono sepolti sotto 20-30 metri di cenere. La funicolare rinacque nel 1909, fu bloccata da una frana nel 1911 e riaprì il 3 febbraio 1912, con la stazione di monte arretrata di circa 80 metri.

L’ultimo atto è del 1944, quando il Vesuvio si risvegliò e l’impianto subì danni irreparabili. Nel dopoguerra fu rimesso in servizio alla meglio, poi nel 1953 fu sostituito da una seggiovia, che a sua volta chiuse nel 1984 perché il vento la rendeva inutilizzabile e i pullman facevano più comodo. Oggi si sale in auto o in bus fino a circa 1.000 metri e si prosegue a piedi.

Cosa dice il testo, verso per verso

Il testo di Turco è costruito come un dialogo tra innamorati. Il protagonista racconta a Nanniné di essere salito lassù, dove il vulcano «coce», brucia, ma se scappi ti lascia in pace. È una metafora amorosa elementare e funziona benissimo: il cratere come un amore che non puoi domare.

Il ritornello è la parte che tutti conoscono: «Jamme, jamme ‘ncoppa, jamme jà, funiculì, funiculà». Tradotto: andiamo, andiamo su, andiamo. «Funiculì funiculà» è un adattamento scherzoso di «funicolare», una specie di onomatopea da stornello che imita il rumore della macchina.

La seconda strofa è la più bella e la più furba. «Jamme da la terra a la muntagna», andiamo dalla terra alla montagna. Dalla cima «se vede Francia, Proceta e la Spagna», la Francia, Procida e la Spagna. Iperbole pura: dal Vesuvio quelle cose non si vedono. Il punto non è il panorama, è il verso successivo, «io veco a tte», io vedo te.

Nella terza strofa Nanniné sale davvero, si sente girare la testa, torna giù. Fine. Nessun dramma, nessuna morale. È una scenetta da cartolina, con un ritmo di tarantella in 6/8 che spinge in avanti e non lascia spazio alla malinconia.

Un dettaglio che sfugge ai più: il testo è pieno di istruzioni pratiche. Quanto si sale, cosa si vede, che si arriva senza fatica. È una brochure messa in musica, con la differenza che questa brochure si cantava per strada.

Un milione di copie e il plagio che nessuno ha mai provato

Il successo fu immediato e sproporzionato. Ricordi, secondo Treccani, vendette un milione di copie di spartito in un solo anno. Il brano fu tradotto in decine di lingue e cantato da tenori come Beniamino Gigli, Mario Lanza, Luciano Pavarotti e, più tardi, Andrea Bocelli e Il Volo. Nel 1884 un editore di New York pubblicò una versione inglese, Tra-la-la-lee, senza citare Denza: il primo di una serie lunghissima di adattamenti non autorizzati.

La parte più curiosa riguarda Richard Strauss. Nel 1886 il compositore tedesco fece un viaggio in Italia che toccò Napoli, Sorrento, Salerno e Capri. Sentì la canzone, la prese per un canto popolare tradizionale e la inserì nel quarto movimento del poema sinfonico Aus Italien, op. 16, intitolato «Vita popolare napoletana». La prima esecuzione, a Monaco il 2 marzo 1887, fu accolta male: applausi ai primi tre movimenti e fischi proprio su quello finale.

Qualche anno dopo toccò a Nikolaj Rimskij-Korsakov, che nel 1907 la usò nella sua «Canzone napoletana» convinto anche lui di maneggiare materiale popolare. Arnold Schönberg ne fece un arrangiamento per ensemble nel 1921. Il cornettista Herman Bellstedt la usò come tema per le sue variazioni Napoli.

TIP. La leggenda del processo

La storia secondo cui Denza avrebbe citato Strauss e vinto una causa per plagio è ripetuta ovunque, libri compresi. Le fonti enciclopediche più solide la definiscono però non verificata: l’uso della melodia in Aus Italien è documentato, il processo no. Raccontarla come leggenda è più corretto che spacciarla per fatto. Rende la storia migliore: una canzone nata per scherzo che finisce in tribunale senza che nessuno trovi il fascicolo.

Il punto non è chi ha copiato chi. Il punto è che un brano scritto da un autore vivo e identificabile era diventato, in sei anni, patrimonio anonimo. È il destino delle melodie troppo azzeccate: smettono di avere un padre e cominciano ad appartenere a chi le canta.

Da Napoli al mondo, perché è ancora ovunque

Denza nel frattempo si era trasferito a Londra, dove nel 1898 divenne professore di canto alla Royal Academy of Music. Morì nella capitale inglese il 27 gennaio 1922, con oltre cinquecento brani all’attivo tra romanze, canzoni e duetti. A Castellammare di Stabia gli hanno intitolato una strada, una scuola e un busto nella villa comunale.

La canzone, invece, ha continuato a viaggiare da sola. Negli Stati Uniti è entrata nel repertorio dei Grateful Dead, che la suonavano durante le pause e le accordature dei concerti, tanto da inciderne un frammento dal vivo. La Disney l’ha riadattata nel 1947 per Bongo e i tre avventurieri. In Giappone esiste una versione per bambini, Oni no Pantsu, «i mutandoni dell’orco», costruita sulla stessa melodia.

C’è poi il motivo per cui è diventata un simbolo: l’emigrazione. Tra Otto e Novecento la canzone partì con i napoletani verso l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti e la Germania, poi tornò indietro come cartolina sonora. Non è un inno patriottico. È un inno di chi parte e porta con sé un pezzo di casa, che è una cosa molto diversa e molto più difficile da scrivere.

Le funicolari che restano e come provarle

La funicolare del Vesuvio non esiste più, ma Napoli è ancora la città delle funicolari: Chiaia, Montesanto e Centrale collegano il Vomero alla parte bassa. Sono impianti di trasporto pubblico, non attrazioni per turisti. Proprio per questo valgono un viaggio: in pochi minuti si passa dai vicoli al panorama, senza code e senza biglietti salati.

Chi vuole capire come funzionava la rete ottocentesca può partire dalla storia della funicolare di Montesanto, la più antica delle tre. Per il resto del quadro musicale, la storia della canzone napoletana spiega come si è arrivati da Piedigrotta a Caruso, passando per i palcoscenici e le case editrici.

Esperienza consigliata

Per vedere la città dall’alto senza rinunciare alle funicolari, c’è un tour a piedi con guida locale che unisce il centro storico, i belvedere e la salita in funicolare. Vedi disponibilità e prenota il tour.

Domande frequenti su Funiculì Funiculà

Chi ha scritto Funiculì Funiculà?

La musica è di Luigi Denza, il testo di Peppino Turco. Fu composta nel 1880 a Castellammare di Stabia e pubblicata da Ricordi nello stesso anno.

Funiculì Funiculà è una canzone popolare tradizionale?

No. È un brano d’autore, scritto su invito di Turco per la festa di Piedigrotta. Il fatto che Strauss e Rimskij-Korsakov l’abbiano scambiata per un canto tradizionale è la prova migliore di quanto sembrasse antica.

Quando fu inaugurata la funicolare del Vesuvio?

Il 6 giugno 1880, con apertura al pubblico il 10 giugno. L’impianto fu distrutto dall’eruzione del 1944 e mai più ricostruito.

Cosa significa «funiculì funiculà»?

È una deformazione scherzosa della parola «funicolare». Il ritornello completo, «jamme, jamme ‘ncoppa, jamme jà», significa «andiamo, andiamo su, andiamo».

La funicolare del Vesuvio esiste ancora?

No. Dopo l’eruzione del 1944 fu riparata alla meglio, poi nel 1953 sostituita da una seggiovia, chiusa nel 1984. Oggi si sale fino a circa 1.000 metri in bus o in auto e si prosegue a piedi.

Strauss pagò i diritti a Denza?

Strauss usò la melodia in Aus Italien credendola popolare. La notizia di una causa vinta da Denza è molto diffusa, ma non risulta documentata: va trattata come leggenda, non come fatto storico.

Dove si può ascoltare oggi?

Le registrazioni storiche di Gigli e Mario Lanza sono le più fedeli allo stile dell’epoca. Le versioni di Pavarotti e Bocelli sono più sinfoniche. Su YouTube si trovano anche le incisioni del 1910 e i cinegiornali della funicolare.


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