Il dialetto napoletano: storia e curiosità della lingua
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Il dialetto napoletano è molto più di un modo di parlare: è una lingua viva, carica di storia, musica e ironia, capace di esprimere in poche parole interi mondi. Ma quanto ne sappiamo davvero? Dalle origini medievali al falso mito dell’UNESCO, ecco storia e curiosità della lingua napoletana.
Una lingua nata dal latino volgare
Il napoletano è una lingua romanza del gruppo italo-romanzo, attestata già dal Medioevo. Come il fiorentino sta alla base dell’italiano, così il volgare parlato a Napoli ha avuto una storia autonoma, evolvendosi dal latino volgare mescolato a influenze greche, spagnole e francesi, eredità dei tanti popoli che hanno governato la città.
Nel Medioevo i dialetti dell’Italia meridionale erano noti con il nome collettivo di volgare pugliese (“Puglia”, all’epoca, indicava gran parte del Sud). Il momento d’oro arrivò nel 1442, quando re Alfonso V d’Aragona scelse il napoletano letterario come lingua della cancelleria del Regno di Napoli, al posto del latino e in alternanza col toscano. Un riconoscimento ufficiale che durò però poco: dal 1501 e poi definitivamente dal 1554 il volgare toscano riprese il sopravvento come lingua amministrativa.
Basile, Cortese e la nascita della fiaba europea
La grande stagione letteraria napoletana coincide con il Seicento. Giambattista Basile scrisse Lo cunto de li cunti (conosciuto anche come Pentamerone, pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636): una raccolta di fiabe in napoletano che contiene la prima versione scritta occidentale di Cenerentola e che ispirò autori come Perrault e i fratelli Grimm. L’opera, tradotta in italiano da Benedetto Croce, è considerata uno dei testi fondativi della fiaba europea.
Accanto a Basile va ricordato Giulio Cesare Cortese, autore della Vaiasseide, poema eroicomico in cinque canti: insieme, i due scrittori diedero dignità artistica al napoletano, dimostrando che si poteva fare alta letteratura in volgare partenopeo.
Le parole che hanno conquistato l’italiano
Molte parole napoletane sono entrate stabilmente nell’italiano di tutti i giorni. Tra queste: guappo, scugnizzo, sfizio e tamarro, ormai usate in tutta la Penisola senza bisogno di traduzione. E che dire dei proverbi? Espressioni come “vide Napule e po’ muore” (vedi Napoli e poi muori), “chi tene ‘a salute è ricco e nun ‘o ssape” (chi ha la salute è ricco e non lo sa) o “‘o tiempo è galantuomo” (il tempo è galantuomo) raccontano una filosofia di vita fatta di ironia e saggezza popolare.
Il napoletano è poi la lingua delle mani: già nel 1832 il canonico Andrea de Jorio pubblicò La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano, considerato il primo studio sistematico al mondo sul linguaggio dei gesti.
La colonna sonora del mondo
Se il napoletano è conosciuto ovunque, il merito è soprattutto della canzone napoletana: da ‘O sole mio a Torna a Surriento, da Funiculì funiculà alle grandi interpreti e interpreti del Novecento, il repertorio partenopeo ha fatto il giro del pianeta (approfondisci con la nostra guida alla canzone napoletana). La tradizione, del resto, non si è fermata: artisti come Pino Daniele, Nino D’Angelo e, più di recente, Geolier e Liberato hanno portato il napoletano nelle classifiche e persino sul palco di Sanremo.
Lingua o dialetto? Il caso UNESCO
Da un punto di vista linguistico il napoletano ha un suo codice internazionale, ISO 639-3 “nap”, ed è parlato, secondo le stime più accreditate, da circa 7,5 milioni di persone tra Campania e regioni vicine. Non è però insegnato a scuola, e proprio per questo nel 2019 il Consiglio regionale della Campania ha approvato all’unanimità una legge per la tutela e la promozione della lingua napoletana, con l’istituzione di un comitato scientifico dedicato.
Attenzione però alla leggenda metropolitana: circola da anni la notizia che il napoletano sia stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Non è così: la lingua non risulta iscritta nella lista del patrimonio culturale immateriale. A generare confusione fu, nel 2008, la legge regionale di tutela del dialetto, raccontata da molti media come un riconoscimento internazionale. Diverso è il caso dell’arte del pizzaiuolo napoletano, iscritta davvero nel 2017 nel patrimonio immateriale UNESCO (leggi la storia della pizza napoletana e dell’UNESCO).
Il napoletano resta comunque uno dei simboli più riconoscibili della città, insieme a Pulcinella, alle leggende del Munaciello e alle tradizioni della scaramanzia partenopea: un patrimonio vivo, che si tramanda a voce, in famiglia e per strada, ogni giorno.
Domande frequenti sul dialetto napoletano
Il napoletano è una lingua o un dialetto?
Per i linguisti è una lingua romanza del gruppo italo-romanzo, con un proprio codice ISO 639-3 (“nap”) e una ricca tradizione letteraria. Nel linguaggio comune viene però chiamata dialetto, in contrapposizione all’italiano standard.
Il napoletano è patrimonio UNESCO?
No: non è iscritto nella lista del patrimonio culturale immateriale UNESCO. Si tratta di una leggenda metropolitana nata nel 2008, in occasione di una legge regionale campana di tutela del dialetto.
Quante persone parlano napoletano?
Le stime parlano di circa 7,5 milioni di parlanti, tra Campania, Lazio meridionale, Molise, Basilicata, Puglia e Calabria, oltre alle comunità di emigranti nel mondo.
Quali parole napoletane si usano in italiano?
Esempi noti sono guappo, scugnizzo, sfizio e tamarro, ormai parte del lessico italiano quotidiano.
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