Come riconoscere la vera nocciola di Avella
Immagine realizzata con IA
In pochi sanno che il nocciolo comune porta, nel suo nome scientifico, il segno di una piccola città dell’Irpinia. Si chiama Corylus avellana, e Avella, in provincia di Avellino, ha fatto della nocciola un simbolo. Qui il frutto ha una sua denominazione, una sua filiera e alcune varietà precise che lo distinguono dalle nocciole comuni. Riconoscerle davvero richiede attenzione al guscio, alla cultivar e, soprattutto, all’etichetta.
Perché la nocciola di Avella è un caso speciale
La nocciola di Avella ha un riconoscimento ufficiale, ma non è quello che molti immaginano. Non è un’IGP europea come la Nocciola del Piemonte o la Nocciola di Giffoni. È una De.C.O., cioè una Denominazione Comunale di Origine, un marchio di garanzia che il Comune assegna ai prodotti legati al proprio territorio. Una distinzione importante, perché cambia il tipo di tutela e il modo in cui il prodotto viene identificato sugli scaffali.
Il percorso è durato anni. Il Comune di Avella ha avviato l’iter con una delibera del Consiglio Comunale, la n. 53 del 29 dicembre 2017, sostenuto da un comitato tecnico-scientifico, e la definizione del marchio si è conclusa nel dicembre 2020. Da allora la dicitura “Nocciola di Avella De.C.O.” può essere attribuita alle aziende che operano nella produzione, nella lavorazione e nella trasformazione del frutto.
Cosa certifica davvero il marchio De.C.O.
Le denominazioni comunali nascono sulla base della legge n. 142 del 1990, che consente ai Comuni di valorizzare le attività agroalimentari tradizionali del proprio territorio. Il marchio De.C.O. non è una certificazione europea, ma un’attestazione comunale che lega il prodotto a un’area delimitata e a regole condivise. Nel caso della nocciola di Avella, certifica in particolare la freschezza del prodotto agricolo e la sua origine locale.
Il disciplinare indica con precisione la zona di coltivazione e le varietà ammesse. I comuni interessati sono Avella, Baiano, Sperone, Mugnano del Cardinale, Sirignano, Quadrelle e Monteforte Irpino, tutti in provincia di Avellino. È quella fascia di colline che si stende lungo la valle del Clanio e che gli abitanti chiamano, con orgoglio, terra delle nocciole.
Le cultivar da conoscere
La nocciola di Avella non è una sola varietà, ma un insieme di cultivar della specie Corylus avellana. Il disciplinare fissa le percentuali che compongono il prodotto. La Mortarella deve essere presente per almeno il 50%, seguita dalla San Giovanni, che può coprire dal 10 al 30%. Il resto è formato da varietà minori che completano il quadro e ne arricchiscono la biodiversità.
Accanto alle due cultivar principali troviamo la Camponica, la Riccia di Talanico, la Tonda Bianca, la Tonda Rossa, la Onn’Aniello, la Peluselle, la Cap’ ‘e morte e la Pall’escuppetta. Sono nomi antichi, spesso dialettali, che raccontano una selezione fatta nei campi generazione dopo generazione. Conoscerli aiuta a capire perché una nocciola di Avella non sia mai esattamente uguale a un’altra.
La Mortarella, la regina del guscio chiaro
La Mortarella deve il suo nome al latino mortarium, il mortaio usato per pestare e macinare. È una nocciola dal guscio marrone chiaro, leggermente striato, che racchiude un frutto medio-piccolo ma di elevata qualità. È particolarmente adatta alla trasformazione in paste e creme spalmabili, ed è per questo molto richiesta dall’industria dolciaria e dalla pasticceria di alto livello.
Il suo sapore è rotondo e delicato, con una nota dolce che si presta sia alla granella sia alla farina di nocciole. Chi la assaggia fresca la riconosce per il guscio sottile e per la facilità con cui si sguscia. È la varietà che, più di tutte, ha costruito la fama della nocciola avellinese sui mercati nazionali.
La San Giovanni e le varietà minori
La San Giovanni, chiamata anche Sangiovannara, condivide molte caratteristiche con la Mortarella, ma ha una forma più allungata e schiacciata. Anche il suo guscio è chiaro, e il frutto mantiene una buona qualità organolettica, che la rende adatta al consumo diretto e alla tostatura. Insieme alla Mortarella è la base della filiera locale. La sua resa è buona e, nelle annate migliori, copre una fetta importante del raccolto del mandamento.
Le cultivar minori, dalla Tonda Bianca alla Onn’Aniello, aggiungono sfumature di sapore e di forma. Non sono abbondanti, ma la loro presenza è una ricchezza, perché tiene in vita un patrimonio varietale che altrove è andato perduto. È anche grazie a questa diversità che la nocciola di Avella conserva un carattere riconoscibile e non standardizzato. Chi conosce il prodotto impara presto a distinguerle a colpo d’occhio, anche solo dalla forma del guscio.
Come riconoscere la nocciola di Avella
Il primo indizio è il guscio. Nella Mortarella è marrone chiaro, leggermente striato e tendenzialmente sottile, e racchiude un frutto di pezzatura medio-piccola, tondeggiante. Nella San Giovanni la forma è più allungata e appiattita. Chi ha l’occhio allenato distingue a colpo sicuro queste due cultivar dalle nocciole più grandi e scure che si trovano comunemente in commercio.
Il secondo indizio è il profumo, che si sente soprattutto dopo la tostatura. La tostatura della nocciola avellinese sprigiona un aroma inconfondibile e un sapore che i produttori definiscono unico e inalterato. Un frutto fresco, ben conservato, mantiene una croccantezza netta, mentre una nocciola vecchia o mal conservata tende a risultare gommosa o con un retrogusto rancido.
Controllare etichetta e origine
Il modo più affidabile per non sbagliare resta leggere l’etichetta. Il marchio “Nocciola di Avella De.C.O.” può essere usato solo dalle aziende che rientrano nel disciplinare e che lavorano il prodotto nell’area delimitata. Se sull’etichetta compare la dicitura De.C.O. con il nome di Avella, il prodotto è stato certificato e tracciato secondo le regole del marchio comunale.
Attenzione, però, a non confondere questa dicitura con un’IGP, che non esiste per la nocciola di Avella. Se un sito o una confezione parlano di “Nocciola di Avella IGP”, si tratta di un’indicazione inesatta. La tutela europea in Campania riguarda la Nocciola di Giffoni, in provincia di Salerno, che è cosa diversa e non va sovrapposta al prodotto avellinese.
Il legame antico tra Avella e il nocciolo
Secondo una tradizione ripresa da diversi autori locali, il nome scientifico Corylus avellana risalirebbe alla scelta di Linneo, che nel 1753 avrebbe legato il nocciolo alla città di Avella. Il collegamento si appoggia a fonti antiche. Macrobio, nei Saturnalia, parla della “nux abellana”, la noce di Abella, mentre Virgilio, nelle Georgiche, invita a seminare il corylus.
Va detto con onestà che si tratta di un’ipotesi suggestiva, non di un fatto certo. Il nome scientifico e la storia del frutto sono documentati, ma il passaggio diretto dal toponimo Avella alla specie botanica è una ricostruzione, e come tale va presentata. Resta però il dato di sostanza, cioè il legame profondo e antichissimo tra queste colline e la coltivazione del nocciolo.
Dalla coltura familiare alla filiera
Nella seconda metà del Novecento, nel territorio avellano si è scelto di puntare sulla coltivazione intensiva della nocciola, trasformando l’area in una zona a forte specializzazione. Oggi la provincia di Avellino è la seconda in Italia per produzione di nocciole, un primato costruito soprattutto nel mandamento baianese. Molte famiglie hanno ancora un appezzamento a nucelle e continuano a raccogliere a fine estate.
A sostenere la filiera c’è l’associazione Terrae Abellanae, nata nell’aprile del 2017 e composta da diciotto soci tra produttori, trasformatori e tecnici. Il suo lavoro è tenere insieme gli attori della corilicoltura, dalla raccolta alla trasformazione, e promuovere un prodotto che punta sulla qualità più che sulla quantità. Una rete che dà forza a un territorio fatto di piccole aziende.
Dal noccioleto alla tavola
La nocciola di Avella finisce in molti prodotti. Le creme spalmabili al cacao composte per il 45% di nocciola sono tra le più note, insieme a granella, pasta e farina di nocciole destinate a imprese dolciarie, pasticcerie e gelaterie. Il frutto presta però anche a preparazioni salate, come il Caso Moscio Avellano alle Nocciole, un pecorino a latte crudo arricchito dal gusto dolce della nocciola.
C’è poi il Pesto di Nocciole e Tartufo, che unisce due eccellenze della provincia di Avellino, la nocciola e il tartufo nero, in un condimento per primi piatti. È un esempio di come la filiera locale stia sperimentando accostamenti nuovi senza tradire la tradizione. Per chi vuole assaggiare questi prodotti dal vivo, la stagione autunnale offre diverse occasioni, a partire dalle sagra della castagna e della nocciola che si tiene ad Avella.
Il territorio, del resto, merita una visita più lunga. Con un itinerario in auto tra i borghi dell’Alta Irpinia si possono collegare Avella, i paesi della valle del Clanio e le colline del mandamento baianese, fermandosi dai produttori e nelle botteghe. In autunno, tra raccolta e sagre, questa parte d’Irpinia racconta la nocciola nel modo più diretto, cioè dal campo alla tavola.
La nocciola di Avella è IGP o De.C.O.
È una De.C.O., cioè una Denominazione Comunale di Origine, riconosciuta dal Comune di Avella con un percorso concluso nel 2020. Non è un’IGP europea. In Campania l’unica IGP della nocciola è la Nocciola di Giffoni, in provincia di Salerno.
Quali cultivar compongono la nocciola di Avella
Le due cultivar principali sono la Mortarella, presente per almeno il 50%, e la San Giovanni, dal 10 al 30%. Il resto è formato da varietà minori come Camponica, Riccia di Talanico, Tonda Bianca, Tonda Rossa, Onn’Aniello, Peluselle, Cap’ ‘e morte e Pall’escuppetta.
Come si riconosce la nocciola di Avella da quella comune
Si guarda il guscio, marrone chiaro e leggermente striato, e la pezzatura medio-piccola e tondeggiante della Mortarella, più allungata nella San Giovanni. Dopo la tostatura il profumo è intenso e caratteristico. Il controllo decisivo resta però l’etichetta con la dicitura De.C.O. e l’indicazione del comune di origine.
In quali comuni si coltiva la nocciola di Avella
L’areale del disciplinare comprende Avella, Baiano, Sperone, Mugnano del Cardinale, Sirignano, Quadrelle e Monteforte Irpino, in provincia di Avellino. È la zona della valle del Clanio, dove si concentra la produzione corilicola avellinese.
Quando si raccoglie la nocciola di Avella
La raccolta avviene tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, quando le nocciole cadono dal nocciolo. Nel territorio avellano la fine agosto e il mese di settembre sono i momenti più intensi del lavoro nei noccioleti, ancora oggi spesso condotto dalle famiglie proprietarie degli appezzamenti.
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