La Centrale Elettrica di Napoli: storia dell’elettrificazione della città
Immagine realizzata con IA
Quando si parla della centrale elettrica di Napoli si tocca una delle storie più affascinanti e meno conosciute della città: quella di una metropoli che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, è passata dai fanali a olio alle lampade elettriche, dai vicoli bui alle piazze illuminate a giorno. Una trasformazione che ha cambiato per sempre il volto di Napoli e che merita di essere raccontata passo passo.
In questo approfondimento ripercorriamo le tappe dell’elettrificazione di Napoli: le prime sperimentazioni, l’illuminazione elettrica del Teatro di San Carlo e di Piazza del Plebiscito, la nascita della SME e l’arrivo dell’ENEL. E chiariremo anche un punto spesso confuso: qual è stata davvero la prima centrale termoelettrica d’Italia.
Napoli prima dell’elettricità: fanali a olio e gas
Per secoli, dopo il tramonto, Napoli è stata una città di luci deboli e intermittenti. Fino alla prima metà dell’Ottocento le strade erano rischiarate da fanali a olio, integrati poi dall’illuminazione a gas. Il salto di qualità arrivò con il contratto del 13 dicembre 1838, stipulato tra il sindaco Giuseppe Caracciolo e la compagnia incaricata di illuminare 34 località della città con oltre 400 fanali, in parte a gas e in parte a olio.
Il vero motore del cambiamento fu però un evento drammatico: l’epidemia di colera del 1884. Per risanare i quartieri più degradati e malsani partì il grande piano del Risanamento, guidato dal sindaco Nicola Amore, in carica dal 1883 al 1887 e di nuovo nel 1888-1889. Nacquero così il corso Umberto I, le nuove piazze e la Galleria Umberto I, simboli di una città che voleva darsi un volto moderno. E la modernità, per definizione, parlava la lingua dell’elettricità.
Quando Napoli si accese: San Carlo, Plebiscito e Galleria Umberto I
Le prime luci elettriche pubbliche arrivarono a Napoli sul finire degli anni Ottanta dell’Ottocento. Secondo l’Archivio Storico Enel, nel 1890 fu particolarmente scenografica l’illuminazione di Piazza del Plebiscito con la chiesa di San Francesco di Paola, insieme alla prima illuminazione elettrica del Teatro San Carlo. Un teatro d’opera illuminato a elettricità era, per l’epoca, una vera meraviglia tecnologica.
Nello stesso periodo si accese anche la Galleria Umberto I: costruita tra il 1887 e il 1890 e inaugurata il 10 novembre 1890, era dotata di un impianto elettrico già previsto nella convenzione del 30 dicembre 1886 stipulata dal Municipio di Napoli con le imprese Esquilino di Roma e Deserti e Fantoni. La Galleria divenne così una delle vetrine più luminose della città, un luogo in cui l’elettricità non era più una curiosità scientifica ma un servizio quotidiano.
La diffusione dell’energia elettrica nelle abitazioni fu però più lenta. Per anni, nelle case napoletane, l’elettricità arriva spesso attraverso i cosiddetti contatori a gettoni, apparecchi che erogavano corrente in cambio di una moneta, sostituiti definitivamente solo dopo la Seconda guerra mondiale.
Il primato italiano spetta a Milano, non a Napoli
Negli anni si è diffusa la convinzione che la prima centrale termoelettrica d’Italia sia stata napoletana. Le fonti storiche raccontano però una storia diversa. Il primato italiano, e addirittura continentale, appartiene a Milano: la centrale di Santa Radegonda, inaugurata il 28 giugno 1883 su progetto dell’ingegnere Giuseppe Colombo.
Alimentata a carbone e basata sul sistema Edison a corrente continua, Santa Radegonda fu la prima centrale termoelettrica d’Italia e la prima dell’Europa continentale, dopo quelle di Holborn a Londra (giugno 1882) e di Pearl Street a Manhattan (settembre 1882). La sua energia illuminò dapprima i negozi attorno a Piazza del Duomo, come il Caffè Biffi e i magazzini Bocconi, poi il Teatro Manzoni e, dalla fine del 1883, il Teatro alla Scala. Milano la demolì nel 1926 per costruirvi il cinema Odeon.
Napoli, quindi, non detiene il primato nazionale. Fu però tra le prime grandi città italiane ad adottare l’illuminazione elettrica di monumenti e spazi pubblici, e seppe diventare in pochi decenni il vero cuore dell’industria elettrica del Mezzogiorno.
La SME: la società che elettrificò il Sud da Napoli
Il ruolo di Napoli nella storia dell’elettricità italiana si consolida il 20 marzo 1899, con la fondazione della SME, Società Meridionale di Elettricità. L’azienda nasce dall’iniziativa della Compagnia Napoletana di Illuminazione e Gas, della Banca Commerciale Italiana e della Società Franco Suisse di Ginevra, e stabilisce la propria sede proprio a Napoli.
La SME costruì grandi impianti idroelettrici sfruttando le correnti dei fiumi Tusciano, Tanagro e Aventino e arrivò a controllare la produzione e la distribuzione di energia in gran parte del Mezzogiorno continentale, assorbendo decine di società elettriche minori. Nel 1924 fu quotata alla Borsa di Milano e nel 1937 entrò nell’orbita dell’IRI. Per decenni, quando a Napoli si parlava di elettricità, si parlava di SME.
Dall’ENEL all’Archivio Storico di Napoli
La storia cambia pagina con la nazionalizzazione dell’industria elettrica: con la legge del 6 dicembre 1962 nasce l’ENEL, operativo dal 1 gennaio 1963, che unifica in un unico soggetto pubblico la produzione e la distribuzione dell’energia in tutta Italia. La SME, privatizzata del suo cuore elettrico, si reinventa come grande gruppo alimentare, con marchi come Cirio, Motta, Alemagna e Autogrill.
Oggi la memoria di quella lunga avventura è custodita a Napoli, dove ha sede l’Archivio Storico Enel: un patrimonio di circa 30.000 risorse archivistiche, ospitato a Napoli, che documenta oltre un secolo di elettrificazione del Mezzogiorno, dall’Ottocento fino al 1963. È una delle raccolte più importanti d’Italia sulla storia dell’energia.
Cosa resta oggi dell’elettrificazione di Napoli
Le grandi centrali ottocentesche e novecentesche non sono più attive e non tutte sono visitabili, ma l’eredità dell’elettrificazione è ancora sotto gli occhi di chi cammina per la città: le strade del Risanamento, la Galleria Umberto I, le piazze illuminate e, soprattutto, un patrimonio di archeologia industriale che racconta come Napoli sia entrata nella modernità. Per chi ama questo tipo di storia, un’altra tappa imperdibile è il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, simbolo della prima industrializzazione del Sud.
Da non perdere: se ti affascina l’epoca delle prime luci elettriche, leggi anche la storia del Teatro San Carlo, il più antico teatro d’opera d’Europa, uno dei primi edifici napoletani a essere illuminato a elettricità.
FAQ
Qual è stata la prima centrale termoelettrica d’Italia?
La centrale di Santa Radegonda, a Milano, inaugurata il 28 giugno 1883 su progetto di Giuseppe Colombo. Fu anche la prima centrale termoelettrica dell’Europa continentale, dopo quelle di Londra e New York del 1882.
Quando è arrivata l’illuminazione elettrica a Napoli?
Tra la fine degli anni Ottanta e il 1890. In quell’anno, secondo l’Archivio Storico Enel, si registrano l’illuminazione di Piazza del Plebiscito e la prima illuminazione elettrica del Teatro San Carlo. La Galleria Umberto I, inaugurata il 10 novembre 1890, ebbe fin da subito un impianto elettrico.
Che cos’è la SME e perché è legata a Napoli?
La SME (Società Meridionale di Elettricità) fu fondata a Napoli il 20 marzo 1899 e divenne il principale produttore di energia elettrica del Mezzogiorno continentale, con sede nel capoluogo campano. Nel 1924 fu quotata alla Borsa di Milano.
Quando è nata l’ENEL e cosa è successo alle società elettriche napoletane?
L’ENEL è stato istituito con la legge del 6 dicembre 1962 ed è diventato operativo dal 1 gennaio 1963, unificando tutte le società elettriche, comprese quelle attive a Napoli e nel Sud. La SME si trasformò poi in un grande gruppo alimentare.
Dove si trova l’Archivio Storico Enel?
A Napoli, in via Ponte dei Granili. Conserva circa 30.000 risorse archivistiche sulla storia dell’elettrificazione del Mezzogiorno, dall’Ottocento al 1963.
Cosa resta oggi della vecchia centrale elettrica di Napoli?
Le strutture storiche non sono quasi mai visitabili, ma la loro eredità è visibile nelle strade del Risanamento, nella Galleria Umberto I e nel patrimonio di archeologia industriale della città, documentato anche dall’Archivio Storico Enel.
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