Caro vita in Italia, i prezzi sono saliti del 24,1% dal 2021

Caro vita in Italia, i prezzi sono saliti del 24,1% dal 2021
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L’inflazione a settembre 2026 è salita al 4,2 per cento, in accelerazione dal 3,3 di agosto. È l’ultimo dato di una corsa iniziata nel 2021: da allora il costo della vita è cresciuto del 24,1 per cento. Un quarto in più che si ritrova nella spesa, nelle bollette e negli affitti, mentre gli stipendi non hanno recuperato.

Inflazione al 4,2%, perché il dato da solo non basta

L’inflazione misura l’aumento del livello generale dei prezzi calcolato dall’Istat. A settembre significa che se un anno prima servivano 100 euro per vivere, oggi ne servono 104,2. Il problema è che questo è solo l’ultimo aumento di una serie iniziata cinque anni fa, tra pandemia, guerra in Ucraina e crisi energetica legata al conflitto in Medio Oriente.

Guardare solo il dato mensile nasconde l’effetto cumulato. Da gennaio 2021 a settembre 2026 il costo della vita è salito del 24,1 per cento: gli stessi 100 euro di allora oggi valgono 124,1 euro di spesa. Il fatto che l’inflazione sia scesa rispetto ai massimi del 2022 non significa che i prezzi siano diminuiti, ma solo che continuano a salire con meno intensità.

Il carrello della spesa corre più della media

Alcune voci pesano più di altre. Il cosiddetto carrello della spesa, l’indice Istat che raccoglie cibo, detersivi e prodotti per la persona, è aumentato del 27,1 per cento dal 2021, tre punti in più dell’inflazione generale. Chi fa la spesa ogni settimana ha quindi percepito rincari superiori a quelli raccontati dalla media nazionale.

Dentro il carrello le differenze sono ancora più marcate. Alcuni ortaggi, l’olio e il caffè sono rincarati di circa il 50 per cento, mentre detersivi e prodotti per la cura della persona si fermano intorno al 10 per cento. La spesa alimentare occupa una quota più alta del bilancio delle famiglie con redditi bassi, per questo l’inflazione ha pesato in modo diseguale e più forte su chi già faceva fatica.

Casa e bollette, le voci più pesanti

La casa è l’altra spesa indispensabile. Secondo i dati di Immobiliare.it citati nell’analisi de Il Post, il prezzo medio al metro quadro degli immobili in vendita è salito del 15,8 per cento dal gennaio 2021, da 1.914 a 2.217 euro. Comprare casa costa di più anche per effetto dei mutui, passati da un tasso medio dell’1,27 per cento a gennaio 2021 al 3,56 per cento di agosto 2026.

Per gli affitti va peggio: i canoni al metro quadro sono aumentati del 35,5 per cento, da 11 a 14,9 euro al mese. Nelle grandi città come Milano, Bologna e Firenze l’aumento pesa su prezzi di partenza già elevati. A tutto questo si aggiungono le bollette di elettricità e gas, salite del 18,8 per cento dall’inizio dell’anno, con consumi più alti per chi vive in case vecchie e poco isolate.

Stipendi, il potere d’acquisto è diminuito

Mentre i prezzi salivano, gli stipendi sono rimasti indietro. Dal 2021 al primo trimestre 2026 gli stipendi nominali, quelli che si vedono in busta paga, sono aumentati del 12,3 per cento. Gli stipendi reali, cioè quelli calcolati tenendo conto del costo della vita, sono invece diminuiti del 6,1 per cento.

L’Italia è il paese europeo più indietro nel recupero del potere d’acquisto, perché parte da salari bassi e stagnanti da decenni. I dati non tengono conto dei rincari provocati dalla guerra in Medio Oriente, quindi la distanza tra prezzi e retribuzioni potrebbe allargarsi ancora. Ne abbiamo parlato anche nell’articolo su perché gli stipendi non tengono il passo dei prezzi.

Il drenaggio fiscale e i sussidi non aggiornati

L’aumento dei redditi nominali ha prodotto un effetto perverso. Sulla carta le persone guadagnano di più, quindi pagano più tasse e in alcuni casi sforano le soglie che danno diritto a detrazioni e deduzioni. È il cosiddetto drenaggio fiscale, che nel 2025 ha riportato la pressione fiscale ai massimi da dieci anni.

Molti sgravi e sussidi sono calcolati con criteri fermi da anni. La detrazione del 19 per cento per gli affitti degli studenti fuori sede, ricorda un’analisi del Sole 24 Ore, ha un massimale di 2.633 euro stabilito nel 2007 e mai aggiornato, mentre i canoni delle stanze sono saliti parecchio. Il governo Meloni ha corretto in parte il drenaggio fiscale, ma ha lasciato invariati gli scaglioni: gli aumenti sono stati compensati fino al 2025, mentre da quest’anno il problema torna a farsi sentire.

Cosa c’è dietro le proteste del fine settimana

Le manifestazioni di questo fine settimana in diverse città italiane, alcune pacifiche e altre degenerate in violenze, affondano le radici in questi numeri. Non è solo la percezione di un rincaro, ma la somma di aumenti accumulati su spesa, casa, bollette e carburanti, con salari che non seguono lo stesso ritmo. Per chi ha un reddito basso, ogni voce pesa su una quota maggiore del bilancio mensile.

Il quadro completo del paniere Istat, con i prodotti entrati e usciti nel 2026, aiuta a capire come cambia la misura dell’inflazione e quali spese considera. È un riferimento utile per leggere i prossimi dati, perché la media nazionale continua a raccontare solo una parte di quello che succede nei carrelli e nelle case.

Domande frequenti sul caro vita

Quanto è aumentato il costo della vita dal 2021?

Da gennaio 2021 a settembre 2026 il costo della vita è cresciuto del 24,1 per cento. In pratica, 100 euro di allora corrispondono a 124,1 euro di oggi, secondo i dati Istat elaborati nell’analisi de Il Post.

Quanto costa in più fare la spesa?

Il carrello della spesa è aumentato del 27,1 per cento dal 2021, contro il 24,1 per cento dell’inflazione generale. Alcuni prodotti, come ortaggi, olio e caffè, hanno registrato rincari di circa il 50 per cento.

Quanto sono aumentati gli affitti?

I canoni di affitto sono saliti del 35,5 per cento dal gennaio 2021, passando da 11 a 14,9 euro al metro quadro al mese. Nelle grandi città l’aumento è più pesante perché parte da valori già alti.

Gli stipendi sono cresciuti come i prezzi?

No. Gli stipendi nominali sono aumentati del 12,3 per cento dal 2021 al primo trimestre 2026, ma quelli reali sono diminuiti del 6,1 per cento. Il potere d’acquisto delle famiglie è quindi arretrato rispetto al costo della vita.


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