Astensionismo in Italia: perché gli italiani non votano più

Astensionismo in Italia: perché gli italiani non votano più
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Alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 è andato a votare il 63,91% degli aventi diritto: il dato più basso della storia repubblicana, con un crollo di 9 punti percentuali rispetto al 2018, il calo più ampio mai registrato tra due elezioni consecutive in Italia. In cifre assolute, su oltre 46 milioni di elettori si sono recati alle urne circa 29,4 milioni di persone: gli altri, quasi 16,6 milioni di italiani, sono rimasti a casa. Se fossero un partito, sarebbe il primo partito d’Italia, più della coalizione che ha vinto le elezioni (12,3 milioni di voti) e più del doppio della lista più votata (7,3 milioni).

Il fenomeno non è nuovo, ma la sua accelerazione è impressionante. Nel 1976, al picco della partecipazione, l’affluenza era al 93,4%. In meno di mezzo secolo l’Italia è passata dall’essere uno dei Paesi più partecipativi d’Europa a uno dei più astensionisti, e ogni tornata elettorale aggiorna il record negativo: alle elezioni europee del 2024 ha votato il 49,7%, la prima volta sotto la soglia del 50%; ai referendum dell’8 e 9 giugno 2025 il quorum non è stato raggiunto con un’affluenza ferma al 30,6%. Capire perché gli italiani non votano più significa leggere insieme i numeri delle urne, i sondaggi sulla fiducia nelle istituzioni e una storia politica che, da Tangentopoli ai social network, ha cambiato il rapporto tra cittadini e politica.

In questo approfondimento ricostruiamo il fenomeno dell’astensionismo in Italia con i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, le analisi degli studi elettorali (CISE, ITANES) e le rilevazioni sulla fiducia (Eurispes, Eurobarometro), per capire chi non vota, perché non vota e cosa significa per la salute della democrazia italiana.

Cos’è l’astensionismo e come si misura

L’astensionismo è il fenomeno per cui una parte degli aventi diritto al voto non partecipa a una consultazione elettorale. Si misura come complemento dell’affluenza: se l’affluenza è la percentuale di elettori che si reca alle urne, l’astensione è la percentuale di chi non vota, per scelta o per impossibilità. Alle politiche del 2022, con un’affluenza del 63,91%, l’astensione è stata del 36,09%: più di un elettore su tre.

Gli studiosi distinguono tra astensionismo strutturale e astensionismo congiunturale. Il primo è quello radicato nel tempo: persone che non votano da sempre o quasi, concentrate in certe aree geografiche e in certe fasce sociali, e che rappresentano una quota stabile del corpo elettorale. Il secondo è quello che dipende dal contesto: la delusione per una singola elezione, una campagna poco coinvolgente, il voto percepito come inutile o scontato. La distinzione è importante perché spiega perché l’affluenza oscilli tra un’elezione e l’altra, ma anche perché, negli ultimi decenni, non sia mai più tornata ai livelli del passato: alla base c’è una componente strutturale cresciuta nel tempo.

Va poi tenuto conto di un dettaglio tecnico spesso trascurato: l’affluenza si calcola sugli elettori iscritti alle liste elettorali, che non coincidono con la popolazione residente. Non votano solo gli astenuti in senso stretto: ci sono gli italiani all’estero, gli iscritti all’AIRE che votano per corrispondenza, i cittadini che non hanno rinnovato la tessera elettorale e quelli che si sono trasferiti senza aggiornare la residenza. Il dato dell’affluenza, insomma, è il risultato di una serie di meccanismi amministrativi oltre che di scelte individuali, e va letto con questa consapevolezza.

Astensione, schede bianche e schede nulle: la differenza
L’astensione è chi non va a votare. La scheda bianca è chi va al seggio ma consegna la scheda senza segni: il voto è comunque espresso, ma non vale per nessuna lista. La scheda nulla è chi va al seggio e consegna una scheda non valida, per errore o deliberatamente. Ai fini della partecipazione, chi vota bianco o nullo risulta tra i votanti, quindi alza l’affluenza; ai fini del risultato, però, il suo voto non conta. È il motivo per cui, in Italia, la “protesta” si esprime spesso con l’astensione e non con il voto nullo, a differenza di quanto accade in altri Paesi.

La serie storica: dal 93% degli anni Settanta al 63,9% del 2022

La storia della partecipazione elettorale in Italia è una lunga discesa, con qualche plateau e un’accelerazione negli ultimi quindici anni. Dal 1948 al 1976, per quasi trent’anni, l’affluenza alle elezioni politiche non è mai scesa sotto il 92%: si votava in massa, in un Paese uscito dalla guerra che viveva la politica come una questione di appartenenza, quasi di identità. Il picco storico è stato toccato nel 1976, con il 93,4%, nelle elezioni che videro lo scontro ravvicinato tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista.

La discesa comincia lentamente alla fine degli anni Settanta e prosegue per tutti gli anni Ottanta, ma resta dentro un range alto: 91,0% nel 1979, 88,6% nel 1987. È dopo il 1992, con la crisi di Tangentopoli e il crollo dei partiti della Prima Repubblica, che il calo diventa strutturale: 86,1% nel 1994, 82,5% nel 1996, 81,4% nel 2001, 80,5% nel 2008. Nel 2013 l’affluenza scende sotto l’80% per la prima volta nella storia repubblicana, con il 75,2%, e da lì la discesa accelera: 72,9% nel 2018, 63,91% nel 2022.

La serie completa racconta meglio di qualsiasi commento la dimensione del fenomeno:

  • 1948: 92,2%, le prime elezioni della Repubblica, vinte dalla Democrazia Cristiana;
  • 1976: 93,4%, il record assoluto di partecipazione;
  • 1979: 91,0%, l’inizio della lenta discesa;
  • 1987: 88,6%, ancora sopra la soglia simbolica del 90% solo per pochi punti;
  • 1994: 86,1%, le prime elezioni dopo Tangentopoli, con il nuovo sistema maggioritario;
  • 2001: 81,4%, il bipolarismo che si consolida ma la partecipazione che cala;
  • 2008: 80,5%, ultima volta sopra l’80%;
  • 2013: 75,2%, prima volta sotto l’80%, con l’irruzione del Movimento 5 Stelle;
  • 2018: 72,9%, nuovo minimo storico, il M5S diventa il primo partito con il 32,7%;
  • 2022: 63,91%, il crollo: meno 9 punti in quattro anni, il calo più grande della storia repubblicana.

Ogni tappa ha la sua spiegazione. La lunga stabilità degli anni Cinquanta e Sessanta è il frutto della “Repubblica dei partiti”: partiti di massa con milioni di iscritti, che organizzavano la vita sociale, il lavoro, il tempo libero, e che trasformavano il voto in un rito di appartenenza. Il crollo degli anni Novanta coincide con la fine di quel mondo: Tangentopoli, lo scioglimento di Democrazia Cristiana e Partito Socialista, la nascita di nuovi partiti personali. Da allora la partecipazione non si è più ripresa, perché è venuto meno ciò che la sosteneva: il legame organizzativo e identitario tra cittadini e forze politiche.

L'affluenza alle elezioni politiche in Italia dal 1948 al 2022

Chi resta a casa: il ritratto dell’astensionismo italiano

L’astensionismo non è distribuito uniformemente sul territorio: è un fenomeno fortemente geografico. Alle elezioni del 2022, secondo le elaborazioni del CISE su dati del Ministero dell’Interno, hanno votato di più le regioni settentrionali: Emilia-Romagna al 72,0%, Veneto al 70,2%, Lombardia al 70,1%. Molto meno il Mezzogiorno: Calabria al 50,8%, Sardegna al 53,2%, Campania al 53,3%. Nel Sud, considerato nel suo insieme, ha votato il 57,4% contro il 68,2% del 2018: in una sola elezione sono andati persi oltre dieci punti di partecipazione, con i crolli più profondi in Molise (-15,1 punti), Campania (-14,9) e Calabria (-12,9).

Il dato regionale si intreccia con quello sociale. In tutte le democrazie europee la partecipazione cresce con l’età, e in Italia il divario generazionale è tra i più marcati: votano molto più gli anziani che i giovani, molto più chi ha un’occupazione stabile e un titolo di studio alto che chi è ai margini del mercato del lavoro. I dati del 2022 hanno mostrato anche un altro elemento: nelle aree in cui l’astensione è già alta, il calo è stato più violento, come se la rinuncia al voto fosse diventata un’abitudine che si trasmette e si rafforza, generazione dopo generazione.

C’è poi la dimensione del voto amministrativo e referendario, dove l’astensionismo è ancora più precoce. Alle regionali in Sicilia del 2022 ha votato meno della metà degli aventi diritto: l’astensionismo, con la maggioranza assoluta dei potenziali elettori, ha superato tutte le liste. Ai referendum dell’8 e 9 giugno 2025, quelli su cittadinanza e lavoro, l’affluenza è stata del 30,6%, lontanissima dal quorum del 50%: il “partito del No” ha vinto senza nemmeno bisogno di fare campagna, perché a decidere è stata la scelta di non andare a votare. È la dimostrazione più netta di come, in Italia, la partecipazione si riduca man mano che ci si allontana dalle elezioni politiche nazionali.

Affluenza 2022 per regione: il divario Nord-Sud

La crisi della Repubblica dei partiti: la storia che spiega il presente

Per capire l’astensionismo di oggi bisogna partire da ciò che è crollato ieri: la “Repubblica dei partiti”, la formula con cui gli studiosi descrivono il sistema politico italiano dal 1948 al 1992. In quella fase la politica non era un’attività che si esercitava solo ogni cinque anni: i partiti di massa, prima fra tutti Democrazia Cristiana e Partito Comunista, avevano sedi in ogni paese, organizzazioni giovanili, sindacati, cooperative, giornali, e gestivano l’accesso al lavoro e ai servizi in molte aree del Paese. L’iscrizione a un partito si contava in milioni di tessere, e la partecipazione elettorale era la conseguenza naturale di un’identità politica radicata, trasmessa in famiglia e nella comunità.

Quel mondo è imploso tra il 1992 e il 1994. L’inchiesta di Mani Pulite portò alla luce il sistema di finanziamento illecito dei partiti, Tangentopoli travolse la classe dirigente della Prima Repubblica, e i partiti storici si dissolsero: la Democrazia Cristiana si sciolse, il Partito Socialista scomparve, il Partito Comunista si era già trasformato. Nel giro di pochi mesi gli italiani si ritrovarono senza i riferimenti politici di mezzo secolo. Il referendum del 18 aprile 1993, lo stesso che abrogò il sistema proporzionale, eliminò anche le sanzioni previste per chi non votava: da quel momento l’articolo 48 della Costituzione, che definisce il voto un “dovere civico”, non fu più accompagnato da alcuna conseguenza per gli astenuti.

La Seconda Repubblica è nata da questa frattura, ma non ha mai ricostruito il legame organizzativo tra cittadini e partiti. I partiti che l’hanno abitata sono stati più leggeri, più personali, più dipendenti dai media e dalla televisione: da Forza Italia, fondata nel 1994 da Silvio Berlusconi, al Movimento 5 Stelle, nato nel 2005 come movimento online di Beppe Grillo. La partecipazione di massa ha lasciato il posto a una partecipazione intermittente, e il calo dell’affluenza è proseguito anche nelle fasi di maggiore stabilità di governo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la fine della Repubblica dei partiti non ha prodotto più partecipazione, ma meno, perché nessuna nuova forma organizzativa ha sostituito quella che era stata spazzata via.

A complicare il quadro c’è il contesto europeo e globale: la fine della contrapposizione tra blocco occidentale e blocco sovietico ha svuotato la politica italiana di una delle sue grandi ragioni di mobilitazione, e la globalizzazione ha ridotto i margini di manovra delle politiche nazionali. Quando le decisioni che contano sembrano prese altrove, dai mercati o dalle istituzioni europee, il voto nazionale perde valore percepito. Non è una scusa, è un meccanismo che la sociologia politica documenta in tutte le democrazie mature: la partecipazione elettorale tende a calare quando cala la percezione che il voto possa cambiare le cose.

Sfiducia e disintermediazione: perché il voto non convince più

La causa più immediata dell’astensionismo è la sfiducia, e i numeri sono impietosi. Nel Rapporto Italia 2024 dell’Eurispes solo il 33,6% degli italiani dichiarava fiducia nel Parlamento (i delusi erano il 58%), il 36,2% nel governo (gli sfiduciati il 55,4%) e appena il 29,8% nei partiti, uno dei pochissimi istituti in calo rispetto all’anno precedente, quando si fermava al 32,5%. Nello stesso sondaggio, però, la fiducia nel presidente della Repubblica raggiungeva il 60,8%, quella nei carabinieri il 68,8% e quella nei vigili del fuoco l’84,1%: gli italiani non hanno smesso di fidarsi delle istituzioni in generale, hanno smesso di fidarsi di quelle politiche, partiti, Parlamento, governo, che sono proprio quelle che si scelgono con il voto.

Il paradosso italiano emerge con chiarezza dall’Eurobarometro Standard dell’autunno 2024: il 51% degli italiani si fida dell’Unione europea e il 56% del Parlamento europeo, mentre solo un italiano su tre ripone fiducia nel Parlamento nazionale. I cittadini, insomma, si fidano più di Bruxelles che di Roma, e più delle forze dell’ordine che degli eletti. È una combinazione esplosiva per la partecipazione: se la politica nazionale è percepita come inaffidabile, e quella europea come distante, il voto perde entrambe le sue ragioni, la vicinanza e la rilevanza.

A questa sfiducia si è aggiunta la disintermediazione. I social network hanno permesso ai leader politici di parlare direttamente ai cittadini, senza passare dai partiti, dai giornali, dalle sedi e dai militanti: il rapporto tra elettore e leader è diventato immediato, ma anche liquido. Si segue il leader, non il partito; si condivide un post, ma non si fa più la tessera; si partecipa a una campagna permanente online, ma il giorno delle elezioni il collegamento si spezza. Il Movimento 5 Stelle ne è stato l’esempio più compiuto: cresciuto attraverso il blog e la rete, ha raccolto il 25,6% nel 2013 e il 32,7% nel 2018, prima di sfaldarsi di fronte alle difficoltà del governo, proprio perché privo di quella struttura organizzativa che nei partiti di massa assicurava continuità e appartenenza.

C’è infine la dimensione della percezione economica. Secondo l’Eurobarometro dell’autunno 2024, solo il 32% degli italiani valutava positivamente la situazione dell’economia nazionale, contro il 39% della media europea, e il 51% si dichiarava soddisfatto del funzionamento della democrazia, in calo di dieci punti rispetto al 61% dell’inverno 2022-2023. Quando la vita quotidiana peggiora, e quando la politica nazionale sembra incapace di incidere su di essa, l’astensione diventa la forma più semplice di protesta: non un rifiuto della democrazia, ma un giudizio sulla sua capacità di produrre risultati. Le condizioni dei conti pubblici, del resto, condizionano ogni promessa elettorale: un Paese che spende ogni anno decine di miliardi solo per gli interessi sul proprio debito pubblico ha margini ridotti per rispondere alle domande dei cittadini, e la percezione di questa impotenza alimenta l’astensione. Il Rapporto Censis 2025 fotografa il punto di arrivo di questa evoluzione: gli italiani, secondo l’istituto di ricerca, non credono più ai partiti, e quasi un cittadino su tre dichiara che le autocrazie sarebbero più adatte ai tempi.

Cos’è la disintermediazione
La disintermediazione è la rimozione degli intermediari tra due soggetti. In politica indica il fenomeno per cui i leader comunicano direttamente con i cittadini attraverso i social network, senza passare dai canali tradizionali: partiti, sezioni, giornali, dibattiti pubblici, militanti. Ha democratizzato l’accesso alla parola pubblica, ma ha anche indebolito le organizzazioni politiche, che prima formavano l’opinione, selezionavano i candidati e mobilitavano gli elettori. Il risultato è una politica più personale e più volatile: i rapporti si costruiscono e si rompono in fretta, e l’appartenenza che teneva alta la partecipazione elettorale non esiste più.

L’Italia e l’Europa a confronto

L’astensionismo italiano non è un fenomeno isolato: in tutta Europa la partecipazione elettorale è in calo da decenni. Ma l’Italia si distingue per la velocità e la profondità del crollo. Secondo l’analisi del CISE della Luiss, il calo di 9 punti registrato nel 2022 è tra i dieci maggiori crolli di affluenza in Europa occidentale dal 1945, e colloca l’Italia al sestultimo posto tra i venti Paesi dell’Europa occidentale per partecipazione alle elezioni politiche.

Il confronto con gli altri grandi Paesi europei è impietoso: alle loro più recenti elezioni politiche ha votato il 76,6% in Germania (2021), il 67,3% nel Regno Unito (2019) e il 66,2% in Spagna (2019), contro il 63,9% dell’Italia (2022). L’unico grande Paese con un dato peggiore è la Francia, ferma al 47,5% alle elezioni legislative del 2022, ma lì le legislative sono storicamente vissute come elezioni di “secondo ordine” rispetto alle presidenziali, che invece mobilitano oltre il 70% degli elettori. In Italia le elezioni che contano sono proprio le politiche, e il dato italiano resta comunque tra i più bassi d’Europa.

Il confronto si fa ancora più netto guardando alle europee del 2024: in Italia ha votato il 49,7%, sotto la media dell’Unione europea del 50,7%, e per la prima volta nella storia delle europee italiane la partecipazione è scesa sotto la metà degli aventi diritto. È un segnale che va oltre il singolo appuntamento: le elezioni europee, che in molti Paesi mobilitano meno delle nazionali, in Italia non riescono più a fungere da “elezione di richiamo”, e il voto amministrativo è in condizioni ancora peggiori. La forbice con il resto d’Europa si sta chiudendo, ma nella direzione sbagliata: non perché gli altri votino meno, ma perché l’Italia vota sempre di meno e sempre più in fretta.

Italia ed Europa a confronto: affluenza e fiducia

Le conseguenze: quando a decidere è una minoranza

L’astensionismo non è un problema astratto di statistiche: cambia la qualità della democrazia. Il primo effetto è sulla rappresentatività. Alle elezioni del 2022 la coalizione vincente ha ottenuto il 43,79% dei voti validi, ma quei voti rappresentano circa un avente diritto su quattro: su oltre 46 milioni di elettori, la maggioranza parlamentare è stata scelta da circa 12,3 milioni di persone. In pratica, un governo che ha ottenuto la fiducia del Parlamento può essere stato votato da una minoranza del Paese, e questo alimenta a sua volta la sfiducia, in un circolo vizioso: meno si vota, meno il voto appare in grado di decidere, meno si vota.

Il secondo effetto è sul comportamento dei partiti. Quando l’elettorato attivo si restringe, la competizione politica si sposta verso i “nuclei duri”, gli elettori più fedeli e ideologizzati, e i programmi diventano più radicali e meno orientati al compromesso. È il paradosso dell’astensionismo: chi resta a casa non viene ascoltato, e chi viene ascoltato è chi vota comunque, spesso il più polarizzato. Le coalizioni finiscono così per parlare ai propri elettorati di riferimento invece che al Paese, e le campagne elettorali somigliano sempre più a operazioni di mobilitazione della base e sempre meno a tentativi di convincere gli indecisi.

Il terzo effetto è istituzionale: gli strumenti di democrazia diretta si inceppano. Il quorum del 50% previsto per i referendum abrogativi, pensato per garantire che l’abrogazione di una legge rispecchi la volontà della maggioranza del corpo elettorale, è diventato nella pratica un ostacolo quasi insormontabile: ai referendum dell’8 e 9 giugno 2025, su temi come la cittadinanza e il lavoro, l’affluenza si è fermata al 30,6%, e il risultato è stato deciso da chi non è andato a votare. Quando anche gli strumenti di partecipazione diretta falliscono per mancanza di partecipazione, il messaggio che passa è che la politica, in tutte le sue forme, non appartiene più ai cittadini.

Infine, c’è la questione democratica in senso più ampio. L’astensionismo diffuso non significa che gli italiani siano contro la democrazia: le stesse rilevazioni mostrano un attaccamento di fondo al sistema democratico e alle sue istituzioni di garanzia. Ma una democrazia in cui un terzo dell’elettorato non partecipa è una democrazia più fragile, più esposta alla disillusione e alle promesse estreme, e più difficile da difendere quando qualcuno ne contesta le regole. Il dato del Censis 2025, secondo cui quasi un italiano su tre ritiene le autocrazie più adatte ai tempi, va letto proprio in questa chiave: non come una conversione autoritaria, ma come il sintomo di una sfiducia che, se non affrontata, può erodere le fondamenta del sistema.

Si può invertire la tendenza?

Non esistono ricette miracolose, ma la letteratura sugli studi elettorali e le esperienze degli altri Paesi indicano alcune strade. La prima è ridurre i costi del voto: orari di apertura dei seggi più lunghi, voto nei giorni festivi, voto anticipato, voto per corrispondenza esteso. In Italia un primo passo è stato fatto con il voto dei fuori sede, introdotto in via sperimentale per le elezioni europee del 2024: ha permesso a centinaia di migliaia di studenti e lavoratori lontani dal proprio comune di votare senza tornare a casa, e ha dimostrato che quando il voto diventa più semplice, la partecipazione risponde.

La seconda strada è riavvicinare la politica ai territori: primarie, bilanci partecipativi, assemblee pubbliche, strumenti di democrazia deliberativa. Le esperienze di partecipazione locale, in Italia e all’estero, mostrano che quando i cittadini vedono che la loro voce produce effetti concreti, la fiducia cresce e il voto torna a essere percepito come utile. Allo stesso modo, la educazione civica, rafforzata nelle scuole, può ricostruire nel tempo quella cultura della partecipazione che la fine della Repubblica dei partiti ha disperso: le nuove generazioni non hanno mai conosciuto la politica di massa, e nessuno ha insegnato loro perché votare.

La terza strada è la più difficile: rigenerare la rappresentanza. L’astensionismo è prima di tutto un problema di offerta politica, non di domanda: se i partiti sono percepiti come distanti, inaffidabili e autoreferenziali, gli elettori non tornano alle urne nemmeno con seggi aperti tutto il giorno. Servono regole che rendano i partiti più trasparenti, dalla selezione dei candidati ai finanziamenti, e una classe dirigente che consideri la partecipazione una priorità e non un dato scontato. Finché il dibattito politico continuerà a rivolgersi solo ai propri elettori, l’astensione resterà la prima forza del Paese, e ogni elezione sarà decisa da una parte sempre più piccola degli italiani. Il prossimo appuntamento elettorale, con il calendario delle elezioni del 2027 già in agenda, dirà se la tendenza è cambiata o se il record negativo del 2022 era solo l’inizio di una discesa più lunga.

FAQ: domande frequenti sull’astensionismo in Italia

Perché gli italiani non votano più?
Per un insieme di cause: la sfiducia verso partiti, Parlamento e governo (solo il 33,6% degli italiani si fida del Parlamento secondo Eurispes 2024), la fine della Repubblica dei partiti e delle organizzazioni di massa che mobilitavano gli elettori, la disintermediazione dei social che ha reso il rapporto con la politica più personale ma meno radicato, e la percezione che il voto non cambi le cose, anche per il peso di decisioni sempre più europee e globali.

Qual è il minimo storico di affluenza alle elezioni politiche?
Il 63,91% delle elezioni del 25 settembre 2022, con un calo di 9,03 punti rispetto al 72,93% del 2018, il più grande mai registrato tra due elezioni consecutive nella storia repubblicana. Prima del 2022 il minimo storico era il 72,93% del 2018.

Quanti italiani non hanno votato alle elezioni del 2022?
Su oltre 46 milioni di elettori iscritti nelle liste, hanno votato circa 29,4 milioni di persone. Gli astenuti sono stati quasi 16,6 milioni, pari al 36,09% del corpo elettorale: più dei voti raccolti dalla coalizione vincente (12,3 milioni).

Dove si vota di meno in Italia?
Nel Mezzogiorno. Alle elezioni del 2022 l’affluenza più bassa è stata in Calabria (50,8%), seguita da Sardegna (53,2%) e Campania (53,3%), mentre le regioni più partecipative sono state Emilia-Romagna (72,0%), Veneto (70,2%) e Lombardia (70,1%). Al Sud si vota in media 10 punti percentuali in meno che al Nord.

I giovani votano meno degli anziani?
Sì. In tutte le democrazie la partecipazione cresce con l’età, e in Italia il divario generazionale è tra i più ampi d’Europa: gli over 65 votano molto più dei giovani tra i 18 e i 34 anni. È una delle ragioni per cui l’astensionismo è destinato a crescere, dato che le coorti più giovani, abituate a non votare, sostituiranno progressivamente quelle più anziane.

In Italia il voto è obbligatorio?
No. L’articolo 48 della Costituzione definisce il voto un dovere civico, ma dal referendum del 18 aprile 1993 non esistono più sanzioni per chi non vota: prima di quella data gli astenuti senza giustificato motivo venivano iscritti in un elenco dei non votanti esposto all’albo del proprio comune per cinque anni.

L’astensionismo italiano è in linea con quello europeo?
No, l’Italia è tra i Paesi con la partecipazione più bassa dell’Europa occidentale, al sestultimo posto tra i venti Paesi dell’area per affluenza alle elezioni politiche. Il calo di 9 punti del 2022 è tra i dieci maggiori crolli di affluenza in Europa occidentale dal 1945, e alle europee del 2024 l’Italia (49,7%) è scesa sotto la media UE (50,7%) per la prima volta.

Cosa si può fare per far tornare gli italiani al voto?
Le misure più discusse sono la riduzione dei costi del voto (seggi più aperti, voto anticipato, voto dei fuori sede già sperimentato alle europee 2024), il rafforzamento dell’educazione civica, gli strumenti di partecipazione diretta come primarie e bilanci partecipativi, e soprattutto la rigenerazione dell’offerta politica: partiti più trasparenti, più radicati nei territori e capaci di parlare anche a chi oggi non vota. Senza una risposta sul piano della fiducia, nessuna riforma tecnica basterà.


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