Cosa sono le anime pezzentelle di Napoli e perché si veneravano

Cosa sono le anime pezzentelle di Napoli e perché si veneravano
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Nel sottosuolo di Napoli riposano decine di migliaia di resti senza nome, vittime di pestilenze, carestie e povertà. A queste anime dimenticate, prive di una famiglia che pregasse per loro, è dedicato uno dei culti più singolari della città, quello delle anime pezzentelle. Non santi, non reliquie riconosciute, ma teschi anonimi scelti e accuditi come se fossero parenti. Ecco cosa sono e perché venivano venerate.

Cosa sono le anime pezzentelle

Con l’espressione anime pezzentelle si indicano le anime dei defunti anonimi, abbandonati e senza nome, quelli che non avevano ricevuto una sepoltura degna né avevano qualcuno che si ricordasse di loro. Erano i morti delle fosse comuni, delle grandi epidemie e delle famiglie più povere, scomparsi dalla memoria collettiva.

La parola pezzentella nasce da pezzente, termine che indica chi è povero e chiede l’elemosina. La radice è il latino petere, cioè chiedere per ottenere. L’anima pezzentella è quindi, alla lettera, un’anima che chiede: chiede preghiere, cure e un po’ di conforto per lasciare il Purgatorio. È un nome che dice insieme povertà e attesa di aiuto. Nel linguaggio comune napoletano l’espressione è entrata anche nei modi di dire. Dire che qualcuno sembra “n’anema pezzentella” significa vederlo sciupato e bisognoso, come un’anima che aspetta ancora la sua pace.

Perché venivano venerate

Il motivo della venerazione sta nella dottrina del Purgatorio. Le anime che vi si trovano non sono dannate, ma devono purificarsi prima di raggiungere il Paradiso, e le preghiere dei vivi possono aiutarle in questo cammino. Dedicarsi a un’anima abbandonata diventava così un’opera di pietà, tanto più preziosa quanto più quella anima era sola.

In cambio della cura ricevuta, il devoto chiedeva protezione e grazie. Si instaurava un rapporto di reciproco aiuto, fatto di preghiere, lumini, fiori e piccoli doni da una parte, e di favori, guarigioni e consigli dall’altra. È il cuore del culto, quello che gli studiosi definiscono uno scambio devozionale tra vivi e morti.

Per i napoletani, adottare un’anima senza nome significava dare una famiglia a chi non l’aveva più. In una città che aveva perso intere generazioni nella peste del 1656 e nel colera dell’Ottocento, il culto dell’anonimo diventava il culto dell’antenato perduto. Chi vuole vedere da vicino questo mondo può partire dalla storia del Cimitero delle Fontanelle e delle sue anime pezzentelle.

Come si venerava un’anima pezzentelle

Il primo passo era l’adozione di una capuzzella, un teschio anonimo custodito in una chiesa o in un ossario. Il devoto lo sceglieva, spesso in base a un’ispirazione o a un sogno, e se ne prendeva cura. Lo puliva, lo ornava, gli dedicava preghiere e vi accendeva davanti un lume. Il gesto centrale era il refrisco, il refrigerio: offrire all’anima un po’ di sollievo dalle sue pene con fiori, acqua, olio, lumini e preghiere. Nelle nicchie comparivano anche oggetti personali, rosari e biglietti con messaggi e richieste, infilati tra le pieghe dei cuscini su cui riposavano i teschi.

La scarabattola e la cucina di famiglia

Le anime più venerate ricevevano una scarabattola, una piccola teca in legno con il fondo dipinto, arricchita da un fazzoletto, un lumino e una boccetta d’olio. Attorno ad alcune scarabattole, nelle cripte napoletane, sono state applicate persino piastrelle di cucina, spesso risalenti agli anni Cinquanta, per ricreare simbolicamente l’ambiente familiare per eccellenza, quello dove la famiglia si riunisce. Questo dettaglio racconta bene lo spirito del culto. Non si venerava un oggetto sacro, ma si ricostruiva una casa per un’anima sola, con gli stessi gesti con cui si accudisce un parente. È una forma di devozione domestica, intima e quotidiana.

Il sogno e i numeri, il lato popolare del culto

Il canale di comunicazione privilegiato con le anime pezzentelle era il sogno. Si credeva che i defunti si manifestassero nel sonno per raccontare storie, indicare soluzioni o avvertire di un pericolo. Questa idea affonda le radici in pratiche antichissime di incubazione, in cui si cercava il contatto con il divino proprio attraverso il sonno.

Dal sogno derivava anche la credenza più nota e più discussa, quella dei numeri da giocare al lotto. Molti napoletani erano convinti che le anime suggerissero in sogno le cifre fortunate, e questo alimentava ulteriormente la devozione. Si tratta di un aspetto folcloristico e credibile solo sul piano della tradizione popolare, non di un fatto verificabile.

Il divieto del 1969 e la fine del culto ufficiale

La diffusione del rito, con il suo carico di credenze e superstizioni, portò a un intervento della Chiesa. Nel 1969 il cardinale Corrado Ursi proibì le forme di culto rivolte a resti umani anonimi, ammettendo solo la venerazione delle reliquie riconosciute ufficialmente. Il culto delle anime pezzentelle veniva così chiuso nella sua dimensione pubblica.

Eppure la pratica non è scomparsa. In forma privata e silenziosa, alcuni devoti hanno continuato a lasciare un fiore o a pregare davanti a certe nicchie. Il legame tra i napoletani e le loro anime abbandonate è troppo radicato per spegnersi con un decreto, e ancora oggi fa parte della memoria e dell’identità della città.

Dove si trovano oggi le anime pezzentelle

I luoghi simbolo del culto sono sparsi tra il centro storico e il Rione Sanità. Il più impressionante è il Cimitero delle Fontanelle, un’antica cava di tufo che accoglie circa 40.000 resti, disposti in tre navate chiamate dei Preti, degli Appestati e dei Pezzentelli. Tra migliaia di ossa anonime spiccano solo due scheletri identificati, quelli del conte Filippo Carafa e di Donna Margherita Petrucci, conservati in teche di vetro.

Altri luoghi del culto sono la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, la chiesa di Santa Luciella ai Librai, con il suo celebre teschio con le orecchie, e la basilica di San Pietro ad Aram. Per esplorare questi percorsi tra storia e mistero si può seguire l’itinerario del tour tra i vicoli e i fantasmi di Napoli.

Domande frequenti sulle anime pezzentelle

Chi erano le anime pezzentelle

Erano le anime dei defunti anonimi e abbandonati, sepolti senza nome nelle fosse comuni e privi di familiari che pregassero per loro. A Napoli venivano identificate con i teschi custoditi negli ossari e nelle cripte della città.

Da dove deriva la parola pezzentella

Deriva da pezzente, cioè povero e mendicante, termine legato al latino petere, chiedere per ottenere. Indica l’anima che chiede preghiere e conforto per lasciare il Purgatorio.

Quanti resti custodisce il Cimitero delle Fontanelle

Circa 40.000 resti umani, in gran parte vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. Quasi tutti sono anonimi, tranne i due scheletri identificati di Filippo Carafa e Donna Margherita Petrucci.

Cosa significa refrisco

Refrisco, o refrigerio, è il sollievo offerto alle anime del Purgatorio attraverso preghiere, lumini, fiori, acqua e olio. È il gesto centrale della devozione alle anime pezzentelle.

Quando è stato vietato il culto delle anime pezzentelle

Nel 1969, per disposizione del cardinale Corrado Ursi, che ammise solo il culto delle reliquie riconosciute dalla Chiesa. La pratica è poi sopravvissuta in forma privata e discreta.


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