Come funziona lo share televisivo

Come funziona lo share televisivo
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Ogni mattina i giornali aprono con i numeri della tv, ma lo share resta il dato più frainteso. Non dice quante persone hanno visto un programma: misura quanta parte del pubblico televisivo in quel momento stava guardando quel canale.

La definizione tecnica è semplice. Lo share è il rapporto tra l’ascolto medio del programma e l’ascolto medio totale di tutte le emittenti nello stesso intervallo di tempo. Se davanti alla tv ci sono 10 milioni di spettatori e 2 milioni seguono un film, quello share vale il 20%.

Chi misura gli ascolti

In Italia i dati li produce Auditel, la società che rileva gli ascolti televisivi dal 1984. Il sistema si basa su un campione rappresentativo di famiglie, dotate di un meter collegato alle tv di casa che registra canale, orario e permanenza. Il campione viene pesato per rispecchiare popolazione, età e territori.

Share non vuol dire “quanti spettatori”

Qui nasce la confusione più comune. Il dato di ascolto, in milioni di telespettatori, indica quante persone seguono un programma. Lo share, espresso in percentuale, dice quanto pesa quel programma sul totale di chi sta guardando la tv. Due programmi possono avere lo stesso share e numeri di spettatori molto diversi.

Un programma del pomeriggio con 1,5 milioni di spettatori può segnare il 20% di share, mentre una prima serata con 3 milioni può fermarsi al 15%: alle 21 la platea complessiva è molto più grande.

Ascolto medio, contatti netti e permanenza

Accanto allo share circolano altri tre numeri. L’ascolto medio è la media dei telespettatori presenti in un dato momento. I contatti netti indicano quante persone, anche solo per pochi minuti, hanno visto almeno una parte del programma. Il minuto medio misura la permanenza davanti allo schermo.

Un talk show con contatti netti alti e permanenza bassa racconta un pubblico curioso ma instabile. Una serie con numeri più contenuti ma spettatori fedeli resta più solida sul piano pubblicitario.

Il peso del target commerciale

Le emittenti guardano con attenzione al target commerciale, in genere la fascia 15-64 anni. Un programma molto seguito dagli over 65 può vincere la serata e restare meno appetibile per gli investitori. Per questo nei comunicati si leggono spesso due classifiche, quella del totale individui e quella del target commerciale.

Conta anche la share di rete, la quota del canale sull’intera giornata, e la share di fascia, limitata a una parte della programmazione come l’access prime time.

Perché i numeri cambiano

I dati Auditel non sono definitivi subito. Al mattino circolano i dati provvisori, poi arrivano quelli consolidati, che possono correggere qualche decimale. Cambiare panel o includere streaming e device come smartphone, tablet e pc sposta i valori: lo share tradizionale riguarda la tv lineare, mentre le piattaforme hanno metriche proprie.

Anche la pubblicità influisce. Durante gli spot l’ascolto cambia e le emittenti calcolano gli ascolti con o senza pubblicità.

Come leggere i numeri

Per capire chi ha vinto una serata servono share e spettatori insieme. Un 30% di share su 10 milioni di telespettatori totali vale circa 3 milioni di spettatori medi; lo stesso 30% su 20 milioni ne vale 6 milioni. Senza il dato totale la percentuale dice poco.

Attenzione anche ai confronti: paragonare lo share di un’emittente generalista con quello di un canale tematico ha senso solo a parità di fascia oraria e di pubblico potenziale.


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