Blob, come nasce la tv smontata di Rai 3
Immagine realizzata con IA
Il 17 aprile 1989 Rai 3 manda in onda la prima puntata di Blob. Nessuno, quella sera, immagina che quel montaggio di spezzoni altrui diventi il programma più longevo della rete. Trentasette anni dopo, Blob è ancora lì: stesso meccanismo, stessa logica, stessa capacità di far parlare la televisione al posto suo.
L’idea nata dentro Schegge
Alla fine degli anni Ottanta Rai 3 ha un problema di palinsesto: i buchi tra un programma e il TGR vanno riempiti. Nasce così Schegge, striscia di montaggi d’archivio in onda dal 2 febbraio 1988 alle 19:45, curata da Enrico Ghezzi, Marco Giusti e Filippo Porcelli. L’operazione funziona. Il passo successivo lo compie il direttore di rete Angelo Guglielmi, che insieme a Ghezzi e Giusti trasforma quel riempitivo in un appuntamento fisso.
Perché si chiama Blob
Il nome non è un’invenzione poetica. Arriva dal titolo originale di Fluido mortale, horror fantascientifico del 1958 firmato Irvin Yeaworth, dove una massa gelatinosa ingloba tutto ciò che incontra. Per Guglielmi quella metafora descrive bene il sistema televisivo italiano: una sostanza che occupa ogni spazio libero e lo soffoca. Il programma, in fondo, fa la stessa cosa con i filmati: li inghiotte e li restituisce montati.
Come nasce una puntata
Ogni puntata è un montaggio video di spezzoni pescati dalle emittenti nazionali, a volte anche da quelle regionali o straniere. Il materiale arriva quasi sempre dal giorno prima: la televisione di ieri serve a commentare la televisione di oggi. La durata oscilla tra i 10 e i 30 minuti, e sopra le immagini scorre un titolo sovraimpresso che cambia anche più volte, spesso con una battuta secca. L’audio originale può essere tagliato e sostituito: un ralenti, un’accelerazione, un frammento sonoro rubato a un film. Negli anni, con l’arrivo del web, sono entrati nel montaggio anche video nati su internet e mai passati in tv.
Una redazione, non un conduttore
Blob non ha padroni di casa né volti fissi. È un lavoro di redazione: Ghezzi e Giusti hanno firmato l’impianto, con loro Ciro Giorgini, Peter Freeman, Marco Melani e altri autori che si sono alternati negli anni. Il risultato si conta in numeri: al 2014, per i venticinque anni del programma, le puntate realizzate erano 7335, di cui 893 monografiche dedicate a personaggi della politica, della cultura, dello sport e dello spettacolo.
La satira che non ha bisogno di jokes
La forza di Blob sta in un’assenza: nessuno spiega, nessuno commenta, nessuno ride in studio. Il montaggio mette in fila dichiarazioni, gaffe e pose, e lascia che il senso emerga dal contrasto. È satira per accumulo, non per battuta. Per questo il programma è diventato un archivio involontario della storia italiana: Silvio Berlusconi, Giulio Andreotti, Matteo Renzi sono tra i volti più ricorrenti, e ogni stagione politica finisce per avere la sua sequenza-tipo.
Le cifre di una lunga corsa
Al trentennale, il 17 aprile 2019, Blob era arrivato a 9268 puntate. Per festeggiare sono andate in onda cinque puntate speciali che riassumevano trent’anni di società italiana, più altri appuntamenti nel weekend estivo. Nel 2021 è arrivato il Premio Nazionale Cultura della Pace. E a Capodanno resta un rito la versione lunga, quella che condensa l’anno appena chiuso in un unico flusso di immagini.
Perché resiste
Trentasette anni di televisione sono cambiati: sono arrivati il digitale, i social, lo streaming, i video verticali. Blob è rimasto al suo posto, con lo stesso strumento artigianale. La ragione è semplice: il programma non racconta la tv, la mostra. E finché la televisione continuerà a produrre materiale involontariamente comico, ci sarà qualcuno pronto a rimontarlo. Il resto lo fa il montaggio, che resta l’unico vero protagonista di una trasmissione senza volto.
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