L’Ospedale degli Incurabili: il gioiello rinascimentale della sanità napoletana

L'Ospedale degli Incurabili: il gioiello rinascimentale della sanità napoletana
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Caponapoli è la collina più alta del centro antico di Napoli. Chi sale da via dei Tribunali verso Santa Maria di Costantinopoli la attraversa quasi sempre senza guardare, eppure lì dentro si nasconde uno dei complessi ospedalieri più antichi d’Europa. Si chiama Santa Maria del Popolo degli Incurabili: ha superato i cinque secoli.

L’ingresso è in via Maria Longo, una strada intitolata proprio alla fondatrice. Oltre il portone si apre un cortile con due fontane, due scaloni monumentali e una teoria di edifici che nel Cinquecento erano un ospedale e oggi sono in parte un museo. Dentro c’è una farmacia settecentesca rimasta quasi intatta, con quattrocento vasi di maiolica allineati sugli scaffali.

È il tipo di luogo che i napoletani conoscono di nome e visitano raramente. Vale la pena invertire l’abitudine, perché il complesso degli Incurabili racconta tre storie in una: una promessa religiosa, la nascita della sanità pubblica e il modo in cui Napoli ha curato i corpi prima di saperli guarire.

La promessa di Maria Lorenza Longo

Maria Lorenza Longo era nata a Lleida, in Catalogna, nel 1463. Arrivò a Napoli al seguito del marito, un funzionario della corte aragonese. In città rimase. A un certo punto della vita una malattia la paralizzò, togliendole l’uso delle gambe. La risposta fu un pellegrinaggio a Loreto, dove secondo la tradizione guarì.

Da quel momento la sua vita cambiò direzione. Il voto fatto durante la malattia era chiaro: dedicarsi ai malati che nessuno voleva curare. Nel 1521 il voto diventò un cantiere sulla collina di Sant’Agnello, dove la città era già fitta di chiese e monasteri e dove c’era spazio per costruire in grande.

L’ospedale non dipendeva dalla Curia di Napoli ma direttamente dalla Santa Sede, per mezzo della Confraternita di Santa Maria del Popolo. Maria Longo ne fu nominata rettore e gestì personalmente gli accessi, l’organizzazione e i conti: una donna che amministrava un nosocomio nel Cinquecento, con buona pace di chi immagina le fondatrici come semplici anime pie.

Non si fermò all’ospedale. Nel 1533 diede vita all’ordine delle Francescane del Terz’Ordine, passate alla storia come le Trentatré dal numero delle religiose ospitate nel convento di Santa Maria di Gerusalemme. Morì a Napoli il 21 dicembre 1539. La Chiesa l’ha proclamata beata il 9 ottobre 2021 nella cattedrale di Napoli.

Perché si chiamavano incurabili

Il nome non è un’etichetta crudele inventata dall’ospedale. È la parola che nel Cinquecento indicava una categoria di malati: quelli per cui la medicina non aveva risposte. A Napoli questa categoria aveva un volto preciso, quello dei malati di sifilide.

La malattia era arrivata in città nel 1495, portata dall’esercito di Carlo VIII durante l’assedio di Napoli. Si diffuse in fretta e con violenza; per secoli fu chiamata morbo gallico. Chi la contraeva veniva spesso espulso da casa, licenziato, evitato. L’ospedale degli Incurabili fu il posto dove quelle persone trovavano un letto e qualcuno che le toccava senza disgusto.

Le cure esistevano, ma erano pesanti: frizioni e suffumigazioni a base di mercurio, calomelano, unguenti arsenicali. Servivano a contenere la malattia, non a sconfiggerla. In un’epoca senza antibiotici era il massimo che la farmacologia potesse offrire. Va detto che non era poco: il mercurio era l’unica arma che la farmacopea dell’epoca considerasse attiva contro il treponema.

Il modello era romano. Maria Longo si ispirò all’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili di Roma, che aveva lo stesso scopo e la stessa impostazione assistenziale. La versione napoletana crebbe fino a diventare la più grande e importante del Meridione, oltre che una delle migliori d’Europa.

Un ospedale che divenne una città

Il nucleo originario era fatto di tre pezzi: la chiesa di Santa Maria del Popolo, l’oratorio della Compagnia dei Bianchi della Giustizia, l’ospedale vero e proprio. Nei secoli il complesso si allargò per inglobamento, assorbendo la chiesa di Santa Maria delle Grazie Maggiore a Caponapoli con il suo chiostro, il complesso di Santa Maria della Consolazione, la chiesa di Santa Maria di Gerusalemme e il chiostro delle Trentatré.

Significa che dentro un solo isolato convivono alcune delle testimonianze più importanti del Rinascimento napoletano, stratificate su un tessuto che non è mai stato ricostruito da zero. Chi entra si trova davanti a un pezzo di città, non a un edificio.

L’ospedale aveva bisogno di soldi. Li cercò anche con strumenti finanziari. Nel 1582 due privati ottennero dal viceré il permesso di fondare un monte dei pegni, il Mons Incurabiles, destinato a fornire capitali alle attività dell’ospedale. L’iniziativa fallì, ma il 31 gennaio 1589 aprì il Banco di Santa Maria del Popolo, uno dei banchi pubblici da cui trae origine il Banco di Napoli. La carità, a Napoli, ha sempre avuto un rapporto stretto con il credito.

Nel decennio francese lavorò qui santa Giovanna Antida Thouret con le sue Figlie della Carità. I due monasteri della Monaca di Legno e della Riforma, espulse le suore, passarono all’ospedale nel 1813. Oggi il complesso è ancora una struttura sanitaria dell’ASL Napoli 1 Centro, con una parte monumentale aperta al pubblico. La Regione Campania ha stanziato 100 milioni di euro per il restauro dell’intero complesso ospedaliero.

Il cortile, le fontane e il pozzo dei pazzi

Il cortile è il cuore del complesso e anche la parte che sorprende di più, perché non assomiglia a un ospedale. Due fontane storiche, scaloni monumentali, un pozzo. La luce arriva dall’alto e batte sui portali della chiesa e della farmacia, che si fronteggiano come due quinte.

C’è poi il pozzo dei pazzi. Secondo la tradizione vi venivano calate le persone in stato di agitazione, lasciate al buio e al freddo finché non si calmavano. Oggi si guarda con un certo disagio, ed è giusto così: è la prova materiale che la storia della cura passa anche da metodi che la medicina moderna ha archiviato senza rimpianti.

La chiesa di Santa Maria del Popolo

La chiesa ha un’aula unica con cappelle laterali, decorata da stucchi barocchi. Gli altari delle cappelle sono in marmo bianco, mentre quello maggiore, opera di Dionisio Lazzari, è in marmo commesso. Accanto all’altare maggiore si trova un sepolcro rinascimentale di Giovanni da Nola.

La quadreria è una lezione di pittura napoletana distribuita sulle pareti: tele e tavole di Battistello Caracciolo, Pacecco De Rosa, Agostino Beltrano, Marco Pino, Francesco De Mura, Carlo Sellitto, Giuliano Bugiardini, Marco Cardisco. Nella Cappella Montalto c’è un’opera di Girolamo d’Auria. In sagrestia si conservano arredi del 1603, con la volta affrescata da Giovanni Battista Rossi.

Il monumento, però, porta anche i segni del tempo. All’alba del 24 marzo 2019 crollò una volta di sostegno del pavimento retrostante l’altare maggiore. Il cedimento danneggiò la tomba di Maria d’Ayerbo d’Aragona, cofondatrice dell’ospedale. Colpito anche parte del coro ligneo. Da allora il cantiere fa parte del paesaggio, come capita spesso a Napoli.

La farmacia del Settecento, lo scrigno del complesso

Se c’è un motivo per prenotare una visita, è la farmacia storica. Nacque dalla ristrutturazione, tra il 1744 e il 1750, dell’antica spezieria cinquecentesca. Il progetto è di Bartolomeo Vecchione, i lavori furono pagati con il lascito di Antonio Maggiocca, giurista e governatore dell’ospedale, che oggi troneggia nella sala grande in un busto di Matteo Bottiglieri.

Gli ambienti sono due. La controspezieria fungeva da laboratorio e oggi accoglie un grande bancone in radica di noce, scaffalature intagliate da Agostino Fucito, due alzate dorate con 66 nicchie contenenti vasetti in vetro con residui di polveri, resine e liquidi. Il salone di rappresentanza conserva circa quattrocento vasi di maiolica decorati a chiaroscuro turchino, opera di Donato Massa e Lorenzo Salandra, con scene bibliche e allegorie morali.

Il pavimento in cotto maiolicato è attribuito alla bottega dei Massa, con cesti di frutta e una grande croce al centro. Sul soffitto c’è una tela di Pietro Bardellino del 1750 che rappresenta Macaone che cura Menelao ferito, episodio preso dall’Iliade. Non è decorazione fine a se stessa: è il manifesto di un’idea di medicina che unisce arte e scienza.

La farmacia restò chiusa dopo il terremoto del 1980. Il restauro conservativo ha mantenuto la struttura originaria divisa in sala di rappresentanza e laboratorio. Dal 2010 gli ambienti fanno parte del Museo delle Arti Sanitarie. La farmacia funzionò anche per gli esterni, cioè per chi non era ricoverato: un dettaglio che dice molto sul rapporto tra l’ospedale e il quartiere.

Che cos’era la teriaca

Nel laboratorio della farmacia c’è una grande urna marmorea di Crescenzio Trinchese che conteneva la teriaca, il farmaco più celebre dell’antichità. Era un antiveleno messo a punto secondo la tradizione da Mitridate re del Ponto e citato già da Galeno, con una composizione che comprendeva oppio, carne e pelle di vipera, oltre a decine di erbe. La richiesta era tale che i governi la sottoposero al monopolio di Stato per fermare il contrabbando. Le preparazioni più famose erano quelle di Venezia e di Napoli. La teriaca restò nel ricettario degli Incurabili e fu impiegata fino alla metà dell’Ottocento.

L’orto dei semplici

Il giardino del complesso ospita i cosiddetti semplici, cioè le piante che un tempo fornivano la materia prima dei farmaci. Non è un’aiuola decorativa: è la dispensa della farmacia, riproposta con criteri botanici.

Tra le specie ci sono un albero di canfora alto circa 35 metri, un eucalipto, una camelia, un tasso e diverse strelitzie. L’orto medico si visita insieme al resto del percorso e aiuta a capire come lavorava uno speziale: dalla pianta al preparato, passando per il ricettario.

Le due chiesette dentro l’ospedale

Dentro il perimetro ci sono due piccole chiese che meritano una sosta. La prima è la chiesa della Monaca di Legno, che secondo la leggenda deve il nome a una suora che tentò di fuggire dal monastero e rimase immobile come una statua di legno. La seconda è la chiesa della Riforma, dove Maria Longo accoglieva le donne di strada per cambiarne la vita.

Sono storie minute, apparentemente laterali, che però spiegano il funzionamento del complesso: non un ospedale isolato, ma un sistema di assistenza che comprendeva convento delle Convertite, monastero delle Riformate e una rete di confraternite.

Come visitare gli Incurabili oggi

Il percorso guidato dura circa un’ora e mezza e comprende il Museo delle Arti Sanitarie, la farmacia storica, il chiostro del Cinquecento e l’orto medico. Le visite si prenotano tramite il portale dedicato dell’ASL Napoli 1 Centro. Sono disponibili anche in inglese e francese su richiesta.

Per chi vuole aggiungere una guida esperta, sul sito c’è il calendario delle visite guidate alla Farmacia degli Incurabili, aggiornato con le date in programma. Se invece interessa il quadro generale sulla riapertura degli spazi, conviene partire dall’articolo sulla riapertura della farmacia al pubblico.

Il complesso si trova nel quartiere San Lorenzo, tra via dei Tribunali e via Costantinopoli. In dieci minuti a piedi si arriva alla Cappella Sansevero, dove il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino racconta la stessa Napoli di marmo e devozione. Unire le due visite in una mattina è la combinazione più sensata, anche perché la zona è tutta in piano una volta saliti a Caponapoli.

Domande frequenti

Chi ha fondato l’Ospedale degli Incurabili?

Maria Lorenza Longo, nobildonna catalana nata a Lleida nel 1463 e morta a Napoli nel 1539. Fondò l’ospedale nel 1521 per mantenere un voto fatto durante una malattia che l’aveva paralizzata. Ne fu nominata rettore. La Chiesa l’ha proclamata beata il 9 ottobre 2021.

Perché si chiama ospedale degli Incurabili?

Perché accoglieva i malati considerati inguaribili, in particolare quelli affetti da sifilide. La malattia era arrivata a Napoli nel 1495 con l’esercito di Carlo VIII e non aveva cure risolutive: le terapie a base di mercurio servivano a contenerla, non a eliminarla.

Cosa si vede nella Farmacia degli Incurabili?

Due ambienti settecenteschi progettati da Bartolomeo Vecchione. La controspezieria conserva il bancone in radica di noce e le scaffalature intagliate da Agostino Fucito, il salone circa quattrocento vasi di maiolica dipinti a chiaroscuro turchino. Sul soffitto c’è la tela di Pietro Bardellino del 1750, sul pavimento le riggiole della bottega dei Massa.

Si può visitare il complesso degli Incurabili?

Sì, la parte monumentale è visitabile con visita guidata su prenotazione, attraverso il portale dell’ASL Napoli 1 Centro. Il percorso dura circa un’ora e mezza e comprende museo, farmacia, chiostro e orto medico. Il complesso ospedaliero resta invece in attività e non è aperto al pubblico.

Perché si parla di un pozzo dei pazzi?

Nel cortile c’è un pozzo dove, secondo la tradizione, venivano calate le persone in stato di agitazione per farle calmare. Era una pratica di contenimento, non una terapia, ed è uno dei segni più duri di come la psichiatria abbia cambiato approccio nel corso dei secoli.

Che legame c’è tra gli Incurabili e il Banco di Napoli?

Il Banco di Santa Maria del Popolo, aperto il 31 gennaio 1589 con lo scopo di sostenere l’attività dell’ospedale, è uno dei banchi pubblici dai quali trae origine il Banco di Napoli. Prima di allora aveva provato a nascere un monte dei pegni, il Mons Incurabiles, che però non funzionò.


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