Nubifragio in Nepal: oltre 150 morti e 400 dispersi, cosa è successo e le possibili cause
Immagine realizzata con IA
Il 26 agosto 2026 resterà nella memoria del Nepal come il giorno in cui la montagna è crollata. Poco dopo le nove del mattino un’onda di fango, ghiaccio e massi alta come un palazzo di tre piani ha iniziato a scendere dalle valli himalayane al confine con il Tibet, inghiottendo villaggi, strade, ponti e centrali elettriche. In poche ore il bilancio è diventato drammatico: oltre 150 corpi recuperati, più di 400 dispersi, tra cui turisti e pellegrini provenienti da 26 paesi. E mentre i soccorritori scavano nel fango, gli scienziati lanciano un allarme che va oltre la cronaca: il “terzo polo” della Terra si sta sciogliendo a una velocità doppia rispetto all’inizio del millennio, e catastrofi di questo tipo sono destinate a ripetersi.
Non è un semplice nubifragio, come potrebbe suggerire la prima impressione. È qualcosa di più inquietante: una frana di ghiaccio e roccia staccatasi da un ghiacciaio ad alta quota, caduta in un fiume, che ha prima ostruito il corso d’acqua e poi rilasciato un’ondata di piena improvvisa. Una catena di eventi che gli esperti chiamano cascading hazard: un evento criosferico che in poche ore si trasforma in una tragedia che coinvolge decine di migliaia di persone a valle.
In questo approfondimento ricostruiamo ora per ora cosa è successo, chi sono le vittime e i dispersi, quali sono le cause scientifiche della catastrofe, perché il cambiamento climatico sta trasformando l’Himalaya in una polveriera, e quali conseguenze economiche, sociali e geopolitiche sta producendo questa tragedia.
Il muro d’acqua che ha inghiottito le valli
La mattina del 26 agosto è iniziata in modo apparentemente normale nelle valli del Nepal centrale. Poi, alle 8:37 ora locale, i sismografi della zona hanno registrato una scossa. Il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) l’ha inizialmente classificata come un terremoto di magnitudo 4.4, con epicentro a circa 100 chilometri a nord di Kathmandu, proprio lungo il confine con la regione autonoma cinese del Tibet.
Ma c’era qualcosa di strano. La scossa non era un normale terremoto tettonico: aveva una firma sismica diversa, più “rumorosa” e prolungata, tipica di un evento di superficie. In poche ore l’USGS ha corretto il tiro: non c’era stato alcun terremoto. Quella scossa era stata generata da una frana di proporzioni gigantesche, una massa di ghiaccio e roccia precipitata da una parete montuosa, così potente da essere registrata dai sismografi come l’equivalente di un terremoto di magnitudo 5.2.
La frana è finita nel Lhende Khola, un fiume tributario del Bhotekoshi, che nasce in Tibet e scorre in Nepal attraverso gole profonde. Il materiale ha bloccato il corso del fiume, creando una diga naturale. Per qualche minuto l’acqua si è accumulata. Poi la diga di detriti ha ceduto, e una massa enorme di acqua, fango, ghiaia e massi ha iniziato a precipitare a valle con la forza di un treno merci fuori controllo.
Una piena da record: 9 metri in 30 minuti
I dati idrologici raccolti dall’International Centre for Integrated Mountain Development (ICIMOD), l’organizzazione scientifica con sede a Kathmandu che coordina le indagini, sono impressionanti. Alla stazione di Galchhi, sul fiume Trishuli, il livello dell’acqua è salito di 9 metri in 30 minuti. Poco più a valle, a Malekhu, l’incremento è stato di 7 metri nello stesso lasso di tempo. Diverse stazioni di monitoraggio lungo il Trishuli sono state semplicemente spazzate via dall’onda: l’unica rimasta operativa è proprio quella di Galchhi, che ha regalato agli scienziati una testimonianza preziosa dell’evento.
Il fiume Bhotekoshi è esondato intorno alle 9 del mattino, secondo i funzionari nepalesi, distruggendo villaggi, strade e progetti idroelettrici lungo il suo corso. L’onda ha poi continuato a scendere nel Trishuli e quindi nel Narayani, uno dei principali fiumi del Nepal, che prosegue il suo cammino fino al Gange in India. Le autorità hanno invitato i residenti di diversi distretti a non avvicinarsi alle rive dei tre fiumi: non si sapeva se e quando sarebbe arrivata una seconda ondata.
I villaggi spazzati via nel Nuwakot
L’area più colpita è il distretto di Nuwakot, a circa 60 chilometri a nord di Kathmandu, dove il Bhotekoshi e il Trishuli si incontrano. A Trishuli Bazar, uno dei centri abitati della zona, le immagini aeree mostrano case e palazzi parzialmente sommersi dal fango fino al secondo piano. A Devghat, dove i due fiumi si uniscono, le fotografie scattate dai fotografi dell’AFP mostrano abitazioni letteralmente sepolte nella melma, detriti appesi ai rami degli alberi e ai fili elettrici, veicoli sepolti sotto metri di materiale.
Le immagini satellitari diffuse da Reuters raccontano meglio di qualsiasi parola cosa è successo: il villaggio di Khadga Bhanjyang, fotografato il 23 agosto e poi di nuovo il 26 agosto, mostra il fiume che in tre giorni ha invaso ettari di terra, cancellando strade e costruzioni come se fossero disegni sulla sabbia. Il confronto tra le due immagini è diventato uno dei simboli della catastrofe.
Oltre al Nuwakot, l’onda ha colpito i distretti di Rasuwa, Gorkha e Dhading, tutti nell’area del Nepal centrale compresa tra il confine tibetano e la capitale. È una delle regioni più fragili del paese: valli strette, pendii ripidi, insediamenti costruiti lungo i fiumi, e una rete stradale che segue i corsi d’acqua. Quando il fiume esce dagli argini, non c’è via di fuga.
Testimonianze: la gente che ha visto arrivare la morte
I racconti dei sopravvissuti, raccolti dalle agenzie internazionali, restituiscono la dimensione umana della tragedia. Un operaio nepalese ha raccontato alla Reuters di essere sopravvissuto aggrappandosi a un albero di mango mentre l’onda di fango gli passava accanto, trascinando via tutto quello che aveva. Altri residenti di Trishuli Bazar hanno descritto un “muro marrone” alto diversi metri avanzare tra le case, mentre la gente correva verso i piani alti o cercava di arrampicarsi sui tetti.
Le squadre di soccorso, coordinate dalla polizia nepalese e dall’esercito, lavorano con pale e scavatrici, mentre gli elicotteri sorvolano le valli per localizzare i dispersi e trasportare i feriti. Tra i soccorritori ci sono anche 28 agenti di polizia dispersi: erano nella zona per aiutare la popolazione quando l’onda li ha travolti. Un dettaglio che dice molto sulla velocità dell’evento: non c’è stato il tempo di mettersi in salvo, nemmeno per chi era lì per salvare gli altri.
Sul versante cinese la situazione non è migliore. Secondo la televisione di Stato cinese CCTV, una colata di fango ha colpito la contea di Gyirong, in Tibet, uno dei principali punti di transito commerciale al confine, uccidendo almeno 3 persone e lasciandone dispersi 265, secondo un conteggio preliminare. Il porto doganale di Jilong, nel distretto di Gyirong, è stato evacuato: le autorità temono che lo sbarramento di detriti ancora presente a monte possa cedere di nuovo, generando una seconda ondata.
Il bilancio di una catastrofe in movimento
Ogni aggiornamento delle autorità cambia i numeri, e i numeri sono tutti provvisori. Al momento in cui scriviamo, la polizia nepalese ha annunciato il recupero di 157 corpi, mentre il conteggio confermato si aggira intorno alla centinaio. Il governo del Nepal ha parlato apertamente di una “perdita su scala enorme” e tutti gli osservatori concordano: il bilancio finale sarà molto più pesante. La caccia ai dispersi, infatti, è appena iniziata, e in molte valli il fango ha sepolto intere porzioni di villaggio.
La componente più drammatica è il numero di dispersi: 403 persone secondo il Nepal Tourism Board, di cui 341 stranieri. Un dato che ha trasformato una catastrofe locale in una vicenda globale, con governi di mezzo mondo costretti a dare risposte a famiglie che non sanno se i loro cari sono vivi. Ecco la ripartizione emersa dalle dichiarazioni ufficiali:
- 133 cittadini indiani, in gran parte pellegrini diretti al monte Kailash, la montagna sacra a induisti e buddhisti, che si trova in Tibet;
- 47 cittadini statunitensi;
- 34 australiani;
- 33 britannici;
- 24 canadesi;
- 62 cittadini nepalesi, molti dei quali trekker diretti al lago sacro di Gosaikunda, nel distretto di Rasuwa, per la festa di Janai Purnima;
- cittadini di almeno 26 paesi in totale, tra cui 11 malesi di cui le agenzie di viaggio hanno perso le tracce nel distretto di Rasuwa e diversi operai sudcoreani che lavoravano alla costruzione di una centrale idroelettrica.
Ci sono poi i 28 agenti di polizia dispersi, impegnati nelle operazioni di soccorso quando l’onda li ha travolti. A questi numeri vanno aggiunti i 265 dispersi e i 3 morti del lato tibetano, nella contea di Gyirong. E c’è un dettaglio che i soccorritori ripetono come un mantra: chi non viene ritrovato nelle prime 48 ore, nelle valli himalayane, ha pochissime probabilità di essere trovato vivo.
Pellegrini, trekker e operai: chi sono i dispersi
La composizione dei dispersi racconta molto del Nepal contemporaneo, un paese sospeso tra antichissime tradizioni religiose e modernità infrastrutturale. I pellegrini indiani diretti al Kailash rappresentano il gruppo più numeroso. La montagna sacra, che i fedeli considerano la dimora del dio Shiva, attira ogni anno decine di migliaia di persone da tutta l’India. La via più battuta passa proprio dal distretto di Rasuwa, in Nepal, al valico di Rasuwagadhi, per entrare in Tibet da Gyirong: un itinerario che nel mese di agosto, nonostante il monsone, è al suo picco stagionale.
Il caso dei 62 nepalesi dispersi a Gosaikunda aggiunge un’altra dimensione. Il lago sacro, a 4.380 metri di altitudine, è meta di pellegrinaggio durante la festa di Janai Purnima, la luna piena di agosto in cui gli induisti rinnovano il filo sacro. Migliaia di fedeli salgono ogni anno al lago per fare il bagno nelle sue acque gelide. Quest’anno la festa cadeva di venerdì, e molti trekker si erano messi in cammino nei giorni precedenti. L’onda li ha colti lungo i sentieri che scendono dalla zona del lago verso la valle del Trishuli.
Infine ci sono i lavoratori: operai edili, tecnici, ingegneri impegnati nella costruzione di centrali idroelettriche, la vera ossessione infrastrutturale del Nepal moderno. Il paese himalayano, che non ha riserve di petrolio e gas, punta tutto sull’energia dell’acqua: decine di cantieri sono aperti lungo i fiumi che scendono dall’Himalaya. Il Bhotekoshi e i suoi affluenti sono tra i corridoi idroelettrici più importanti del paese. Gli operai sudcoreani dispersi lavoravano proprio a uno di questi progetti. È la faccia meno raccontata del Nepal: non solo un paese di montagne e monasteri, ma un grande cantiere a cielo aperto, dove il rischio geologico si somma a quello industriale.
L’incubo delle famiglie in 26 paesi
Per i governi stranieri, la priorità immediata è duplice: capire quanti dei loro cittadini sono effettivamente rimasti coinvolti e organizzare il supporto consolare. Il primo ministro britannico Andy Burnham ha promesso che il Regno Unito farà “tutto il possibile” per sostenere i cittadini britannici in Nepal. La Corea del Sud ha confermato che alcuni suoi cittadini risultano dispersi. La Malaysia ha riferito di aver perso i contatti con 11 cittadini che si trovavano a Rasuwa.
Australia, Regno Unito, Unione Europea, Finlandia, Francia, Norvegia e Svizzera hanno diffuso una dichiarazione congiunta di solidarietà con il popolo nepalese, invitando i propri cittadini nelle zone colpite a seguire le indicazioni delle autorità locali. La risposta internazionale, insomma, è partita: ma per le famiglie dei dispersi, l’attesa è la parte più dura. In molti casi non ci sono ancora notizie, e la confusione regna sovrana: i sistemi di telecomunicazione delle valli colpite sono stati in gran parte distrutti dall’onda, e decine di piccoli villaggi sono raggiungibili solo a piedi o in elicottero.
C’è un ultimo elemento che gli osservatori sottolineano: la fiducia nelle istituzioni. Il Nepal ha una storia recente di catastrofi mal gestite, e la percezione pubblica della risposta del governo sarà cruciale. Il primo ministro Balendra Shah ha dichiarato che “l’intera nazione è rimasta scioccata e profondamente turbata”, chiedendo al paese di “stare unito”. Le parole contano, ma i cittadini nepalesi giudicheranno dai fatti: dalla velocità dei soccorsi, dalla trasparenza dei numeri, dalla capacità di non lasciare nessuna famiglia da sola.
Cosa è successo davvero: la scienza della frana di ghiaccio
Per capire la catastrofe del 26 agosto bisogna salire in alta quota, dove il paesaggio è dominato da ghiacciai, morene e pareti di roccia ghiacciata. La ricostruzione scientifica, coordinata dall’ICIMOD con il contributo di università di mezzo mondo, sta emergendo pezzo per pezzo, e i contorni sono già abbastanza chiari: non è stato un terremoto, non è stato un nubifragio classico, ma una frana di ghiaccio e roccia caduta in un fiume.
Dall’ice-rock avalanche alla piena improvvisa
Gli scienziati parlano di ice-rock avalanche: una massa di ghiaccio, neve e roccia che si stacca da un ghiacciaio o da una parete montuosa e precipita a valle. Nel caso del Lhende Khola, l’ipotesi più accreditata è che una porzione di ghiacciaio, ingigantita da detriti rocciosi raccolti lungo la caduta, sia piombata nel letto del fiume. Il materiale ha formato una diga naturale: l’acqua, bloccata a monte, si è accumulata fino a superare la soglia di resistenza dello sbarramento, e poi è deflagrata a valle con una violenza inaudita.
È lo stesso meccanismo che nel 2021 aveva distrutto due dighe idroelettriche nella valle del Rishiganga, in India, uccidendo oltre 200 persone: una frana di ghiaccio e roccia, un corso d’acqua ostruito, un’ondata di fango e detriti che ha cancellato tutto in pochi minuti. Il professor Daniel Shugar, geologo dell’Università della California che fa parte del gruppo internazionale di ricerca, è diretto: “È difficile conciliare i volumi d’acqua giganteschi che si vedono in questi video assolutamente orribili”. La sua teoria è che al distacco di ghiaccio si sia accompagnata una frana di roccia, creando una miscela in rapido movimento che lungo la discesa ha incorporato sedimenti già saturi d’acqua per via del monsone.
Un elemento chiave arriva dalla sismologia. I sismografi di Jilong, a circa 12 chilometri dall’area dell’evento, e di Zhangmu hanno registrato segnali anomali proprio durante la catastrofe. L’ICIMOD precisa che finora non è stato stabilito un legame causale tra i segnali sismici e la piena, ma il quadro complessivo indica un evento ad altissima energia, compatibile con il crollo di una massa di ghiaccio e roccia.
Perché non è stato un classico GLOF
Quando si parla di alluvioni improvvise in Himalaya, il primo sospetto va ai GLOF, i glacial lake outburst flood: le esplosioni dei laghi glaciali. I laghi che si formano davanti ai ghiacciai che si ritirano sono trattenuti da dighe moreniche, cumuli di detriti e ghiaccio morto. Quando la diga cede, milioni di metri cubi d’acqua si riversano a valle in poche ore. È successo nel 1985 con il lago Dig Tsho, nel Khumbu nepalese, che ruppe la diga morenica e distrusse la centrale idroelettrica di Namche; ed è successo nell’ottobre 2023 con il lago South Lhonak, nel Sikkim indiano, la cui esplosione causò decine di morti e oltre un centinaio di dispersi tra India e Nepal.
Questa volta, però, il GLOF sembra da escludere. Il professor Wolfgang Schwanghart, geomorfologo dell’Università libera di Berlino, ha analizzato le immagini satellitari: “Finora le immagini satellitari suggeriscono che non ci sono grandi laghi a monte del percorso dell’alluvione, il che indica che un’esplosione di lago glaciale può essere esclusa”. Al suo posto c’è la firma tipica di una frana in un corso d’acqua: un’improvvisa e gigantesca ondata di piena con un tempo di salita di pochi minuti, esattamente quello che hanno registrato le stazioni idrologiche di Galchhi e Malekhu.
La diga naturale e il rischio di una seconda ondata
La parte più inquietante dell’analisi scientifica è quella che riguarda il futuro immediato. Gli esperti stanno verificando se lo sbarramento di detriti formatosi a monte, nel tratto del Lhende Khola al confine tra Nepal e Cina, sia ancora in piedi e se possa cedere di nuovo. Qianggong Zhang, responsabile dei rischi climatici e ambientali dell’ICIMOD, è esplicito: “Lo stesso sito devastato dall’alluvione di Rasuwa dell’anno scorso è di nuovo sotto minaccia. Una valanga di ghiaccio nel Lhende Khola è il sospetto fattore scatenante, ma la causa resta da confermare. Con uno sbarramento ancora presente a monte, al confine tra Nepal e Cina, le autorità avvertono che una seconda alluvione è imminente e sono stati emessi ordini di evacuazione per il porto di Jilong”.
Le dighe naturali di detriti sono tra i fenomeni più imprevedibili della montagna: possono reggere per anni o cedere nel giro di ore, spesso senza preavviso. Per questo le autorità nepalesi hanno mantenuto le evacuazioni nelle zone a rischio e il monitoraggio è continuo, con droni, immagini satellitari e controlli sul campo. Ogni nuovo segnale di instabilità dello sbarramento potrebbe scatenare un’evacuazione di massa in un territorio già devastato.
Perché proprio adesso: il clima che accelera
La domanda che tutti si fanno è semplice: perché è successo ora? La risposta, secondo la comunità scientifica, va cercata nel riscaldamento dell’Hindu Kush Himalaya, la catena montuosa che attraversa otto paesi e ospita le vette più alte del pianeta. È una regione che gli scienziati chiamano il “terzo polo”: dopo l’Artico e l’Antartide, è la più grande riserva di ghiaccio del mondo, e da essa dipendono i fiumi che nutrono quasi 2 miliardi di persone, dal Gange all’Indo, dal Brahmaputra allo Yangtze.
Il “terzo polo” si scioglie al doppio della velocità
I dati pubblicati dall’ICIMOD quest’anno sono allarmanti: i ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya stanno perdendo ghiaccio a un ritmo doppio rispetto al 2000. Il riscaldamento in alta quota è più rapido che altrove, un fenomeno noto come elevation-dependent warming: a 5.000 metri, le temperature salgono più in fretta che a livello del mare. Il risultato è un paesaggio che cambia sotto gli occhi degli scienziati: ghiacciai che si ritirano, permafrost che si scongela, pendii che perdono la loro colla naturale, e laghi glaciali che crescono di anno in anno.
La connessione con la frana del Lhende Khola è ancora da dimostrare in modo rigoroso: gli stessi ricercatori dell’ICIMOD invitano alla prudenza e sottolineano che servono settimane, se non mesi, di analisi per stabilire il ruolo esatto del clima in questo specifico evento. Ma il contesto è inequivocabile. Mohd Farooq Azam, esperto di criosfera dell’ICIMOD, fotografa la situazione: “La crescente frequenza dei pericoli criosferici sta diventando più visibile che mai. Il ritmo del cambiamento è così rapido che gli sforzi attuali faticano a stargli dietro”.
Il ghiaccio che si scioglie si infiltra nelle fessure della roccia, la destabilizza, e le temperature più miti indeboliscono i ghiacciai appesi alle pareti: è esattamente lo scenario descritto da Shugar, per cui lo scioglimento della neve che penetra nelle crepe del ghiacciaio e della montagna può aver accelerato il collasso. Il monsone, poi, ha reso tutto più pesante: i pendii erano già saturi d’acqua dalle piogge stagionali delle settimane precedenti, e la massa di detriti che è precipitata nel fiume era zuppa d’acqua.
Due alluvioni in 14 mesi sullo stesso fiume
Il dato che più di tutti suggerisce un cambiamento di regime è la recidività. Il Lhende Khola, secondo Saswata Sanyal, specialista di riduzione del rischio disastri dell’ICIMOD, “è esondato due volte in 14 mesi”. La prima volta, nell’agosto 2025, l’alluvione fu causata dallo straripamento di un lago glaciale in Tibet, alimentato dalle temperature record: morirono 9 persone e fu distrutto il ponte dell’amicizia che collega Nepal e Cina al valico di Rasuwagadhi, interrompendo commercio e trasporti per mesi. Un anno dopo, lo stesso fiume ha colpito di nuovo, con una violenza molto maggiore.
Per gli scienziati, eventi del genere non sono più eccezioni: sono la nuova normalità di una montagna che si riscalda. “Sono pericoli a cascata: un evento criosferico diventa un’alluvione in un insediamento nel giro di poche ore”, spiega Sanyal. La sequenza è rapidissima: il distacco, la diga naturale, la rottura, l’ondata. Non c’è tempo per avvertire nessuno, se non c’è un sistema di monitoraggio che funziona in tempo reale.
I precedenti: dal Dig Tsho al Chamoli
La storia recente dell’Himalaya è costellata di eventi simili, e la loro frequenza sta aumentando. Oltre al Dig Tsho 1985 e al South Lhonak 2023, il caso più simile a quello di oggi è la catastrofe del Chamoli, in India, nel febbraio 2021: una frana di ghiaccio e roccia dal ghiacciaio Ronti precipitò nel fiume Rishiganga, l’onda distrusse due centrali idroelettriche e uccise oltre 200 persone. Gli studi successivi mostrarono che il distacco era stato favorito dal riscaldamento del permafrost e dalla deformazione del ghiacciaio. E nel 2013, a Kedarnath, sempre in India, una combinazione di piogge torrenziali e cedimento di un lago glaciale uccise migliaia di persone in poche ore.
C’è un filo rosso che lega tutti questi eventi: la montagna non è più un paesaggio statico. Il ghiaccio che si ritira lascia pareti instabili, morene fragili e laghi pieni fino all’orlo. Ogni anno che passa, la probabilità che un pendio o una diga morenica ceda aumenta. È un rischio che non si può eliminare, ma che si può misurare, monitorare e, in parte, prevedere: il problema è che i sistemi per farlo non sono ancora all’altezza.
Il conto economico: dighe, strade e corridoi commerciali
Le catastrofi naturali in Himalaya non uccidono solo le persone: distruggono le infrastrutture che tengono in vita un paese. E il Nepal, in questo momento, sta facendo i conti con danni che peseranno per anni sull’economia nazionale. Secondo le prime stime, l’alluvione del Bhotekoshi ha colpito direttamente circa 50.000 residenti e ha danneggiato almeno una dozzina di progetti idroelettrici, oltre a strade, ponti, linee elettriche e sistemi di telecomunicazione.
Una dozzina di centrali idroelettriche colpite
Per capire l’impatto bisogna ricordare un dato: l’idroelettrico è il cuore pulsante dell’economia nepalese. Il paese, che importa ancora energia nei mesi secchi, ha trasformato i suoi fiumi in una gigantesca infrastruttura di produzione elettrica, finanziata da investitori privati, banche internazionali e dai giganti energetici di India e Cina. Le centrali lungo il corridoio del Bhotekoshi e del Trishuli sono tra le più produttive del paese: barriere, condotte forzate e case di macchina costruite in gole strettissime, esattamente dove l’acqua è più veloce e potente, ed esattamente dove l’onda di detriti ha colpito per prima.
Ogni centrale danneggiata significa energia in meno per le città, cantieri fermi, investimenti a rischio e costi di riparazione milionari. Ma c’è un paradosso che gli ingegneri conoscono bene: le stesse infrastrutture che danno energia al Nepal aumentano l’esposizione al rischio. Una diga di sbarramento può essere ostruita da una frana e trasformarsi in una trappola; una condotta forzata può esplodere sotto la pressione di un’ondata di piena. La pianificazione idroelettrica himalayana, costruita in un’epoca di clima più stabile, oggi va ripensata con occhi diversi.
Il corridoio Nepal-Cina e il ponte dell’amicizia
C’è poi il nodo commerciale. Il valico di Rasuwagadhi, che collega il Nepal al Tibet attraverso il ponte dell’amicizia, è una delle due principali porte di ingresso per il commercio con la Cina (l’altra, quella di Tatopani-Zhangmu, è chiusa dal terremoto del 2015). Da qui passano frutta, verdura, materiali da costruzione, beni di consumo e i container diretti a Kathmandu. Quando l’alluvione del 2025 distrusse il ponte, il traffico si fermò per mesi, con ripercussioni pesanti sui prezzi e sulla catena di approvvigionamento del paese. Ora il tratto è di nuovo sotto minaccia: la strada è stata interrotta in più punti, e con lo sbarramento di detriti ancora a monte, le autorità cinesi hanno evacuato il porto di Jilong.
Il Nepal dipende dalla Cina per una quota crescente del suo commercio, ma la geografia è impietosa: le vie di collegamento attraversano valli strettissime, dove una frana può tagliare il paese in due. La lezione di queste ore è chiara: la resilienza delle infrastrutture di frontiera è un tema di sicurezza nazionale, non solo un dettaglio logistico. Ogni chiusura prolungata del valico si traduce in scaffali vuoti, cantieri fermi e famiglie che perdono il lavoro.
Turismo e pellegrinaggi: il Kailash e Gosaikunda
Il turismo è l’altra gamba dell’economia nepalese, e questa catastrofe lo colpisce nel suo segmento più delicato: i pellegrinaggi e il trekking. Ogni anno circa un milione di visitatori stranieri arriva in Nepal, attratti dalle montagne più alte del mondo. Tra questi, una quota crescente è fatta di pellegrini indiani diretti al monte Kailash, in Tibet, che passano dal Nepal seguendo la via di Rasuwa-Gyirong. Il monsone non è la stagione ideale per il trekking himalayano classico, ma per il Kailash è il periodo di punta: per questo, al momento dell’onda, c’erano così tanti stranieri in una zona che in altri mesi è semideserta.
Il lago di Gosaikunda, meta dei 62 nepalesi dispersi, è invece il cuore di un pellegrinaggio interno antichissimo. Durante la festa di Janai Purnima, migliaia di fedeli salgono al lago sacro per un bagno rituale che si crede purifichi dai peccati. Quest’anno la festa cadeva di venerdì, e i trekker erano in cammino proprio mentre l’onda scendeva dalla montagna. La tragedia ha già avuto un effetto immediato: agenzie di viaggio di mezzo mondo stanno cancellando le prenotazioni verso il Nepal, e il settore, appena ripresosi dalla pandemia, rischia una nuova stagione difficile. La reputazione conta, in un paese dove il turismo vale una fetta importante del Pil e sostiene milioni di famiglie.
Il “recovery gap”: quando il disastro arriva prima della ripresa
C’è un concetto, caro agli studiosi dei disastri, che aiuta a capire la gravità di questa situazione: il recovery gap, il divario di ripresa. Il ragionamento è semplice e spietato: una comunità colpita da un disastro non torna mai esattamente com’era prima. Strade e ponti restano danneggiati, le famiglie hanno esaurito i risparmi, le imprese sono indebitate, i governi stanno ancora pagando la ricostruzione precedente. Se un secondo disastro arriva prima che questo processo sia completato, non trova una comunità uguale alla precedente: trova una comunità più povera, più fragile, con infrastrutture indebolite.
È esattamente quello che sta succedendo in Nepal. La valle del Bhotekoshi non si era ancora ripresa dall’alluvione del 2025, che ha già colpito di nuovo. E il fenomeno non riguarda solo il Nepal: una ricerca del 2025 sulle inondazioni ricorrenti nelle Filippine ha stimato che la ripresa incompleta ha fatto aumentare le perdite del 40% tra il 2000 e il 2018. Il primo disastro cambia le condizioni in cui avviene il secondo, e gli effetti non sono solo additivi: possono moltiplicarsi.
La ripresa, inoltre, è ineguale. Chi ha assicurazioni, risparmi e accesso al credito si riprende in fretta; chi vive di sussistenza, nelle valli himalayane, ricomincia da zero e spesso non ce la fa. Per questo gli studiosi invitano i governi a misurare non solo i danni, ma anche la vulnerabilità residua: la domanda giusta non è solo “quanto abbiamo perso?”, ma “quanta vulnerabilità è rimasta?”. Fino a quando non ci sarà una risposta seria, il Nepal continuerà a pagare il prezzo di questa domanda.
La geopolitica della catastrofe: Nepal tra due giganti
Il Nepal ha una posizione geografica unica al mondo: è incastrato tra le due potenze più popolose del pianeta, Cina e India, e da sempre gioca una delicata partita di equilibrio tra i due. Una catastrofe come quella del 26 agosto, che coinvolge contemporaneamente territorio nepalese e tibetano, trasforma la diplomazia in una questione di vita o di morte. E la risposta delle due capitali, per ora, è stata rapida e coordinata.
La diplomazia dei soccorsi
Il primo ministro nepalese Balendra Shah ha dichiarato che “l’intera nazione è rimasta scioccata e profondamente turbata” e ha promesso il coordinamento con la Cina per le operazioni di soccorso. Il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato una ricerca “a tutto campo” dei dispersi e ha promesso sistemi di monitoraggio e allerta precoce più forti per prevenire impatti secondari. Il premier indiano Narendra Modi, che ha parlato al telefono con Shah, ha assicurato che l’India è “preparata a fornire al Nepal ogni tipo possibile di assistenza umanitaria”. Il governo nepalese ha formalmente chiesto aiuto sia all’India sia alla Cina per i soccorsi.
È una scena che negli ultimi anni è diventata familiare: i disastri naturali himalayani funzionano da diplomacy moment, un momento in cui le rivalità geopolitiche passano in secondo piano e la cooperazione prende il sopravvento. Dopo il terremoto del 2015, che uccise circa 9.000 persone, India e Cina gareggiarono letteralmente per arrivare per prime con gli aiuti: Delhi inviò elicotteri e squadre di soccorso, Pechino promise il suo sostegno, e la competizione fu letta da molti osservatori come un test di influenza sull’Himalaya. Oggi la sfida è più matura, ma lo schema non è cambiato: chi arriva prima nei soccorsi, consolida la propria posizione nel paese.
Un confine che unisce e divide
Il confine Nepal-Cina, nel tratto di Rasuwa-Gyirong, è uno dei più delicati del mondo. È una frontiera di montagna, spesso poco visibile, attraversata da valichi doganali, ponti e strade che legano due economie molto diverse. Il Nepal guarda alla Cina come a un partner commerciale, un finanziatore di infrastrutture (strade, aeroporti, centrali elettriche) e un contrappeso all’influenza indiana. Pechino, dal canto suo, vede nel Nepal un avamposto strategico e un pezzo del suo progetto di connettività regionale.
Ma la geografia non rispetta i confini. Il Lhende Khola nasce in Tibet e scorre in Nepal: una frana sul lato cinese può allagare il lato nepalese, e viceversa. L’alluvione del 2025, causata da un lago glaciale tibetano, ha già dimostrato che i pericoli criosferici sono transfrontalieri per natura. Eppure, la cooperazione in materia di monitoraggio e allerta tra i due paesi è ancora agli inizi: gli accordi esistono, ma i dati idrologici e sismici non sempre fluiscono in tempo reale da una parte all’altra del confine. È un problema che gli scienziati dell’ICIMOD sottolineano da anni, e che questa catastrofe rende drammaticamente attuale.
C’è poi la dimensione globale della vicenda: i 341 stranieri dispersi appartengono a 26 paesi, molti dei quali occidentali. Per la prima volta, una catastrofe himalayana ha un impatto consolare di massa su Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Unione Europea. Le ambasciate di Kathmandu sono diventate centri di crisi, e la pressione internazionale sul governo nepalese perché gestisca i soccorsi con trasparenza è altissima. Il Nepal, insomma, non deve gestire solo una tragedia nazionale: deve dimostrare al mondo di saper gestire una crisi con decine di nazionalità coinvolte.
Cosa serve per non ripetere gli stessi errori
Ogni catastrofe himalayana riapre le stesse domande: si poteva prevedere? Si poteva fare di più? E cosa si farà per evitare che succeda di nuovo? La risposta onesta degli scienziati è che eventi di questo tipo non si possono fermare, ma i loro effetti sì: con monitoraggio, allerta precoce, pianificazione territoriale e cooperazione transfrontaliera, il numero delle vittime può essere ridotto drasticamente. Il problema è che, finora, gli investimenti in prevenzione sono stati una frazione di quelli in ricostruzione.
Early warning: allerta per tutti
La priorità numero uno, secondo tutti gli esperti, sono i sistemi di allerta precoce. Il principio è semplice: se la popolazione a valle avesse saputo dell’onda con 30 minuti di anticipo, migliaia di persone avrebbero potuto mettersi in salvo. Oggi la tecnologia esiste: sensori di livello dei fiumi, sismografi, immagini satellitari, modelli di previsione. Quello che manca è la catena completa: il sensore che rileva, il sistema che analizza, il messaggio che arriva al telefono di chi vive a valle, e la comunità che sa come rispondere. L’iniziativa delle Nazioni Unite Early Warnings for All, che punta a coprire ogni persona del pianeta entro il 2027, è la cornice giusta, ma il Nepal ha bisogno di un sistema nazionale solido, finanziato e testato sul campo.
Il caso del Lhende Khola è emblematico: le stazioni di monitoraggio del Trishuli sono state spazzate via dall’onda che avrebbero dovuto segnalare. La lezione è amara: i sensori vanno progettati per sopravvivere agli eventi che devono rilevare, con sistemi di backup e trasmissione dati ridondante. E la copertura va estesa ai fiumi più pericolosi, a partire da quelli che scendono dai ghiacciai in ritiro.
Monitoraggio dei laghi glaciali e delle dighe naturali
La seconda priorità è il monitoraggio continuo dei laghi glaciali e delle dighe naturali di detriti. Il Nepal ha migliaia di laghi glaciali, e decine di essi sono considerati potenzialmente pericolosi: laghi che crescono, dighe moreniche che si assottigliano, sbarramenti di detriti che si formano e si rompono. La tecnologia satellitare permette oggi di osservarli con precisione millimetrica, e il drenaggio controllato dei laghi a rischio è una tecnica collaudata: abbassare il livello dell’acqua, ridurre la pressione sulla diga, eliminare il pericolo. Ma è un lavoro lento, costoso e poco visibile, che i governi tendono a rimandare finché non è troppo tardi.
Per le dighe naturali come quella del Lhende Khola, il monitoraggio è ancora più urgente: possono cedere in qualsiasi momento, e ogni ora di preavviso conta. Gli esperti dell’ICIMOD e delle università partner stanno valutando la stabilità dello sbarramento e la possibilità di interventi di mitigazione, ma in un tratto di confine tra due stati la logistica è complicata. La cooperazione tra Nepal e Cina, in questo caso, non è un’opzione: è l’unica strada percorribile.
Pianificazione territoriale e assicurazioni
C’è poi il tema, meno spettacolare ma altrettanto decisivo, della pianificazione territoriale. Le valli himalayane sono abitate da secoli, e i villaggi sorgono dove l’acqua è disponibile: lungo i fiumi. Ma quando il clima cambia, le zone sicure di ieri diventano le zone a rischio di oggi. Vietare le costruzioni nelle aree di esondazione è politicamente difficilissimo, ma è l’unico modo per ridurre l’esposizione al rischio. In alternativa, servono codici edilizi che tengano conto delle ondate di piena, e sistemi di evacuazione pianificati e provati in esercitazioni periodiche.
Le assicurazioni sono l’altro pilastro: in Nepal, quasi nessuno ha una copertura per i disastri naturali, e la ricostruzione grava interamente sulle spalle dello stato e delle famiglie. Microassicurazioni per le comunità rurali, fondi di emergenza prefinanziati, obbligazioni catastrofali: gli strumenti esistono, ma richiedono una volontà politica e una capacità tecnica che finora sono mancate. Il risultato è un circolo vizioso: ogni disastro impoverisce il paese, che ha sempre meno risorse per prevenire il successivo.
La finanza climatica e il loss and damage
Infine, c’è la questione dei soldi, nel senso più ampio del termine. Il Nepal è uno dei paesi meno responsabili del riscaldamento globale: emette una quota infinitesimale dei gas serra mondiali. Eppure è tra i più colpiti dalle sue conseguenze. Questo è il cuore del principio del loss and damage, i danni e le perdite: i paesi ricchi, che hanno costruito la propria prosperità bruciando combustibili fossili, hanno una responsabilità storica verso i paesi come il Nepal. Il fondo per i danni e le perdite, operativo dopo la COP28, è il primo strumento concreto in questa direzione, ma i fondi finora stanziati sono una goccia nell’oceano rispetto ai bisogni.
Gli scienziati dell’ICIMOD ripetono da anni che il costo dell’inazione è superiore al costo della prevenzione: ogni dollaro investito in allerta precoce e monitoraggio ne fa risparmiare molti in ricostruzione. Il Nepal, da solo, non può farcela: serve una strategia regionale dell’Hindu Kush Himalaya, con il sostegno della comunità internazionale. “Con queste comunità in prima linea, le informazioni sul rischio in tempo reale devono arrivare ai decisori locali e tradursi in decisioni che salvano vite”, dice Basanta Raj Adhikari, direttore del Centro di studi sui disastri dell’Università Tribhuvan di Kathmandu. È una frase che riassume l’intera sfida: trasformare la conoscenza in azione, prima che la prossima ondata arrivi.
Domande e risposte sul nubifragio in Nepal
Ecco le risposte alle domande più frequenti sulla catastrofe del 26 agosto 2026.
Cosa è successo esattamente in Nepal?
Il 26 agosto 2026, una frana di ghiaccio e roccia è precipitata nel fiume Lhende Khola, tributario del Bhotekoshi, al confine tra Nepal e Tibet. Il materiale ha bloccato il corso del fiume e, quando la diga naturale ha ceduto, un’onda di piena di acqua, fango e massi ha devastato i distretti di Nuwakot, Rasuwa, Gorkha e Dhading, nel Nepal centrale.
Quanti sono i morti e i dispersi?
Il bilancio è provvisorio: la polizia nepalese ha recuperato 157 corpi, mentre risultano dispersi 403 persone, di cui 341 stranieri da 26 paesi. Sul lato tibetano si contano almeno 3 morti e 265 dispersi nella contea di Gyirong. I numeri sono destinati a cambiare nei prossimi giorni.
È stato un nubifragio o qualcos’altro?
Non è stato un nubifragio in senso classico. La causa più probabile è una frana di ghiaccio e roccia (ice-rock avalanche) che ha ostruito il fiume e generato un’ondata di piena improvvisa. Il segnale sismico registrato la mattina non era un terremoto: era la frana stessa, equivalente a un evento di magnitudo 5.2.
C’entra il cambiamento climatico?
Il contesto climatico è inequivocabile: i ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya perdono ghiaccio al doppio del ritmo del 2000, e i pericoli criosferici sono più frequenti. Il ruolo esatto del clima in questo specifico evento sarà stabilito dalle indagini scientifiche, che richiederanno settimane o mesi.
C’è il rischio di una seconda ondata?
Sì. Gli esperti dell’ICIMOD segnalano che uno sbarramento di detriti è ancora presente a monte, al confine tra Nepal e Cina, e potrebbe cedere. Le autorità hanno emesso ordini di evacuazione per il porto di Jilong e raccomandano di stare lontani dalle rive dei fiumi Bhotekoshi, Trishuli e Narayani.
Come si possono aiutare i colpiti?
Le organizzazioni umanitarie attive in Nepal stanno raccogliendo fondi per i soccorsi e la ricostruzione. È consigliabile donare solo attraverso organizzazioni verificate, evitando raccolte fondi non ufficiali. Per chi ha parenti o conoscenti nella zona, il punto di riferimento è l’ambasciata o consolato del proprio paese a Kathmandu.
La montagna ha parlato, e il mondo ha ascoltato. Mentre i soccorritori continuano a cercare i dispersi tra il fango e i detriti, la sfida più grande per il Nepal non è solo quella di piangere le vittime e ricostruire i villaggi: è quella di imparare a convivere con una montagna che cambia più in fretta della nostra capacità di comprenderla. I ghiacciai si ritirano, i pendii si destabilizzano, i fiumi cambiano umore. La scienza può spiegare i meccanismi, il clima può spiegare le cause, la politica può organizzare i soccorsi. Ma alla fine, come in ogni tragedia himalayana, resta una lezione semplice e antica: chi vive a valle di un ghiacciaio vive alla mercé di qualcosa di più grande di sé. Il Nepal, questa volta, ha perso la partita contro il tempo. Il suo futuro dipenderà dalla capacità di non perdere anche la prossima.
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