Il mandolino: lo strumento che Napoli ha regalato alla musica mondiale

Il mandolino: lo strumento che Napoli ha regalato alla musica mondiale
Immagine realizzata con IA
Le immagini di copertina possono essere realizzate o elaborate con strumenti di Intelligenza Artificiale. Questa scelta nasce anche dalla necessità di prevenire le continue contestazioni e richieste economiche improprie che riceviamo relative a fotografie utilizzate che sono sempre state acquistate con regolare licenza o autorizzate dagli organizzatori.
Contenuti dell'articolo

Otto corde, una cassa armonica sagomata a guscio e un suono brillante, capace di passare dalla serenata sotto il balcone alla sala da concerto. Il mandolino napoletano è uno degli strumenti più riconoscibili al mondo, e porta addosso il nome di una città: Napoli. Non è un caso che, fuori dall’Italia, il mandolino classico venga chiamato semplicemente “mandolino napoletano”.

Nato in Italia nel XVII secolo come derivazione della mandola, il mandolino si è trasformato a Napoli in uno strumento nuovo, costruito nelle botteghe artigiane della città e poi esportato in tutto il mondo. Questa è la sua storia: dai banchi dei liutai a Vivaldi, Mozart e Beethoven, fino alle orchestre a plettro e al bluegrass.

Un piccolo strumento con un suono riconoscibile

Il mandolino classico ha quattro corde doppie, quindi otto corde in totale, montate a coppie e suonate con il plettro. L’accordatura è la stessa del violino: Sol, Re, La, Mi (in notazione internazionale G-D-A-E). Proprio per questo, sul mandolino si può suonare buona parte del repertorio violinistico.

La cassa armonica è a forma di guscio: una cupola profonda costruita con decine di doghe di legno piegate, incollate e rifinite a mano. Il manico ha in genere 17 tasti nei modelli da studio, mentre i mandolini da concerto a tastiera prolungata possono arrivare a 29 tasti. La tavola armonica è forata da una buca di risonanza, spesso ovale o tonda, circondata da filetti decorativi.

Il risultato è un timbro immediato e percussivo, con un attacco secco che si sente anche in mezzo a un’orchestra. Non a caso, per anni, il mandolino è stato lo strumento ideale per accompagnare le voci nelle strade e nei cortili, dove serviva un suono che bucasse l’aria senza bisogno di amplificazione.

Le origini: la bottega dei Vinaccia in Rua Catalana

Il passaggio decisivo avviene a Napoli a metà del Settecento. La famiglia Vinaccia è considerata la più longeva dinastia di liutai napoletani, e a Gaetano Vinaccia si attribuisce l’invenzione del mandolino napoletano, con un prototipo costruito nel 1744. La bottega di famiglia si trovava in Rua Catalana 46, nel cuore della città: da lì uscivano mandolini e chitarre, ma anche strumenti ad arco realizzati sul modello dei Gagliano, fondatori della scuola di liuteria napoletana.

Gli strumenti della casa Vinaccia erano intarsiati e impreziositi con avorio e madreperla lungo la tastiera e il manico: veri oggetti di lusso, richiesti da aristocratici e musicisti. Il mandolino Vinaccia più antico arrivato fino a noi è firmato Filius Januari Vinaccia ed è datato 1752; gli ultimi esemplari della dinastia risalgono al 1914.

Un’altra svolta porta la firma di Pasquale Vinaccia (Napoli, 1806 – 1885), figlio di Gaetano II: fu lui a montare sui mandolini le corde in acciaio armonico, sostituendo le corde in ottone e budello usate fino ai primi dell’Ottocento. Il nuovo materiale cambiò potenza, tenuta e brillantezza dello strumento. Nelle etichette della sua bottega si legge che Pasquale Vinaccia era fornitore di strumenti armonici di Sua Maestà la Regina d’Italia, Margherita di Savoia.

Da Vivaldi a Mozart e Beethoven: il mandolino entra nella musica colta

Nonostante la sua anima popolare, il mandolino conquistò presto i compositori. Antonio Vivaldi gli dedicò un concerto per mandolino e un concerto per due mandolini e orchestra. Wolfgang Amadeus Mozart lo inserì nel Don Giovanni (1787): nella celebre serenata Deh vieni alla finestra è il mandolino ad accompagnare la voce di Don Giovanni. Ludwig van Beethoven, nel 1796, scrisse quattro composizioni per mandolino e clavicembalo, destinate a una nobildonna viennese.

E poiché l’accordatura è identica a quella del violino, il mandolino è rimasto per secoli una porta d’ingresso alla musica classica per chi non aveva studiato l’archetto. Nel Novecento sono nati così veri e propri virtuosi, tra cui Giuseppe Anedda, a cui nel 1975 fu affidata a Padova la prima cattedra di mandolino di un conservatorio italiano.

Calace e la scuola mandolinistica napoletana

Il nome più noto della storia del mandolino napoletano è però quello di Raffaele Calace (Napoli, 18631934): mandolinista, compositore e liutaio, diplomato al Conservatorio di Napoli, passato alla storia come il Paganini del mandolino. Compose brani di enorme difficoltà tecnica, portò lo strumento nei teatri d’Europa e fece tournée fino in Giappone, suonando mandolino e mandoloncello.

La sua famiglia gestiva una liuteria fondata nel 1825 da Nicola Calace, confinato politico nell’isola di Procida, dove la tradizione della costruzione degli strumenti a plettro mise radici. La bottega Calace è considerata ancora oggi uno dei laboratori artigiani storici della città. Accanto ai Calace va ricordato Carlo Munier, cresciuto nella bottega di Pasquale Vinaccia, autore di brani che ancora oggi fanno parte del repertorio obbligatorio di chi studia il mandolino.

Da Napoli al mondo: orchestre a plettro, bluegrass e pop

Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento il mandolino conquistò il mondo con un’onda che gli storici chiamano mandolin craze. Nacquero centinaia di orchestre a plettro, formazioni con mandolini, mandole e mandoloncelli modello napoletano, da Parigi a New York. Il napoletano Carlo Curti fu tra i protagonisti di questa diffusione negli Stati Uniti e in Messico, e in Giappone la cultura del mandolino è ancora oggi così radicata da essere presente anche nei percorsi scolastici.

Poi il testimone passò ad altre tradizioni. Negli anni Venti la Gibson introdusse il mandolino con tavola intagliata, il famoso modello F-5 firmato da Lloyd Loar: uno strumento diverso dal napoletano, con cassa piatta e suono più diretto. Lo rese celebre Bill Monroe, che ne fece la spina dorsale del bluegrass. E nel 1991 un altro mandolino, suonato da Peter Buck, è entrato nella storia del rock: è il riff di Losing My Religion dei R.E.M.

Il mandolino nella canzone napoletana

A Napoli, però, il mandolino non è mai stato solo uno strumento da concerto: è il suono delle serenate, delle feste di quartiere e del Festival di Piedigrotta, la kermesse che tra Ottocento e Novecento lanciò i grandi successi napoletani. Brani come ’O Sole Mio (1898) e Funiculì Funiculà (1880) sono arrivati al mondo anche grazie agli arrangiamenti per mandolino, oggi riproposti dalle orchestre a plettro di mezzo pianeta.

Per capire quanto questo repertorio pesi ancora, basta leggere la storia della canzone napoletana da ’O Sole Mio a Caruso: il mandolino e la voce sono due facce dello stesso fenomeno culturale, esportato dagli emigranti napoletani in ogni angolo del mondo.

Dove ascoltarlo (o imparare a suonarlo) oggi a Napoli

Il mandolino napoletano è tutto fuorché un pezzo da museo. A Napoli continuano a esibirsi orchestre e accademie storiche, mentre liutai e botteghe artigiane costruiscono ancora strumenti con le tecniche tradizionali, a partire dalla scelta dei legni e dall’incollaggio delle doghe del guscio. Una di queste realtà è la Casa del Mandolino, con visite guidate e mandolinate, mentre il Conservatorio San Pietro a Majella resta uno dei luoghi dove la musica napoletana si studia e si ascolta tutto l’anno.

Per chi vuole approfondire, la voce Mandolino di Wikipedia ricostruisce le origini dello strumento, mentre il sito della liuteria Calace mostra come si costruisce ancora oggi un mandolino a plettro secondo la tradizione napoletana.

FAQ sul mandolino napoletano

Perché il mandolino si chiama napoletano?

Perché il modello di mandolino oggi considerato classico è nato e si è perfezionato a Napoli, nelle botteghe dei liutai della città, a partire dalla metà del Settecento. Fu la famiglia Vinaccia a definirne le caratteristiche: quattro corde doppie, cassa a guscio, corde in acciaio.

Quante corde ha il mandolino napoletano e come si accorda?

Ha quattro corde doppie, per un totale di otto corde. L’accordatura è la stessa del violino: Sol, Re, La, Mi. Le corde sono in acciaio e si suonano con il plettro.

Qual è la differenza tra mandolino napoletano e mandolino moderno?

Il mandolino napoletano ha la cassa armonica a guscio, profonda e bombata, e un suono ricco di armonici. I mandolini di disegno moderno, come il modello F-5 diffuso nel bluegrass, hanno invece cassa piatta o intagliata e un timbro più diretto e percussivo.

Il mandolino napoletano si usa ancora oggi?

Sì. Oltre al repertorio classico e alla canzone napoletana, lo strumento è protagonista nelle orchestre a plettro attive in Italia e all’estero, con una grande diffusione in Giappone e in Germania. Continuano a lavorare liutai specializzati nella costruzione di mandolini secondo il modello napoletano.


Scopri di più da Napolike.it

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Seguici su Telegram
Parliamo di: ,