Legge elettorale 2026, cosa cambia e perché è criticata
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È legge la nuova legge elettorale italiana. L’8 ottobre 2026 la Camera dei deputati ha dato il via libera definitivo alla riforma con 227 voti favorevoli e 164 contrari. Il giorno dopo, il 9 ottobre, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha promulgata: è la legge 9 ottobre 2026, n. 180, “Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 235 del 9 ottobre 2026 ed entrata in vigore il 24 ottobre 2026.
La riforma sostituisce il Rosatellum, il sistema in vigore dal 2017, e diventerà la regola per le prossime elezioni politiche, attese nel 2027. La maggioranza la chiama Stabilicum, perché — nelle intenzioni del governo — dovrebbe garantire maggioranze più stabili; le opposizioni l’hanno ribattezzata Melonellum e in aula l’hanno contestata con lo slogan “legge truffa”. Ecco, punto per punto, cosa cambia e perché è finita al centro delle polemiche.
Cosa cambia: un proporzionale senza collegi uninominali
Il cambiamento di fondo riguarda l’impianto del sistema. Il Rosatellum è un modello misto: una parte dei seggi viene assegnata nei collegi uninominali, dove vince il candidato più votato, e il resto con il proporzionale in liste bloccate, senza preferenze. La nuova legge cancella i collegi uninominali: tutti i seggi vengono distribuiti con il metodo proporzionale, corretto da due elementi, le soglie di sbarramento e il premio di maggioranza.
Il testo approvato è composto da nove articoli, come ricostruisce il dossier della Camera dei deputati: i primi due modificano i testi unici per l’elezione di Camera e Senato, seguiti dalle norme su collegi, firme, voto all’estero e voto dei fuori sede.
Il premio di maggioranza al 42%
Il cuore della riforma è il premio di governabilità. La lista o la coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti ottiene un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Il premio scatta però solo se la stessa coalizione supera quella soglia in entrambi i rami del Parlamento.
Se nessuno arriva al 42%, o se Camera e Senato indicano vincitori diversi, il premio non viene assegnato e tutti i seggi sono distribuiti con il proporzionale puro. Non è previsto alcun ballottaggio: l’ipotesi, discussa durante l’iter, è stata accantonata. C’è anche un tetto: sommando seggi proporzionali e premio, chi vince non può superare 220 deputati e 113 senatori.
Tornano le preferenze, ma il capolista resta bloccato
Un’altra novità è il ritorno parziale delle preferenze, che il Rosatellum non prevedeva. Graficamente, sulla scheda ogni lista di partito è composta da un capolista bloccato e da altri sei candidati: il capolista non può ricevere preferenze ed è eletto per primo se la lista conquista almeno un seggio, mentre sugli altri nomi l’elettore può esprimere fino a tre preferenze.
Chi esprime più di una preferenza deve indicare candidati di sesso diverso, altrimenti la seconda e la terza vengono annullate. Richieste delle opposizioni non accolte: nessun obbligo di parità di genere per i capilista e nessuna preferenza unica senza capolista bloccato: è da qui che nasce la critica delle “preferenze finte”.
L’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio
Al momento del deposito di contrassegni e programmi, le forze politiche devono indicare nome e cognome della persona che propongono come presidente del Consiglio; in una coalizione tutti gli alleati devono indicare lo stesso nome. Il nome non comparirà sulla scheda elettorale. La norma fa salve le prerogative del Presidente della Repubblica, che secondo l’articolo 92 della Costituzione nomina il presidente del Consiglio, e il divieto di vincolo di mandato. Le opposizioni la contestano perché, a loro giudizio, introdurrebbe di fatto un premierato senza passare da una riforma costituzionale.
Soglie, ripescaggio e la norma anti-cespugli eliminata
Per entrare in Parlamento restano le soglie del sistema precedente: 10% per le coalizioni e 3% per le liste, con il ripescaggio della lista più votata rimasta sotto il 3%. Il Senato ha poi eliminato la “norma anti-cespugli” voluta dalla Camera: senza quella regola, anche i voti delle liste alleate rimaste sotto lo sbarramento contribuiscono a raggiungere il 42% necessario per il premio, pur non partecipando al riparto dei seggi.
Più firme per i partiti fuori dal Parlamento
È uno dei punti più contestati nelle ultime settimane. Per chi non ha rappresentanza parlamentare il numero di firme necessarie a presentare le candidature sale da 1.500 a 6.000 per ogni collegio plurinominale, fino a un massimo di 7.000. Sono esonerati i partiti con un gruppo in almeno una delle due Camere, purché costituito entro il 31 dicembre 2025; non è prevista la firma elettronica.
Voto fuori sede e voto all’estero
Viene istituito l’elenco degli elettori fuori sede: studenti e lavoratori domiciliati da almeno nove mesi in una regione diversa da quella di iscrizione elettorale, insieme ai caregiver familiari, potranno votare nel comune di temporaneo domicilio in occasione di elezioni politiche, europee e referendum. Si riducono invece le circoscrizioni per gli italiani all’estero (due alla Camera, Europa ed extra Ue, e una al Senato) e vengono ridisegnati i collegi dell’Alto Adige di Merano, Bolzano e Bressanone.
Perché la riforma è criticata
Le opposizioni — Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa — contestano la riforma su più fronti. Le critiche principali riguardano il premio di maggioranza, giudicato sproporzionato perché consentirebbe a una coalizione di governare con una maggioranza molto ampia anche con un consenso lontano dalla metà dei voti; l’indicazione del premier, vista come un premierato introdotto per legge ordinaria; il passo indietro sulla parità di genere, per l’assenza di obblighi sui capilista; e l’aumento delle firme, considerato un ostacolo per i partiti nuovi o piccoli.
Sul piano giuridico, esponenti delle opposizioni e alcuni costituzionalisti hanno annunciato ricorsi alla Corte costituzionale, puntando su parità di genere, sottoscrizioni e premio al Senato. La maggioranza respinge le accuse e sostiene che il premio serve a evitare maggioranze fragili e governi instabili come quelli visti in passato.
Nel frattempo la macchina elettorale si prepara: le prossime elezioni politiche, le prime con lo Stabilicum, sono attese nel 2027. Il tema, però, non è nuovo per Napolike: la riforma era già stata raccontata quando il Senato l’approvò a settembre, prima del voto definitivo di Montecitorio.
Domande frequenti sulla nuova legge elettorale
Quando entra in vigore la nuova legge elettorale?
La legge 180/2026 è stata promulgata il 9 ottobre 2026, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 235 dello stesso giorno ed è entrata in vigore il 24 ottobre 2026.
Quando si voterà con lo Stabilicum?
La riforma si applicherà dalle prossime elezioni politiche, attese nel 2027. Fino ad allora resta valido il sistema con cui si è votato nel 2018 e nel 2022.
Cosa succede se nessuno raggiunge il 42%?
Il premio non viene assegnato e i seggi sono distribuiti con il proporzionale puro. Non è previsto alcun ballottaggio tra le coalizioni.
Quante preferenze si possono esprimere?
Fino a tre, sui sei candidati che seguono il capolista bloccato, con l’obbligo di indicare candidati di sesso diverso se si esprime più di una preferenza.
Il nome del candidato presidente del Consiglio sarà sulla scheda?
No. Il nome va indicato al momento del deposito di simbolo e programma, ma non compare sulla scheda elettorale.
Fonti: Camera dei deputati (dossier sul provvedimento A.C. 2822-B), Gazzetta Ufficiale n. 235 del 9 ottobre 2026 (legge 9 ottobre 2026, n. 180), dichiarazioni di maggioranza e opposizioni riportate dagli organi di stampa.
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