Come è morto Michael Jackson: cosa è accaduto e chi è il colpevole?
Il 25 giugno 2009 il mondo della musica si fermò. Michael Jackson, il Re del Pop, morì nella sua residenza di Los Angeles a soli 50 anni. Una morte che ha scatenato polemiche, processi e teorie del complotto. Ecco cosa accadde davvero, giorno per giorno, e chi fu il responsabile.
Il giorno della morte
Erano circa le 12:21 del pomeriggio quando una chiamata al 911 partì da 100 North Carolwood Drive, Holmby Hills, il quartiere esclusivo di Los Angeles dove Michael Jackson viveva in affitto. Dall’altro capo c’era il suo medico personale, il dottor Conrad Murray, in preda al panico. Jackson non respirava. Era in arresto cardiaco.
I paramedici arrivarono in pochi minuti. Trovarono Jackson già privo di conoscenza, in arresto respiratorio. Tentarono di rianimarlo per quasi un’ora, sia nella villa che durante il trasporto al Ronald Reagan UCLA Medical Center. Ma non ci fu nulla da fare. Alle 14:26 ora locale, Michael Jackson fu dichiarato morto.
La causa ufficiale fu un’intossicazione acuta da propofol, un potente anestetico ospedaliero che non dovrebbe mai essere somministrato in ambito domestico. Nel corpo di Jackson furono trovati anche tracce di lorazepam, midazolam e diazepam — un cocktail letale di benzodiazepine che, combinate con il propofol, avevano soppresso completamente il suo sistema respiratorio.
Chi era Conrad Murray
Il dottor Conrad Murray era un cardiologo originario di Grenada, assunto da Michael Jackson per seguirlo durante il tour preparatorio di “This Is It”, la serie di concerti londinesi che avrebbero dovuto segnare il suo ritorno sulle scene. Jackson soffriva di insonnia cronica da anni, e Murray gli somministrava regolarmente propofol per farlo dormire. Una pratica medica che non ha alcuna giustificazione: il propofol è un anestetico generale che va usato esclusivamente in sala operatoria con monitoraggio continuo delle funzioni vitali.
Murray si difese sostenendo di aver cercato di svezzare Jackson dal propofol riducendolo gradualmente e usando altre benzodiazepine. Ma la notte della morte, dopo ore di tentativi falliti con ansiolitici leggeri, cedette alla richiesta di Jackson e gli somministrò 25 milligrammi di propofol — una dose normale per un’anestesia, ma letale fuori dal contesto ospedaliero.
Poi commise un errore fatale: si allontanò dalla stanza per andare in bagno. Quando tornò, Jackson non respirava più.
Il processo e la condanna
Nel novembre 2011, quasi due anni e mezzo dopo la morte del Re del Pop, Conrad Murray fu processato a Los Angeles. La giuria lo riconobbe colpevole di omicidio colposo (involuntary manslaughter). Non fu accusato di omicidio volontario: la procura contestava una grave negligenza medica, non l’intenzione di uccidere.
Murray fu condannato a 4 anni di prigione, ma ne scontò solo due per buona condotta e per il sovraffollamento carcerario. Uscì nell’ottobre 2013. Non ha mai potuto esercitare la medicina negli Stati Uniti dopo la condanna.
Il ruolo di Michael Jackson nella sua stessa morte
Molti dimenticano un dettaglio importante: Jackson chiamava il propofol il suo “latte”. Ne faceva un uso continuativo da anni, spostandosi da un medico all’altro per procurarselo. Diversi specialisti avevano rifiutato di prescriverlo, e Murray divenne l’unico disposto a farlo. Jackson era fisicamente e psicologicamente dipendente dall’anestetico, un problema che nessuno del suo entourage riuscì a fermare.
Non significa che Murray sia meno colpevole. Un medico ha il dovere di rifiutare richieste pericolose, non di assecondarle. Ma la verità è che la morte di Michael Jackson fu il risultato di una relazione tossica tra un paziente disperato e un medico senza scrupoli.
Le teorie del complotto
Come per molte morti celebri, anche quella di Jackson ha generato teorie alternative. C’è chi sostiene che sia stato ucciso per silenziarlo su presunti scandali legati all’industria musicale, chi crede che sia stato assassinato dalla famiglia per questioni ereditarie, chi ancora pensa che la morte sia stata simulata e che Jackson sia ancora vivo da qualche parte.
Nessuna di queste teorie ha mai trovato riscontri. Le evidenze scientifiche, mediche e giudiziarie sono chiare: Michael Jackson morì per un errore medico evitabile, e Conrad Murray ne fu l’unico responsabile legale.
A distanza di anni, il Re del Pop resta un’icona senza tempo. La sua musica sopravvive, ma la domanda resta: quanti altri talenti avrebbe potuto regalarci se qualcuno, quel giorno, avesse semplicemente detto di no?
Foto di Di Larry Davis, Los Angeles Times