Festa dei morti a Napoli, come si celebrava una volta
Immagine realizzata con IA
Il due novembre a Napoli non è mai stato un giorno qualunque. Per generazioni la città si è fermata per la Commemorazione dei defunti, tra visite ai cimiteri, lumini sui davanzali e bancarelle piene di dolci. Era una festa di memoria e di piccoli riti domestici, tramandati di padre in figlio. Ecco come si viveva, davvero, la festa dei morti nella Napoli di una volta.
Il due novembre e lo struscio verso i cimiteri
La tradizione voleva che il giorno dei morti l’intera città si mettesse in cammino verso i camposanti, primo fra tutti il Cimitero di Poggioreale. Era un pellegrinaggio silenzioso e partecipe, fatto di viali affollati di famiglie, fiori e preghiere. Lo ha fissato per sempre Totò nella poesia ‘A livella, scritta nel 1964, che si apre proprio con l’usanza di andare al cimitero il due novembre.
Sulle tombe non mancavano mai i crisantemi, il fiore che in Italia è diventato simbolo del lutto, e i candelotti accesi. Chi non aveva un proprio caro da visitare lasciava comunque un fiore su una tomba spoglia, gesto di affetto verso i defunti abbandonati. Nella memoria collettiva il camposanto non era un luogo di paura, ma il posto dove la propria storia familiare si ritrovava tutta insieme.
Accanto ai cimiteri cittadini, faceva parte di questo mondo anche l’antico ossario del Cimitero delle Fontanelle nel Rione Sanità, dove da secoli i napoletani andavano a prendersi cura delle anime senza nome. Un legame tra vivi e morti che la città non ha mai smesso di coltivare.
I lumini sui davanzali e la cena per le anime
La festa cominciava però prima, la sera del 31 ottobre. Secondo la credenza popolare, nella notte tra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti tornavano a far visita ai vivi, e restavano in cammino fino all’Epifania. Per indicare loro la strada di casa, molte famiglie accendevano un lumino sul davanzale della finestra.
Si usava anche apparecchiare un posto in più a tavola, o lasciare un secchio d’acqua per ristorare le anime in viaggio. Sono gesti di devozione che appartengono alla tradizione e non a un rituale ufficiale, e proprio per questo raccontano bene il rapporto confidenziale che Napoli ha sempre avuto con i propri morti. In quelle sere l’acqua fresca e la luce di una candela erano un modo semplice per dire che nessuno veniva dimenticato.
Le bancarelle del due novembre
Nelle strade del centro comparivano le bancarelle del giorno dei morti. Vendevano dolci, caramelle e piccoli giocattoli, e per i bambini erano uno dei momenti più attesi dell’anno. Tra la merce più tipica c’erano il torrone dei morti e i cuppetielli di ammennole atterrate, le mandorle caramellate da sgranocchiare passeggiando.
Il murticiello e la sua forma di bara
Il torrone dei morti napoletano, affettuosamente chiamato ‘o murticiello, non è il torrone duro di Montevergine. È morbido, a base di cioccolato e nocciole, e tagliato in fette dalla forma che ricorda una piccola bara. Una spiegazione popolare, tenera e un po’ ironica, sostiene che dovesse essere morbido per forza, perché i defunti non hanno denti per mordere. La tradizione vuole che il murticiello si donasse e si condividesse proprio durante le feste di Ognissanti, come omaggio ai cari scomparsi. Le pasticcerie napoletane lo propongono ancora oggi in molte varianti, dal caffè al pistacchio, e resta il dolce che più di ogni altro identifica questo periodo dell’anno.
La melagrana e i sapori del ricordo
Oltre ai dolci, sulle tavole di novembre faceva bella mostra la melagrana, frutto antichissimo legato ai riti di morte e rinascita. Il suo mito più celebre è quello di Persefone, che, legata agli Inferi da alcuni chicchi di melagrana, è costretta a tornarvi ogni anno. Anche per questo il frutto è diventato un simbolo del legame tra chi vive e chi non c’è più.
In buona parte del Sud Italia si preparavano inoltre i biscotti detti ossa dei morti, dalla forma che richiama le ossa, diffusi anche in Campania nello stesso periodo. Il loro sapore si intreccia con quello del torrone e delle caldarroste, i profumi che ancor oggi accompagnano l’autunno napoletano.
Le cascettelle, il dolcetto o scherzetto di una volta
Prima che arrivasse il trick or treat, a Napoli esisteva già un suo equivalente, e aveva radici molto antiche. Nel secondo dopoguerra, ma anche molto prima, i bambini giravano i quartieri popolari con una cassetta di cartone a forma di bara, la cascettella (chiamata anche o tavutiello), per raccogliere caramelle, fichi secchi, uva passa e biscotti.
Invece di chiedere “dolcetto o scherzetto”, gridavano “Cicci muorti”, il nome di un dolce povero fatto con chicchi di grano bolliti e ripassati nel miele e nello zucchero. In alcune versioni recitavano una filastrocca che suonava come “Famme bene pe’ li muorte”, chiedendo un piccolo dono in cambio di una preghiera per i defunti.
La cronaca di Matilde Serao e la voce di Eduardo
Le cascettelle non sono una leggenda, ne parlano le cronache. Il 1 novembre 1904 la scrittrice Matilde Serao le descrisse sulle pagine del giornale “Il Giorno”, raccontando centomila scatolette di cartone decorate con teschi e ossa incrociate. Le cita anche Eduardo De Filippo in “Filumena Marturano”, tra i mestieri di strada di una Napoli povera e piena di inventiva.
Quella dei bambini con la cassettella era una questua antica, più vicina alla questua rituale che allo scherzo. Si chiedeva un dolce e si offriva in cambio una preghiera, in un patto semplice tra chi resta e chi è partito. È la stessa logica del “refrisco”, il refrigerio che i vivi offrono alle anime in pena.
Le radici antiche della festa
Le origini di questa ricorrenza sono più antiche del cristianesimo. Già nella Napoli greco-romana esistevano riti dedicati alle divinità degli Inferi, e il vicino Lago d’Averno era considerato dagli antichi una porta verso l’oltretomba. Nei secoli il culto si è trasformato, ma il dialogo tra vivi e morti è rimasto una costante della città partenopea.
Anche la Chiesa ha contribuito a modellare la data. Secondo la tradizione storiografica fu l’abate benedettino Sant’Odilone di Cluny, intorno al 998, a fissare la commemorazione dei defunti subito dopo Ognissanti, accompagnandola con i rintocchi funebri delle campane. Da allora il due novembre è diventato, in tutto il mondo cattolico, il giorno dedicato a chi non c’è più. Se vuoi seguire il filo di questo legame tra la città e l’aldilà, puoi partire da una raccolta di storie e luoghi simbolo nella guida alle leggende e ai misteri di Napoli, tra miti, esoterismo e vicende da scoprire.
Domande frequenti sulla festa dei morti a Napoli
Quando si celebra la festa dei morti
La Commemorazione dei defunti cade il 2 novembre, il giorno dopo Ognissanti. A Napoli i riti cominciavano già la sera del 31 ottobre con i lumini sui davanzali e si protraevano per l’intero mese.
Quale dolce si mangia a Napoli per il giorno dei morti
Il dolce simbolo è il torrone dei morti, detto ‘o murticiello, morbido e a base di cioccolato e nocciole. Accanto a lui si trovano la melagrana, le mandorle caramellate e i biscotti a forma di osso.
Perché il torrone dei morti è morbido
La spiegazione popolare sostiene che i defunti non avrebbero i denti per mordere il torrone duro. La versione morbida si è poi affermata come dolce tipico della ricorrenza, più semplice da conservare e da offrire in dono.
Cosa chiedevano i bambini con le cascettelle
I bambini napoletani giravano con la cascettella di cartone a forma di bara gridando “Cicci muorti”, cioè chicchi di grano dolci, e raccoglievano caramelle, fichi secchi e biscotti. Era il dolcetto o scherzetto napoletano, documentato già nel 1904 da Matilde Serao.
Qual è la poesia simbolo del giorno dei morti a Napoli
È ‘A livella di Totò, scritta nel 1964. Nei suoi versi la morte diventa il grande livellatore che rende tutti uguali, ricchi e poveri, davanti all’ultima porta.
Scopri di più da Napolike.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.