Enrico Caruso: la voce di Napoli che incantò il mondo
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Il 25 febbraio 1873 nasce a Napoli, in via Santi Giovanni e Paolo al civico 7, un bambino che avrebbe cambiato il modo in cui il mondo ascoltava la voce umana. Si chiama Enrico Caruso. Il padre Marcellino è operaio metalmeccanico, la madre Anna Baldini fa le pulizie: entrambi vengono da Piedimonte d’Alife, l’odierna Piedimonte Matese.
Quarantotto anni dopo, il 2 agosto 1921, lo stesso uomo muore in una stanza dell’Hotel Vesuvio, a poche centinaia di metri dal mare che aveva lasciato per conquistare New York. In mezzo ci sono 863 recite al Metropolitan, oltre 260 dischi e un primato che nessuno gli ha ancora tolto: è stato il primo cantante della storia a vendere più di un milione di copie di un disco.
La sua è una storia tutta napoletana, anche quando si svolge a Londra, a Buenos Aires o a San Francisco. Ci sono la povertà, la voce che nessuno prende sul serio, un contratto capestro firmato a vent’anni, una città che lo ferisce e un funerale che la città gli dedica con vent’anni di ritardo. E ci sono le canzoni, che a distanza di un secolo continuano a essere ascoltate da chi non ha mai messo piede in un teatro d’opera.
Dalla fonderia al Teatro Nuovo
A dieci anni Enrico va a lavorare con il padre in fonderia. La madre insiste perché continui a studiare e lo iscrive a una scuola serale, dove il ragazzo scopre di avere una mano da disegnatore: progetta fontane per l’officina in cui lavora. La voce, intanto, cresce da sola, tra il coro della chiesa e qualche recita di paese.
La svolta arriva per caso. Il baritono Eduardo Missiano lo sente cantare una messa di Mercadante a un funerale nella chiesa di Sant’Anna alle Paludi e resta folgorato. Lo presenta al maestro Guglielmo Vergine, che accetta di impartirgli lezioni ma pretende il 25% dei compensi per cinque anni. È il primo contratto della carriera di Caruso ed è anche il peggiore: lo firmerà, perché a Napoli nel 1894 non c’era alternativa.
Nel 1894 lo chiamano alle armi. Dopo un mese e mezzo un maggiore appassionato di musica lo rimanda a casa, così può continuare a studiare. L’esordio in un teatro vero arriva poco dopo, al Teatro Nuovo, con L’amico Francesco di Mario Morelli: ottanta lire per quattro recite che diventano due, perché il teatro è mezzo vuoto. Non è un trionfo, ma i giornali scrivono il suo nome.
Nel 1895 è Turiddu nella Cavalleria rusticana al Teatro Cimarosa di Aversa. Poi arrivano Caserta, Salerno e la prima trasferta fuori dall’Italia, al Cairo, pagata seicento lire al mese. Nel 1896, a Livorno, incontra il maestro Vincenzo Lombardi, l’uomo che gli insegna a gestire il fiato e a non forzare la voce. Nella stessa città conosce la soprano Ada Botti Giachetti: la relazione durerà undici anni e gli darà due figli, Rodolfo ed Enrico junior.
Il 1897 è l’anno dell’Arlesiana di Cilea al Teatro Lirico di Milano. Il Lamento di Federico, quello che oggi tutti conoscono come È la solita storia del pastore, diventa il suo primo grande successo. Due anni più tardi canta alla Royal Opera House di Londra e a Roma, nel 1900 è alla Scala diretto da Toscanini. A ventisette anni, il figlio dell’operaio metalmeccanico è uno dei tenori più richiesti d’Europa.
Una voce che non sembrava da tenore
Le doti naturali di Caruso, a guardarle bene, non erano eccezionali. La voce era poco potente, corta, facile all’incrinatura sugli acuti, con un colore così scuro da far pensare a un baritono. I primi maestri non lo consideravano un talento da primo tenore. Qualche critico non lo considerò mai tale.
Il miracolo fu il lavoro. Caruso si costruì una tecnica personalissima, basata sulla risonanza del torace e su un controllo del fiato che gli permetteva di fare cose vietate ai suoi colleghi: cantare in mezza voce per intere frasi, calare il suono fino al sussurro e poi riaprirlo in un crescendo che faceva scattare in piedi il pubblico. Aggiunse il singhiozzo, cioè un’emissione rotta usata come effetto espressivo. Aggiunse anche una dizione talmente netta che l’ultimo posto in galleria capiva ogni parola.
Che cos’è la mezza voce
È un modo di cantare a volume ridotto mantenendo appoggio e risonanza, senza passare al falsetto. Serve a ottenere sfumature, non a risparmiare energia: un tenore che non ha tecnica, in mezza voce sparisce. Caruso la usava come un attore usa il silenzio, per far pesare di più la frase successiva.
Per questo i suoi dischi funzionano ancora: non registrano un urlo, registrano un’interpretazione. Chi ascolta oggi il Vesti la giubba del 1904 sente un uomo che ride e piange nella stessa frase, con un microfono che non esiste e un fruscio di fondo che sembra un respiro.
Il 1901 al San Carlo e la leggenda del fiasco
Qui la storia napoletana si fa velenosa. Nel 1901 Caruso torna a cantare nella sua città, al Teatro San Carlo, con un compenso di tremila lire a recita. La versione che circola da un secolo è questa: serata disastrosa, pubblico ostile, critiche feroci sulla voce troppo baritonale, decisione di non cantare mai più a Napoli.
Le cronache dell’epoca restituiscono un quadro più sfumato. Il quotidiano teatrale Il Pungolo, nei numeri del 31 dicembre 1901 e del 5 gennaio 1902, descrive l’emozione del tenore nel primo atto, rotta da applausi crescenti fino alla richiesta del bis. Le repliche andarono meglio, mentre la seconda opera in cartellone, la Manon di Massenet, fu accolta con freddezza. A ferirlo fu soprattutto una recensione: quella di Saverio Procida, che gli rimproverò di aver scelto un repertorio al di sotto delle sue possibilità più che la voce in sé. La battuta che gli viene attribuita è rimasta celebre: «Non verrò mai più a Napoli a cantare, ci verrò solo per mangiare un piatto di spaghetti».
Il dato certo è un altro. Pesa più della leggenda: dopo il 1901 Caruso non cantò più in nessun teatro italiano. Non solo a Napoli. L’Italia intera uscì dal suo calendario, mentre gli Stati Uniti e il Sudamerica diventavano la sua casa professionale. La città che lo aveva visto nascere in un vicolo lo perse per una recensione e per un carattere che non dimenticava nulla.
Vent’anni dopo, quando il feretro arrivò in piazza del Plebiscito, Napoli si prese la rivincita con una folla che nessun funerale cittadino aveva mai visto. Troppo tardi, come succede sempre.
New York, 863 recite al Metropolitan
Il debutto americano è datato 23 novembre 1903. Il contratto lo ha negoziato il banchiere Pasquale Simonelli, napoletano di New York. La sera della prima Caruso è il duca di Mantova nel Rigoletto, accanto a Marcella Sembrich e Antonio Scotti. Il pubblico gli chiede il bis di La donna è mobile e da quel momento non lo lascia più andare.
Nella prima stagione aggiunge Aida, Tosca, Bohème, Pagliacci, Traviata, Lucia di Lammermoor e L’elisir d’amore. Resterà al Metropolitan per diciassette stagioni, con 863 apparizioni tra il teatro di New York e le tournée, diventando il primo cantante lirico trattato come una star del cinema: folla all’ingresso, fotografi, interviste, merchandising ante litteram.
Il 10 dicembre 1910 è la serata che i libri di storia della musica ricordano: la prima assoluta de La fanciulla del West. Puccini scrisse la parte di Dick Johnson pensando proprio alla sua voce, sul podio c’era Toscanini e in sala lo stesso compositore con il commediografo David Belasco. Nello stesso anno Caruso partecipa alla prima trasmissione radiofonica pubblica trasmessa negli Stati Uniti, che parte dal palco del Met.
Col passare degli anni il timbro si scurisce e il repertorio si allarga: accanto a Nemorino e a Elvino arrivano ruoli drammatici come Sansone, Eléazar nella Juive, Giovanni di Leida nel Profeta. Un tenore che canta tutto, oggi, è normale. Nel 1915 non lo era.
Il primo divo dell’industria del disco
L’11 aprile 1902, in una stanza d’albergo a Milano, Caruso incide dieci arie per la Gramophone & Typewriter Company. Prende cento sterline una volta tanto, senza royalty: l’affare del secolo lo fa l’etichetta. È il primo grande cantante a capire che il disco non è un ripiego per chi non riempie i teatri, ma un moltiplicatore di fama.
Nel febbraio 1904 comincia a registrare per la Victor alla Carnegie Hall. Fino al 1920 incide più di 260 dischi e incassa in royalty oltre due milioni di dollari dell’epoca, più di quanto abbia guadagnato dai teatri. Il colpo definitivo è Vesti la giubba, il lamento di Canio nei Pagliacci, inciso negli Stati Uniti nel 1904 e nel 1907: è il primo disco della storia a superare il milione di copie vendute. Nel 1975 la versione Victor entra nella Grammy Hall of Fame.
Perché i dischi del 1902 suonano ancora
La registrazione acustica, quella senza microfono, funzionava grazie a una tromba che raccoglieva il suono. Premiava le voci con un centro ricco e compatto e puniva i grandi volumi, che la membrana non riusciva a gestire. Caruso, con la sua emissione concentrata, era il cantante perfetto per quel sistema: la tecnologia dell’epoca lo ha scelto, non solo il pubblico.
Sul denaro Caruso non aveva pudore. Nel 1920, all’Avana, si fece pagare 10.000 dollari a serata, una cifra che nessun cantante aveva mai visto. Nello stesso periodo cantava gratis per gli emigranti italiani. Nelle raccolte fondi per la Prima guerra mondiale metteva la faccia e la voce senza chiedere nulla.
Il terremoto, il processo e le scaramanzie
La notte del 17 aprile 1906 Caruso canta Carmen a San Francisco. La mattina dopo, alle 5:13, il letto del Palace Hotel comincia a tremare: è il grande terremoto che distruggerà quasi tutta la città. Il tenore scappa in strada con la fotografia autografata di Theodore Roosevelt, unica cosa che riesce a prendere. La userà come documento per lasciare la città. Alla domanda su cosa volesse come ricordo rispose, secondo la tradizione: «Datemi il Vesuvio».
Non tornò mai più a San Francisco, mantenendo la promessa. Qualche mese dopo, nel novembre 1906, finì nei guai per un motivo molto meno epico: fu arrestato perché accusato di aver pizzicato una donna nella casa delle scimmie dello zoo di Central Park. Lui sostenne che era stata una scimmia. Le indagini emersero indizi di un possibile complotto ai suoi danni, ma il tribunale lo condannò lo stesso a dieci dollari di multa. La vicenda fece più rumore della sua opera e si sgonfiò in poche settimane.
Era un uomo pieno di riti: portava con sé amuleti e portafortuna a ogni recita, non saliva sul palco senza di essi. Coltivava le superstizioni napoletane come una seconda voce. Nel camerino disegnava caricature di colleghi, direttori e sconosciuti: ne aveva fatto una collezione sterminata. Collezionava monete rare, francobolli, orologi e tabacchiere. Fumava sigarette egiziane fortissime, due bagni al giorno, cibo abbondante e compagnia rumorosa: un napoletano che non si era mai integrato del tutto nell’America dei salotti.
Core ‘ngrato e le canzoni napoletane
Tra il 1909 e il 1911 Caruso incide 22 canzoni napoletane. Non è folklore per turisti: è il repertorio che lo accompagna da ragazzo, quello che sua madre cantava in casa. In quella serie c’è Core ‘ngrato, scritta da Salvatore Cardillo su versi di Riccardo Cordiferro, ispirata alla fine della relazione con Ada Giachetti. Caruso fu il primo a inciderla, nel 1911.
Nei suoi dischi napoletani ci sono anche ‘O sole mio e Santa Lucia, ancora oggi tra i brani più scaricati del suo catalogo. Il punto è che Caruso non le trattava come numeri da bis: le cantava con la stessa cura di un’aria di Verdi. Per la prima volta le portò nei teatri di New York come musica, non come macchietta etnica. La canzone napoletana deve a lui buona parte del suo pubblico internazionale, come raccontiamo anche nella storia della canzone napoletana da ‘O sole mio a Caruso.
La fine, a 48 anni
La sera del 3 dicembre 1920, durante Sansone e Dalila, una colonna della scenografia lo colpisce al fianco sinistro. Secondo il racconto del figlio Enrico junior è quello l’incidente che dà inizio alla fine: il giorno dopo, prima dei Pagliacci, ha un accesso di tosse e un dolore intercostale che non lo lascia più. L’11 dicembre un’emorragia alla gola interrompe la recita dopo il primo atto.
Il 24 dicembre 1920 canta Eléazar nella Juive: è la sua ultima apparizione al Metropolitan. Il giorno di Natale, con il dolore diventato insostenibile, la diagnosi è pleurite infetta. Lo operano il 30 dicembre al polmone sinistro. Convalescenza a Sorrento, dove si forma un ascesso subfrenico che nessuno osa incidere: il primo medico consultato si tira indietro dicendo che non si sente all’altezza di mettere le mani su Caruso.
Arriva da Roma il professor Antonio Cardarelli, che ordina l’intervento immediato e dispone il trasferimento a Roma, perché Napoli non ha le strutture. Viene chiamato anche Giuseppe Moscati, medico e futuro santo, che capisce che ormai resta poco da fare. Il 2 agosto 1921 Caruso muore in una stanza dell’Hotel Vesuvio: il trasferimento verso la clinica di Roma si era fermato a Napoli. La causa è una peritonite acuta da rottura dell’ascesso. Ha 48 anni.
I funerali si tengono nella basilica di San Francesco di Paola, in piazza del Plebiscito, con una folla che paralizza mezza città. È sepolto in una cappella privata del cimitero di Santa Maria del Pianto, alla Doganella, a pochi metri dalla tomba di Totò. Lascia tre figli: Rodolfo ed Enrico junior, avuti da Ada, più Gloria, nata dal matrimonio con l’americana Dorothy Benjamin nel 1918.
Nel 1986 Lucio Dalla scrive Caruso dopo aver dormito in una stanza di un albergo di Sorrento, la stessa in cui il tenore aveva passato gli ultimi giorni. Una canzone nata da un racconto di albergatori, diventata più famosa della maggior parte delle arie che Caruso cantava.
Dove trovare Caruso a Napoli oggi
Il civico 7 di via Santi Giovanni e Paolo, dove nacque, è un palazzo qualunque con una memoria invisibile ai più. Chi vuole seguire le tracce del tenore parte da lì, passa dal Teatro San Carlo che lo vide nel 1901 e arriva a piazza del Plebiscito, dove la città gli tributò l’omaggio che in vita gli aveva negato.
Al cimitero di Santa Maria del Pianto la sua cappella privata si visita insieme alla tomba di Totò: due napoletani universali a pochi passi di distanza. Il resto della sua eredità non è in un museo: è nei dischi, tutti in pubblico dominio, riversati in decine di edizioni, con la raccolta The Complete Caruso come punto di partenza per chi vuole ascoltare un secolo fa senza filtri.
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FAQ su Enrico Caruso
Enrico Caruso era napoletano?
Sì. Nacque a Napoli il 25 febbraio 1873, in via Santi Giovanni e Paolo 7, da una famiglia povera originaria di Piedimonte d’Alife. Morì nella stessa città il 2 agosto 1921, all’Hotel Vesuvio.
Perché dopo il 1901 non cantò più a Napoli?
La versione popolare parla di un fiasco all’Elisir d’amore al San Carlo. Le cronache de Il Pungolo raccontano invece applausi e un bis, mentre a ferirlo fu la recensione di Saverio Procida, che gli rimproverò il repertorio. Fatto sta che dopo quella stagione non cantò più in nessun teatro italiano, non solo a Napoli.
Quanti dischi ha venduto Caruso?
Non esiste un totale affidabile, ma il dato simbolico basta: Vesti la giubba fu il primo disco della storia a superare il milione di copie. Tra il 1904 e il 1920 registrò più di 260 dischi per la Victor, con royalty superiori a due milioni di dollari dell’epoca.
Dove si trova la tomba di Enrico Caruso?
A Napoli, nel cimitero di Santa Maria del Pianto, in via Nuova del Campo alla Doganella, in una cappella privata a pochi metri dalla tomba di Totò.
Caruso era ricco o morì povero?
Era ricchissimo. Guadagnava cifre record, possedeva una villa vicino a Firenze e investiva in monete, francobolli e immobili. Morì a 48 anni per una peritonite conseguente a un ascesso polmonare, non per mancanza di cure: semplicemente nel 1921 quella patologia era quasi sempre letale.
Qual era il suo ruolo più celebre?
Il duca di Mantova nel Rigoletto, con cui debuttò al Metropolitan il 23 novembre 1903. Poi Canio nei Pagliacci, la cui aria Vesti la giubba lo rese famoso in tutto il mondo. Tra i suoi cavalli di battaglia anche Radamès in Aida, Rodolfo nella Bohème e Dick Johnson nella Fanciulla del West, scritto per lui da Puccini.
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