Demersa Parthenope: il primo museo sommerso di Napoli
Il golfo di Napoli custodisce da secoli storie, relitti e leggende. Ora, a largo di Castel dell’Ovo, sta per aggiungersi un nuovo tassello a questo patrimonio sommerso. Si chiama Demersa Parthenope ed è il primo nucleo del museo sommerso della città, firmato dallo scultore Domenico Sepe. Non una semplice statua, ma un insieme di oltre dieci sculture in bronzo e alluminio che riposeranno tra i 28 e i 35 metri di profondità, proprio nel punto in cui la leggenda vuole che la sirena Partenope sia stata trascinata dalle correnti dopo il rifiuto di Ulisse. Un progetto che unisce arte contemporanea, mitologia antica e rispetto per l’ecosistema marino, in un dialogo che promette di durare nel tempo.
Un progetto che nasce dal mito fondativo
La figura di Partenope è da sempre legata all’identità di Napoli. Secondo la tradizione, la sirena, respinta da Ulisse, si lasciò morire tra i flutti del golfo e il suo corpo fu trasportato dalle onde fino all’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo. In quel luogo nacque il primo nucleo abitativo della città. Domenico Sepe riparte proprio da qui per costruire un’installazione che non vuole essere solo contemplativa, ma che intende restituire alla figura mitologica una dimensione contemporanea. Le sue forme, essenziali e sospese tra umano e simbolico, si inseriscono nella grande tradizione della scultura mediterranea ma la proiettano verso un linguaggio attuale. L’artista rinuncia a ogni rappresentazione convenzionale della sirena e sceglie invece di affidare l’opera al processo incessante della trasformazione. Il progetto, realizzato in collaborazione con Megaride Cantine Sommerse, non si configura come una semplice esposizione subacquea, ma come un vero e proprio laboratorio permanente dove mito, ricerca artistica e ambiente marino dialogano senza soluzione di continuità. Ogni scultura è pensata per diventare parte integrante del paesaggio sottomarino, accogliendo l’azione del tempo come elemento costitutivo della propria identità estetica.
Dieci sculture affidate al mare
Oltre dieci opere in bronzo e alluminio compongono il primo nucleo di Demersa Parthenope. I materiali sono stati scelti con cura per resistere all’azione dell’acqua salata e per interagire con essa in modo armonioso. Le sculture non rimarranno immutate: al contrario, l’obiettivo del progetto è che l’acqua, il sale, le correnti e i sedimenti minerali intervengano sulle superfici, depositando tracce, alterazioni e nuove cromie che nessuna mano umana potrebbe prevedere. È questa la scommessa più affascinante dell’operazione: il tempo diventa esso stesso artista. Le opere non si consumano, ma evolvono, accettando di perdere qualcosa della propria identità originaria per conquistarne una nuova. Questo dialogo silenzioso tra creazione umana e forza generatrice della natura ricorda come ogni autentica forma d’arte sia, in fondo, sempre incompiuta. Quando le sculture torneranno alla luce, porteranno sulla pelle la memoria del fondale, trasformata in materia viva, quasi fossero emerse da un remoto passato archeologico. Saranno opere scolpite due volte: dalla sensibilità di Domenico Sepe e dall’inesauribile pazienza del mare.
Accessibilità e percorsi di visita
Il museo sommerso di Napoli non sarà riservato ai soli subacquei. Il progetto prevede diverse modalità di fruizione pensate per rendere il patrimonio artistico accessibile a tutti. Le immersioni guidate permetteranno ai subacquei esperti di esplorare le sculture da vicino, accompagnati da istruttori che conoscono la disposizione delle opere e le condizioni del fondale. Per chi non pratica attività subacquea, sono previste esplorazioni in diretta mediante veicoli ROV, robot telecomandati in grado di trasmettere immagini ad alta definizione delle sculture immerse. I percorsi virtuali saranno destinati a scuole, musei e istituzioni culturali, con contenuti didattici che collegano la storia del mito di Partenope alla biologia marina e all’arte contemporanea. Un sistema integrato che rende fruibile un patrimonio altrimenti invisibile, offrendo a un pubblico ampio l’opportunità di conoscere un progetto artistico unico nel suo genere. Per chi visita Napoli, l’area di Castel dell’Ovo e il lungomare Caracciolo rimangono il punto di osservazione privilegiato per immaginare ciò che accade sotto la superficie del mare, a pochi passi dalla riva.
Arte e natura in una sintesi moderna
Demersa Parthenope si inserisce in un filone internazionale di musei subacquei che stanno nascendo in diverse parti del mondo, da Cancún alla Grecia, ma con una peculiarità che lo distingue: l’opera non è un semplice manufatto calato in acqua, ma accetta consapevolmente di essere modificata dall’ambiente circostante. Non c’è volontà di controllo totale da parte dell’artista, ma un atto di fiducia verso la natura. Questa impostazione filosofica richiama il concetto di arte relazionale, dove il significato dell’opera non è fissato una volta per tutte ma si costruisce nel tempo attraverso l’interazione con lo spettatore e, in questo caso, con l’ecosistema marino. Per Napoli, che vanta una tradizione millenaria di dialoghi tra cultura e paesaggio, Demersa Parthenope rappresenta un’ulteriore declinazione di quel rapporto speciale con il mare che da sempre caratterizza l’identità della città. Un progetto che guarda al futuro senza dimenticare le radici, dimostrando come l’arte contemporanea possa trovare casa anche negli abissi, a patto di saper ascoltare il respiro delle onde.
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