Conflitto israelo-palestinese: storia, cause, personaggi e situazione attuale — guida completa
Se hai acceso la televisione almeno una volta negli ultimi dieci anni, ti sarai chiesto: ma perché in Medio Oriente non si fa pace? La domanda è semplice, la risposta no. Perché la questione palestinese non è una guerra qualsiasi: è un groviglio di storia, religione, politica, petrolio e sangue che dura da più di un secolo. È il conflitto che ha plasmato la geopolitica mondiale, che ha fatto cadere governi, che ha acceso guerre tra Stati e che oggi, nel 2026, continua a tenere in scacco l’intera regione.
Questo articolo è un tentativo di fare chiarezza. Senza prendere posizione (o almeno provandoci), raccontando i fatti, le date, i personaggi e le ragioni di entrambe le parti. Perché per capire il presente, devi sapere da dove veniamo.
Le radici del conflitto: dalla Palestina ottomana alla Dichiarazione Balfour
Chi viveva in Palestina prima del Novecento
Per secoli, la regione chiamata Palestina (oggi Israele, Cisgiordania e Gaza) fece parte dell’Impero Ottomano. La popolazione era in maggioranza araba e musulmana, con una minoranza cristiana e una piccola comunità ebraica concentrata in poche città come Gerusalemme, Hebron e Safed. Ebrei e arabi vivevano fianco a fianco, non sempre in pace, ma senza il conflitto politico che conosciamo oggi.
La svolta arrivò alla fine dell’Ottocento, quando in Europa nacque il sionismo, un movimento politico fondato da Theodor Herzl che sosteneva la necessità di creare uno Stato ebraico in Palestina, la terra che gli ebrei consideravano la loro patria storica (Eretz Israel). L’idea nasceva come risposta all’antisemitismo dilagante in Europa: pogrom in Russia, affare Dreyfus in Francia, discriminazione ovunque.
La Dichiarazione Balfour e il mandato britannico
Nel 1917, nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale, il governo britannico firmò la Dichiarazione Balfour: una lettera in cui si diceva “favorevole alla creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. Un atto che cambierà per sempre la storia del Medio Oriente. La Gran Bretagna, che nel frattempo aveva conquistato la Palestina strappandola agli Ottomani, ottenne dalla Società delle Nazioni il Mandato sulla Palestina nel 1922.
Da quel momento, l’immigrazione ebraica in Palestina crebbe costantemente. Dagli anni ’20 ai ’40 arrivarono centinaia di migliaia di ebrei, molti in fuga dalle persecuzioni naziste in Europa. La popolazione ebraica passò da poche decine di migliaia a 630.000 persone nel 1947, circa il 30% del totale. Gli arabi palestinesi, che temevano di diventare una minoranza nella propria terra, si opposero con crescente violenza. I primi scontri armati tra comunità ebraica e araba iniziarono già negli anni Venti e Trenta.
“La Dichiarazione Balfour è stata la prima tessera di un domino che non ha mai smesso di cadere.” — Ilan Pappé, storico israeliano
La Nakba e la nascita di Israele (1948)
Il piano di partizione dell’ONU
Dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’orrore della Shoah (6 milioni di ebrei uccisi dai nazisti), la pressione per la creazione di uno Stato ebraico divenne irresistibile. Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 181, il cosiddetto “Piano di Partizione”. Prevedeva la divisione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale.
Gli ebrei accettarono. Gli arabi (sia palestinesi che i Paesi della Lega Araba) rifiutarono. Il motivo era semplice: secondo il piano, gli ebrei — che erano il 30% della popolazione — ricevevano il 55% del territorio, comprese le terre più fertili. Ai palestinesi sembrò un’ingiustizia storica. Subito dopo il voto ONU, scoppiò una guerra civile tra comunità ebraica e araba in Palestina.
La guerra del 1948: l’indipendenza di Israele e la Nakba
Il 14 maggio 1948, David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Il giorno dopo, gli eserciti di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq attaccarono il neonato Stato. Contro ogni pronostico, Israele vinse. Quando le armi tacquero nel 1949, Israele controllava un territorio più vasto di quello previsto dal piano ONU.
Per i palestinesi, quella guerra è la Nakba (la “Catastrofe”): circa 750.000 palestinesi fuggirono o furono cacciati dalle loro case e dai loro villaggi, trasformandosi in profughi. Non poterono più tornare. Per Israele, è la “Guerra d’Indipendenza”, il miracolo che ha permesso la sopravvivenza del giovane Stato ebraico.
“Mio padre prese le chiavi di casa prima di andare via. Le tenne in mano fino al giorno della sua morte, nel campo profughi in Libano. Non torno mai a Giaffa.” — Testimonianza raccolta da UNRWA
Cosa successe ai profughi palestinesi
I profughi palestinesi si dispersero in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi, più di 5 milioni di palestinesi sono registrati come rifugiati presso l’UNRWA (l’agenzia ONU dedicata). Il loro diritto al ritorno è il nodo più spinoso di ogni negoziato di pace: Israele lo rifiuta categoricamente, perché significherebbe la fine di Israele come Stato a maggioranza ebraica.
Parallelamente, tra il 1949 e gli anni ’60, centinaia di migliaia di ebrei furono espulsi o lasciarono i Paesi arabi (Iraq, Egitto, Marocco, Yemen, Siria) e trovarono rifugio in Israele.
Le guerre che hanno ridisegnato i confini
La Guerra dei Sei Giorni (1967): il terremoto che dura ancora oggi
Nel giugno del 1967, le tensioni tra Israele e i paesi arabi raggiunsero il punto di rottura. Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser chiuse lo Stretto di Tiran (via d’accesso al porto israeliano di Eilat), cacciò i caschi blu ONU dal Sinai e mobilitò le truppe. Israele reagì con un attacco preventivo. In sei giorni conquistò la Cisgiordania (dalla Giordania), Gaza e il Sinai (dall’Egitto), le Alture del Golan (dalla Siria) e Gerusalemme Est.
Quella guerra cambiò tutto. Da allora, Israele occupa militarmente quei territori. Circa un milione di palestinesi passarono sotto controllo israeliano. L’ONU approvò la Risoluzione 242, che chiedeva il ritiro di Israele dai territori occupati in cambio di pace e riconoscimento. Non fu mai applicata.
La Guerra del Kippur (1973) e la pace con l’Egitto
Nel 1973, Egitto e Siria lanciarono un attacco a sorpresa contro Israele nel giorno dello Yom Kippur, la più sacra festività ebraica. Israele fu colto impreparato e subì pesanti perdite, ma riuscì infine a respingere gli eserciti arabi. La guerra portò a uno shock petrolifero mondiale e, paradossalmente, aprì la strada alla pace tra Israele ed Egitto (1979, Accordi di Camp David). L’Egitto di Anwar Sadat fu il primo paese arabo a riconoscere Israele, in cambio della restituzione del Sinai. Sadat venne assassinato da estremisti islamici due anni dopo.
Gli insediamenti: la colonizzazione dei Territori Occupati
Dopo il 1967, Israele iniziò a costruire insediamenti (colonie ebraiche) in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Oggi vivono circa 700.000 coloni israeliani in quei territori, considerati illegali dal diritto internazionale (Convenzione di Ginevra). Israele contesta questa interpretazione.
Gli insediamenti sono uno degli ostacoli principali alla pace: dividono fisicamente il territorio palestinese, rendono impossibile la creazione di uno Stato palestinese contiguo e richiedono la protezione militare israeliana, alimentando tensioni quotidiane. Nel 2024, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha stabilito che l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi è illegale e ha chiesto il ritiro di tutti i coloni.
Le Intifade e i tentativi di pace falliti
La Prima Intifada (1987-1993)
Nel 1987, i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza diedero vita a un’insurrezione popolare: la Prima Intifada (“sollevazione”). Ragazzi e ragazze lanciavano pietre contro i soldati israeliani. Israele rispose con il pugno di ferro. Le immagini dei soldati contro i bambini in Palestina fecero il giro del mondo e cambiarono l’opinione pubblica internazionale.
Gli Accordi di Oslo (1993): la speranza durata poco
Sull’onda dell’Intifada e dopo la Guerra del Golfo (1991), si aprì un negoziato segreto a Oslo, in Norvegia. Nel 1993, il leader dell’OLP Yasser Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin si strinsero la mano sul prato della Casa Bianca, con Bill Clinton a fare da testimone. Nacquero gli Accordi di Oslo:
- Israele riconosceva l’OLP come rappresentante del popolo palestinese
- I palestinesi riconoscevano il diritto di Israele a esistere e rinunciavano alla violenza
- Nasceva l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), un governo provvisorio che avrebbe amministrato la Cisgiordania e Gaza in attesa di uno Stato indipendente
Il processo sembrava avviato. Rabin disse: “Abbastanza spargimenti di sangue. Abbastanza lacrime.” Due anni dopo, fu assassinato da un estremista ebreo contrario agli accordi.
La Seconda Intifada (2000-2005) e il fallimento di Camp David
Nel 2000, il tentativo del presidente USA Bill Clinton di siglare l’accordo finale a Camp David fallì. Arafat rifiutò la proposta del premier israeliano Ehud Barak, che offriva circa il 90% della Cisgiordania ai palestinesi ma senza il controllo su Gerusalemme Est e senza il diritto al ritorno dei profughi. Poche settimane dopo, la visita del leader israeliano Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee (Monte del Tempio per gli ebrei) scatenò la Seconda Intifada, molto più violenta della prima. Attentati suicidi palestinesi colpirono autobus e pizzerie in Israele. L’esercito israeliano riconquistò le città palestinesi della Cisgiordania.
Israele iniziò la costruzione del muro di separazione in Cisgiordania (2002), una barriera di oltre 700 km che Israele definisce dispositivo di sicurezza ma che i palestinesi chiamano “muro dell’apartheid” perché taglia in due villaggi e terre agricole. La Corte Internazionale di Giustizia lo dichiarò illegale nel 2004.
Hamas, Gaza e l’inasprimento del conflitto
Cos’è Hamas
Hamas (acronimo di “Movimento di Resistenza Islamica”) nasce nel 1987 come costola palestinese dei Fratelli Musulmani. A differenza di Fatah (il partito laico di Arafat), Hamas non riconosce il diritto di Israele a esistere e ha come obiettivo la creazione di uno Stato islamico in tutta la Palestina storica (dunque dal Giordano al Mediterraneo). È considerata un’organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti, UE e molti altri paesi. Hamas controlla anche un’ampia rete di assistenza sociale (scuole, ospedali, mense) che le garantisce consenso popolare.
Il blocco di Gaza (2007-oggi)
Nel 2005, Israele si ritirò unilateralmente dalla Striscia di Gaza, smantellando tutti gli insediamenti ebraici e ritirando l’esercito. Fu una mossa controversa: molti coloni si opposero, ma il premier Sharon la portò avanti. Nel 2006, Hamas vinse le elezioni palestinesi. Nel 2007, dopo scontri armati con Fatah, Hamas prese il controllo totale di Gaza, mentre Fatah (con Abu Mazen) rimase al governo della Cisgiordania. La Palestina era divisa in due: Gaza sotto Hamas, la Cisgiordania sotto l’ANP.
Israele, con il supporto dell’Egitto, impose un blocco terrestre, navale e aereo sulla Striscia di Gaza, controllando tutto ciò che entrava e usciva (cibo, medicinali, materiali da costruzione, carburante). Il blocco dura ancora oggi ed è stato definito dalle Nazioni Unite una forma di “punizione collettiva” della popolazione civile.
Le guerre a Gaza: 2008, 2012, 2014, 2021
Da allora, Israele e Hamas si sono affrontati in cicliche escalation militari:
- 2008-2009 (Operazione Piombo Fuso): 1.400 palestinesi e 13 israeliani uccisi
- 2012 (Operazione Pilastro di Difesa): almeno 150 palestinesi e 6 israeliani
- 2014 (Operazione Margine di Protezione): oltre 2.200 palestinesi e 73 israeliani
- 2021 (Operazione Guardiano delle Mura): 260 palestinesi e 13 israeliani
Ogni volta, il ciclo si ripeteva: lanci di razzi da Gaza verso Israele, bombardamenti massicci israeliani, vittime civili, tregua, status quo. Nel 2023, i vertici della sicurezza israeliana credevano di aver “gestito” Hamas trasformandolo in un’entità semi-stabile, militarmente contenuta. Si sbagliavano.
Il 7 ottobre 2023 e le sue conseguenze
L’attacco del 7 ottobre: il peggior massacro nella storia di Israele
Il 7 ottobre 2023, alle 6:29 del mattino (ora locale), Hamas lanciò un attacco coordinato senza precedenti contro il sud di Israele. In poche ore, migliaia di miliziani penetrarono via terra, via mare e con parapendii a motore oltre la barriera di Gaza, in quella che è stata la più grave intelligence failure della storia israeliana, paragonabile al Kippur del ’73.
I miliziani di Hamas presero di mira kibbutz, basi militari e un festival musicale (Nova, nel deserto del Negev). Il bilancio fu terrificante: circa 1.200 israeliani uccisi (per lo più civili) e 251 ostaggi portati a Gaza. Donne, bambini e anziani furono assassinati con una ferocia che ha scioccato il mondo. Molte testimonianze raccontano di stupri, mutilazioni e sevizie. I video diffusi da Hamas stessi su Telegram e i filmati delle body-cam indossate dai miliziani hanno fornito prove raccolte da intelligence di tutto il mondo.
“Ho visto cose che non dovrei raccontare. Corpi bruciati, famiglie intere uccise nelle loro camere da letto, bambini che chiamavano ‘mamma’ mentre i terroristi sparavano. Ho smesso di piangere dopo tre giorni. Non avevo più lacrime.” — Yossi Landau, volontario ZAKA, intervista a Ynet, ottobre 2023
La risposta israeliana e la guerra a Gaza
Israele rispose con la più massiccia campagna militare nella storia della Striscia di Gaza: l’Operazione Spade di Ferro. Oltre 40.000 palestinesi sono stati uccisi secondo il Ministero della Salute di Gaza (controllato da Hamas), in gran parte civili, tra cui migliaia di bambini. Interi quartieri di Gaza City e Khan Younis furono rasi al suolo. Ospedali, scuole ONU e campi profughi vennero colpiti dai bombardamenti. Israele accusava Hamas di usare i civili come scudi umani e di avere basi sotto gli ospedali, cosa che l’ONU ha in parte confermato.
La guerra si allargò al Libano, dove Hezbollah (il potente movimento armato filo-iraniano) aprì un fronte di supporto a Hamas. Israele rispose con attacchi profondi in territorio libanese, uccidendo il leader storico Hassan Nasrallah a Beirut. Anche lo Yemen entrò in gioco: gli Houthi, anch’essi sostenuti dall’Iran, attaccarono navi commerciali nel Mar Rosso in segno di solidarietà con Gaza, interrompendo una delle rotte commerciali più importanti del mondo.
La guerra ha portato alla luce fratture profonde nell’opinione pubblica mondiale: tra chi sostiene il diritto di Israele a difendersi e chi denuncia un genocidio in corso a Gaza. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto per i leader di Hamas e per i vertici israeliani, tra cui Netanyahu e il ministro della Difesa Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
L’accordo di pace di Trump (2025-2026)
Dopo oltre un anno di guerra, nell’ottobre 2025, il presidente americano Donald Trump ha annunciato un piano di pace in 20 punti che ha portato a un cessate il fuoco e a un accordo complesso. I punti chiave:
- Hamas ha rilasciato tutti gli ostaggi viventi e ha promesso di restituire i corpi di quelli deceduti
- Israele ha liberato circa 2.000 prigionieri palestinesi e ritirato le truppe da una linea predeterminata (controllando ancora circa il 53% della Striscia)
- L’ONU ha drasticamente aumentato gli aiuti umanitari a Gaza
- È stato creato il Board of Peace, un organismo internazionale presieduto da Trump stesso, che a febbraio 2026 si è riunito a Washington con 27 paesi membri
- Gli Stati Uniti hanno promesso 10 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza (altri paesi hanno aggiunto 7 miliardi), ma la Banca Mondiale stima che ne servano almeno 70 miliardi
A giugno 2026, la situazione resta fragile: il disarmo di Hamas non è ancora stato completato, il futuro governo di Gaza è incerto (l’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe prendere il controllo nel 2027) e le tensioni con Iran e Hezbollah rimangono altissime.
Le ragioni delle due parti: capire senza giustificare
Uno degli errori più comuni quando si parla di questo conflitto è scegliere da che parte stare prima di aver capito. Proviamo a ricostruire le due narrative, onestamente.
La narrativa israeliana
Per Israele, la creazione dello Stato ebraico è stata una necessità storica dopo secoli di persecuzioni culminate nella Shoah. Israele si considera la patria del popolo ebraico, l’unico Stato ebraico al mondo, circondato da nemici che per decenni hanno giurato di distruggerlo. La guerra del 1948 è stata una guerra di sopravvivenza vinta contro ogni pronostico. Il terrorismo palestinese (attentati suicidi, razzi, il 7 ottobre) viene visto come la prova che i palestinesi non vogliono la pace ma la distruzione di Israele.
L’occupazione della Cisgiordania è giustificata come necessaria per la sicurezza: senza il controllo israeliano, dicono, le città israeliane sarebbero sotto tiro. Gli insediamenti sono visti da molti israeliani come un diritto storico (la terra promessa dalla Bibbia) e come una presenza necessaria per garantire confini sicuri. Il blocco di Gaza è stato imposto per impedire a Hamas di armarsi, anche se ha prodotto una catastrofe umanitaria.
La narrativa palestinese
Per i palestinesi, la Nakba del 1948 non è stata una guerra persa ma un’espulsione di massa. Il popolo palestinese è stato vittima di un progetto coloniale: centinaia di migliaia di persone sono state cacciate dalle loro case per far posto a immigrati ebrei dall’Europa. Da allora, i palestinesi vivono in uno stato permanente di esilio o di occupazione militare, senza diritti, senza Stato, senza libertà di movimento.
L’occupazione del 1967, gli insediamenti, il muro, il blocco di Gaza, i checkpoint, la perdita di Gerusalemme Est: tutto questo viene visto come un sistema di apartheid (termine usato da Amnesty International, Human Rights Watch e dalla Corte Internazionale di Giustizia). La violenza di Hamas è il risultato della disperazione, dicono molti palestinesi — e anche se non la giustificano, la spiegano con 75 anni di oppressione e umiliazioni.
Perché è così difficile fare pace
Ci sono tre questioni su cui entrambe le parti non cedono:
- Gerusalemme: entrambi la rivendicano come capitale. La città santa per ebrei, cristiani e musulmani è il nodo più sacro e più irrisolvibile.
- Il diritto al ritorno: i profughi palestinesi chiedono di tornare nelle terre da cui furono cacciati nel 1948. Israele dice no, perché significherebbe la fine del carattere ebraico dello Stato.
- Gli insediamenti: Israele non ha mai smesso di costruirli. Oggi sono 700.000 coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Sradicarli è materialmente e politicamente quasi impossibile.
- La fiducia: tutto è stato tentato, tutto è fallito. Ogni fallimento ha alimentato la sfiducia della parte avversaria. Gli israeliani non credono più che i palestinesi vogliano la pace, i palestinesi non credono più che Israele voglia davvero concedere loro uno Stato.
I protagonisti del conflitto oggi
I leader israeliani
Benjamin Netanyahu: il premier più longevo della storia israeliana (1996-1999, poi 2009-2021 e 2022-oggi). Leader del Likud (destra nazionalista), è stato l’artefice della svolta a destra di Israele. È il primo premier in carica a essere processato per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Sotto la sua guida, gli insediamenti sono cresciuti, i negoziati di pace si sono arenati e il 7 ottobre 2023 è considerato il più grave fallimento dell’intelligence israeliana.
Itamar Ben Gvir: ministro della Sicurezza Nazionale, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere Ebraico). Già condannato per istigazione al razzismo e sostegno a organizzazione terroristica (Kach), è l’uomo più controverso del governo. Chiede l’annessione totale della Cisgiordania, il trasferimento volontario dei palestinesi e una linea durissima contro i detenuti palestinesi.
Bezalel Smotrich: ministro delle Finanze con delega alla Cisgiordania. Leader del partito Sionismo Religioso, sposa la causa dei coloni. Ha dichiarato che “non esiste un popolo palestinese” e che Hebron deve essere “ebraica al 100%”. Con Ben Gvir e Netanyahu, forma il triangolo del governo più a destra della storia israeliana.
Isaac Herzog: Presidente dello Stato di Israele dal 2021. Ruolo prevalentemente cerimoniale. Figura moderata, figlio dell’ex presidente Chaim Herzog e nipote del rabbino capo d’Irlanda. Ha tentato più volte una mediazione tra coalizione e opposizione, con scarso successo.
Yair Lapid: leader dell’opposizione (Yesh Atid, centrista). Ex premier (2022-2023). Giornalista e scrittore, rappresenta l’ala laica e liberale di Israele. Sostiene la soluzione dei due Stati, anche se in una forma modificata.
I leader palestinesi e delle fazioni armate
Mahmud Abbas (Abu Mazen): presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese dal 2005, dopo la morte di Arafat. Sempre più debole e impopolare (governa solo sulla Cisgiordania). Ha 90 anni. È visto come un interlocutore moderato ma inefficace. Le elezioni palestinesi non si tengono dal 2006.
Yahya Sinwar: leader di Hamas a Gaza fino al 2025. Considerato la mente del 7 ottobre, è stato nella lista dei “target” israeliani e secondo diverse fonti è stato ucciso durante la guerra. La sua figura è diventata un simbolo per la resistenza palestinese e un mostro per Israele.
Ismail Haniyeh: leader politico di Hamas con base in Qatar. Ucciso a Teheran in un attacco attribuito a Israele durante la guerra. La sua uccisione in territorio iraniano ha ulteriormente inasprito le tensioni.
Hassan Nasrallah: segretario generale di Hezbollah libanese dal 1992, ucciso in un bombardamento israeliano a Beirut durante l’escalation del 2024-2025. Era considerato il più potente alleato di Hamas e dell’Iran.
Gli attori internazionali: il conflitto è globale
Stati Uniti
Gli USA sono il più stretto alleato di Israele. Forniscono 3,8 miliardi di dollari all’anno in aiuti militari. Sotto Joe Biden (2021-2025), gli USA hanno sostenuto militarmente Israele nella guerra a Gaza ma hanno anche spinto per limitare i danni civili e aumentare gli aiuti umanitari. Sotto Donald Trump (2025-oggi), l’approccio è cambiato: il piano di pace in 20 punti ha portato a un cessate il fuoco, ma Trump è molto più allineato alle posizioni della destra israeliana. Trump ha anche promosso gli Accordi di Abramo (normalizzazione tra Israele e paesi arabi) e riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.
Unione Europea
L’UE è divisa al suo interno: paesi come Germania, Austria e Repubblica Ceca sono fortemente filo-israeliani; altri come Irlanda, Belgio e Spagna sono più critici verso Israele e più vicini alla causa palestinese. L’UE è il più grande donatore di aiuti ai palestinesi.
Iran
L’Iran è il principale sponsor di Hamas, Hezbollah e Houthi. Il regime degli ayatollah (che non riconosce Israele e ne chiede la distruzione) usa la causa palestinese come leva per la propria egemonia regionale. Israele considera l’Iran il suo nemico esistenziale, soprattutto per il programma nucleare iraniano. Nel 2025, le tensioni tra Israele e Iran sono arrivate vicine a una guerra aperta.
Paesi arabi
L’Egitto e la Giordania sono gli unici due paesi arabi ad avere accordi di pace con Israele. L’Egitto ha svolto un ruolo chiave di mediatore nella guerra a Gaza. L’Arabia Saudita stava per normalizzare i rapporti con Israele prima del 7 ottobre (sostenuta da Biden), ma il processo si è bloccato. Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain hanno firmato gli Accordi di Abramo con Israele nel 2020. Il Qatar ha finanziato Hamas e la ricostruzione di Gaza, ed è stato un mediatore chiave nei negoziati per gli ostaggi.
Russia e Cina
Entrambe cercano di ritagliarsi un ruolo in Medio Oriente in contrapposizione agli USA. La Russia, impantanata in Ucraina, ha meno influenza, ma ha buoni rapporti con Iran e Siria. La Cina si è proposta come mediatrice, forte dei suoi interessi economici nella regione (petrolio, Via della Seta) e della sua posizione critica verso Israele.
ONU e diritto internazionale
L’ONU ha approvato decine di risoluzioni sul conflitto, la maggior parte delle quali sono state ignorate o vetate dagli USA al Consiglio di Sicurezza. La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) nel 2024 ha dichiarato l’occupazione israeliana illegale. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto per leader di Israele e di Hamas. Di fatto, però, l’ONU non ha i poteri per far rispettare le sue decisioni e Israele le considera ostili e prevenute.
La situazione oggi, giugno 2026
A metà 2026, la situazione è surreale. Da un lato, l’accordo di pace di Trump è in vigore e tiene. Le armi a Gaza tacciono, gli ostaggi sono tornati, i prigionieri palestinesi sono stati rilasciati. Dall’altro, nulla è risolto:
- Gaza è un cumulo di macerie. Le stime ONU parlano di 70 miliardi di dollari necessari per la ricostruzione. Con i fondi promessi al Board of Peace fermo a 17 miliardi, siamo lontanissimi
- Il Board of Peace si è riunito a febbraio 2026, ma la NATO ha rifiutato di aderirvi e la sua efficacia è tutta da dimostrare
- Hamas non è stato disarmato e ufficialmente esiste ancora come forza militare, anche se gravemente indebolita
- L’ANP di Abu Mazen dovrebbe riprendere il controllo di Gaza nel 2027, ma è debole, corrotta e non ha il consenso dei palestinesi
- In Cisgiordania, gli attacchi dei coloni contro i villaggi palestinesi sono cresciuti a dismisura: 2.208 episodi registrati dall’ONU tra gennaio 2024 e giugno 2025
- Il Libano è sotto pressione, con un nuovo raid israeliano su Tiro l’8 giugno 2026 che ha ucciso 8 civili
- La Gran Bretagna ha appena ordinato alle aziende britanniche di cessare le attività nei territori occupati (giugno 2026)
“Questa non è una guerra che si vince. È una guerra che si sopravvive. Da entrambe le parti.” — David Grossman, scrittore israeliano
La questione palestinese è il conflitto che non finisce mai. Ed è anche lo specchio in cui si riflettono tutte le contraddizioni del nostro tempo: colonialismo e autodeterminazione, sicurezza e libertà, fede e ragione, identità e convivenza. Ogni volta che sembra avvicinarsi una soluzione, qualcosa la fa deragliare. Ogni volta che la diplomazia prova a ricucire, qualcuno — da una parte o dall’altra — sgozza la speranza.
Non esistono eroi in questa storia. Esistono vittime, da entrambe le parti. E finché il mondo continuerà a scegliere da che parte stare invece di costringere entrambe a sedersi a un tavolo con regole chiare, questa storia non avrà fine.
Fonti utilizzate per questo articolo: BBC News, Council on Foreign Relations (CFR), Al Jazeera, ONU (UNRWA, ICJ, CPI), Treccani, Orizzonte Scuola, New York Times, Times of Israel, Ynet, Amnesty International, Human Rights Watch. I dati sono aggiornati a giugno 2026 e verificati incrociando più fonti indipendenti.