Chi è Yair Lapid, l’oppositore che ha sfidato Netanyahu e il suo sistema
Giornalista, scrittore, conduttore televisivo e poi primo ministro: la carriera di Yair Lapid è la storia di come un volto noto della tv israeliana sia diventato la principale alternativa a Benjamin Netanyahu. Oggi, a 62 anni, guida l’opposizione e si prepara a sfidare di nuovo il premier alle elezioni del 2026.
Dalla televisione alla politica
Yair Lapid nasce a Tel Aviv il 5 novembre 1963, figlio del giornalista e politico Yosef “Tommy” Lapid e della scrittrice Shulamit Lapid. Cresce in una famiglia laica e liberale, e dopo il servizio militare come corrispondente per il settimanale dell’esercito “Ba-Mahaneh”, inizia la sua carriera nei media.
Negli anni Novanta diventa uno dei volti più noti della televisione israeliana: conduce talk show di successo, scrive rubriche sui maggiori quotidiani — prima per Maariv poi per Yedioth Ahronoth — e pubblica sette libri. La sua rubrica “Dove sono i soldi?” diventa talmente popolare da trasformarsi nello slogan della sua futura campagna elettorale.
Nel 2012, dopo anni passati a commentare la politica da fuori, decide di entrarci. L’8 gennaio 2012 annuncia l’addio al giornalismo e il 30 aprile fonda Yesh Atid (“C’è un futuro”), un partito centrista, laico, con un programma focalizzato su classe media, riforma del sistema educativo e fine dei privilegi per gli ultraortodossi.
L’ascesa fulminea e il governo Netanyahu
Alle elezioni del 2013, Yesh Atid ottiene un risultato straordinario: 19 seggi alla Knesset, diventando il secondo partito del paese. Lapid entra nel governo Netanyahu come ministro delle Finanze, carica che mantiene fino al 2014, quando Netanyahu lo estromette in un rimpasto. Da quel momento inizia la sua trasformazione da alleato a oppositore.
Nel 2019 si allea con Benny Gantz nella lista unica Blu e Bianco, che sfida Netanyahu in tre tornate elettorali consecutive senza riuscire a scalzarlo. Ma il punto di svolta arriva nel 2021.
Il governo Bennett-Lapid e i sei mesi da premier
Dopo il quarto voto in due anni, Lapid e l’ex alleato di destra Naftali Bennett riescono nell’impresa: mettere insieme una coalizione di otto partiti — dal nazionalista Ra’am degli arabi-israeliani — che ottiene la fiducia della Knesset nel giugno 2021. Lapid diventa vice premier e ministro degli Esteri, con un accordo di rotazione: Bennett primo ministro per i primi due anni, poi Lapid.
Ma il governo cade prima del previsto. Nel luglio 2022 Bennett si dimette e Lapid diventa primo ministro ad interim per sei mesi. Il suo mandato è breve ma denso: gestisce la transizione, incontra i leader internazionali e porta avanti la linea diplomatica su Iran e Palestina. A dicembre 2022, dopo le elezioni anticipate, Netanyahu torna al potere con la coalizione più di destra della storia israeliana.
Leader dell’opposizione e l’alleanza con Bennett
Dal 29 dicembre 2022, Lapid è leader dell’opposizione. Con lo scoppio della guerra dopo il 7 ottobre 2023, la sua voce diventa centrale nel dibattito pubblico: critica la gestione di Netanyahu della crisi, chiede una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità dell’attacco di Hamas e si oppone alla riforma della giustizia voluta dalla maggioranza.
Il colpo di scena più recente arriva il 26 aprile 2026, quando Lapid e Bennett annunciano una nuova alleanza chiamata Yachad (“Insieme”). I due ex premier uniscono i loro partiti — Yesh Atid e Bennett 2026 — in un’unica lista guidata da Bennett, con l’obiettivo di sconfiggere Netanyahu alle elezioni previste entro ottobre 2026. «Un uomo di destra, ma un uomo della destra liberale, perbene e rispettoso della legge», ha detto Lapid descrivendo Bennett. L’alleanza vuole raccogliere il voto degli israeliani delusi, dal centrosinistra liberale alla destra moderata.
Posizioni politiche e visione
Lapid si definisce un centrista liberale. Sul piano interno, sostiene la separazione tra religione e stato, la riduzione del potere dei tribunali rabbinici e l’equiparazione dei carichi di servizio militare tra laici e ultraortodossi. Sul piano esterno, è un falco su Iran e Hezbollah — nel marzo 2026 dichiarava: «Israele e il mondo non possono continuare a vivere all’ombra del programma missilistico balistico iraniano» — ma favorevole a una soluzione a due stati per il conflitto palestinese, anche se senza illusioni sulla fattibilità a breve termine.
Non è un estremista, non è un colono, non è un uomo di destra radicale. È il volto di un’Israele laica, liberale, connessa con l’Occidente. Per i suoi sostenitori, rappresenta l’unica alternativa credibile a un sistema Netanyahu che molti israeliani ritengono ormai logoro. Per i suoi critici, è un politico senza spessore, un ex showman che non ha mai gestito una crisi vera.
Le elezioni del 2026 diranno se l’ex giornalista che ha sfidato il sistema riuscirà a scrivere il capitolo finale della sua carriera politica: tornare a guidare Israele.
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