Vannacci e i militari di Futuro Nazionale: perché indaga la Procura militare, tutte le risposte

Vannacci e i militari di Futuro Nazionale: perché indaga la Procura militare, tutte le risposte
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La Procura militare di Roma ha avviato accertamenti sulla presenza di appartenenti alle Forze armate nella struttura di Futuro Nazionale, il partito guidato dal generale in congedo Roberto Vannacci. È il primo effetto dell’esposto presentato dal Sindacato dei Militari il 30 agosto. Pochi giorni prima, il 28 agosto, lo stesso sindacato aveva portato un altro esposto alla procura ordinaria di Roma: l’ipotesi, in quel caso, è la ricostituzione del partito fascista e la violazione della legge Scelba.

Due denunce diverse, due magistrature diverse, un unico nodo di fondo: cosa possono fare i militari in politica e dove finisce la libertà di associazione di un movimento. Rispondiamo con domande e risposte.

Cosa è successo: perché indaga la Procura militare

Il procuratore militare Marco De Paolis ha disposto accertamenti preliminari su alcuni militari in servizio che risulterebbero dentro l’organizzazione di Futuro Nazionale. Non si tratta, almeno per ora, di un’indagine formale: non risulta alcuna iscrizione nel registro degli indagati. La Procura militare parla di verifiche per capire se ci siano “fatti di propria competenza in relazione a persone soggette alla giurisdizione militare”.

La molla è l’esposto firmato dal Sindacato dei Militari, al vertice del quale c’è Luca Marco Comellini, e redatto dall’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link. Nell’atto si chiede di accertare se alcuni militari abbiano ricoperto incarichi di rappresentanza e attività di propaganda politica dentro il partito, magari usando la qualifica militare. I pm valutano anche il nodo dei distacchi sindacali.

Chi sono i militari segnalati nell’esposto

Nelle carte finora ci sono due nomi, entrambi in servizio:

  • Antonsergio Belfiori, ufficiale dell’Aeronautica e segretario nazionale del Siam, indicato come referente del comitato 329 di Futuro Nazionale a Villafranca di Verona;
  • Luigi Avveduto, carabiniere e segretario nazionale del Sim, indicato come referente del comitato 1333 di Futuro Nazionale a Roma.

Entrambi sono anche sindacalisti di categoria. Il sindacato precisa che potrebbero non essere gli unici: “Valutiamo altre posizioni”, dice Comellini. Per ogni caso l’esposto chiede di ricostruire luogo, data e modalità dell’eventuale ingresso nella struttura del movimento, fino all’eventuale uso dell’uniforme in attività di partito.

Perché un militare non può fare propaganda politica

Il punto di partenza è la Costituzione. L’articolo 98, terzo comma, consente alla legge di limitare il diritto di iscrizione ai partiti per alcune categorie, tra cui i militari di carriera in servizio attivo. È il principio della neutralità delle Forze armate: chi indossa la divisa è al servizio esclusivo della Nazione, non di una parte politica.

Le regole di dettaglio stanno nel Codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo 66 del 2010). Per i militari che svolgono attività di servizio, si trovano in luoghi militari o indossano l’uniforme è vietato:

  • partecipare a riunioni e manifestazioni di partiti o organizzazioni politiche;
  • svolgere propaganda a favore o contro partiti, organizzazioni politiche o candidati.

Non solo. La giurisprudenza del Consiglio di Stato (sentenza 5845 del 2017) ha chiarito che un militare può iscriversi a un partito e candidarsi, ma non può assumere cariche statutarie, neppure onorarie: chi contribuisce a plasmare la linea di un partito dall’interno, con un ruolo formale, rompe quel patto di neutralità che protegge le Forze armate dalle competizioni politiche.

Proprio per questo la Procura militare guarda con attenzione a ruoli di referente e attività di promozione del movimento, e non alla semplice adesione: distinguere tra “aderire” e “fare politica attiva” è il cuore della verifica.

Perché è illegale ricostituire il partito fascista

Qui entra in gioco il secondo esposto, quello presentato il 28 agosto alla procura ordinaria di Roma contro Vannacci, il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni e il responsabile del programma Lorenzo Gasperini. L’accusa è di ricostituzione del partito fascista.

La base è doppia:

  • la XII disposizione transitoria della Costituzione, che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista;
  • la legge Scelba (legge 645 del 1952), che dà contenuto a quel divieto e prevede pene severe.

La legge Scelba considera riorganizzazione vietata quando un gruppo di almeno cinque persone persegue finalità antidemocratiche proprie del fascismo: l’uso della violenza come metodo di lotta politica, la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione, la denigrazione della democrazia e dei valori della Resistenza, la propaganda razzista o l’esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi del fascismo.

Le sanzioni sono pesanti: per chi promuove, organizza o dirige il gruppo reclusione da 5 a 12 anni; per i partecipanti da 2 a 5 anni; le pene raddoppiano se l’organizzazione è armata o paramilitare. La condanna può portare anche allo scioglimento del movimento e alla confisca dei beni.

Cosa c’entra il programma BIP e la “Remigrazione”

L’esposto contro i vertici di Futuro Nazionale non cita solo lo statuto. Punta il dito sul documento programmatico B.I.P. 2027-2037, sul piano della cosiddetta “Remigrazione”, sull’educazione militare nelle scuole e sui contenuti realizzati con l’intelligenza artificiale nei quali gli avversari politici di Vannacci finiscono raffigurati come schiavi dell’antica Roma dati in pasto alle fiere.

Secondo il sindacato, il programma conterrebbe orientamenti ideologici e proposte operative, incluse strategie di impiego delle Forze armate, che appaiono incompatibili con i valori democratici e con il giuramento di fedeltà alla Repubblica prestato da ogni militare. Spetterà ai magistrati valutare se questi contenuti superino la soglia della legittima iniziativa politica e integrino i presupposti della legge Scelba.

Cosa rischiano i militari e i vertici del partito

Per i militari segnalati il discorso è doppio. Sul piano penale militare, gli accertamenti preliminari servono proprio a capire se esistano violazioni dei doveri d’istituto. Sul piano disciplinare, le violazioni della neutralità possono essere valutate dall’Amministrazione della Difesa: non a caso il sindacato ha inviato anche una diffida al ministro Guido Crosetto, denunciando quella che definisce una “persistente inerzia istituzionale”.

Per Vannacci e gli altri vertici di Futuro Nazionale vale invece il procedimento davanti alla procura ordinaria: lì l’ipotesi è il reato di ricostituzione del partito fascista, che non richiede necessariamente la violenza, ma che la giurisprudenza lega a elementi di concreto pericolo di riorganizzazione.

Cosa rispondono Vannacci e i militari coinvolti

L’ex generale attacca: “Ma ancora credete ai giornali e a quattro politicanti e scribacchini livorosi?”. E rivendica la sua storia: “Ho servito per decenni la Repubblica, l’incarico a Mosca mi è stato affidato dallo Stato italiano”. Il suo avvocato, Giorgio Carta, è netto: “Non è ravvisabile alcun reato, l’eventuale questione potrebbe essere disciplinare”. E si dice sereno, in attesa dell’archiviazione.

Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto interviene: “Sono garantista, è sbagliato trasformare un accertamento preliminare in un’indagine per ricostituzione del partito fascista”. Belfiori parla di “situazione grottesca”: “Costituire un comitato è stata un’iniziativa personale, non ho incarichi né esecutivi né direttivi, ho agito privatamente, mai in uniforme”. Avveduto, che è consigliere al VII municipio di Roma, replica: “Non ho alcun ruolo nel partito, c’è stata solo un’adesione. Per me l’Arma è sacra”.

Cosa succederà adesso

La parola passa alle due procure. Quella militare deve verificare fin dove si sono spinti dentro Futuro Nazionale gli uomini in servizio: se emergeranno elementi, si potrà passare dalla verifica preliminare all’iscrizione nel registro e, in parallelo, scattare la valutazione disciplinare. Quella ordinaria dovrà invece giudicare la natura del movimento dell’ex generale, tra accuse di revisionismo e il suo inserimento nel dibattito politico nazionale, che lo vede indicato dal Financial Times come possibile “cavallo di Troia” della Russia in Italia.

Una cosa è certa: il caso ha riaperto due questioni delicate, il rapporto tra divisa e politica e i limiti della memoria storica, che i giudici ora sono chiamati a declinare su un partito nuovo, nato da un generale che la divisa l’ha appena lasciata.


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