Pamela Anderson, epatite C: era una sentenza di morte
Immagine realizzata con IA
«Alla fine degli anni Novanta, quando mi fu diagnosticata l’epatite C, non esisteva una cura. Era una condanna a morte». Pamela Anderson ha ripercorso la sua malattia dal palco dell’amfAR Gala di Venezia, dove il 6 settembre ha ricevuto l’Award of Courage.
La diagnosi e i dieci anni
L’attrice ha raccontato che la diagnosi arrivò a fine anni Novanta, durante normali esami del sangue, quando aveva poco più di trent’anni. «Questo è ciò che mi disse il mio medico: che probabilmente mi restavano circa dieci anni di vita».
Anderson ha spiegato che a pesare più della paura della morte fu il timore per i figli, allora piccoli: «Ha stravolto la mia vita». La diagnosi è stata resa pubblica nel 2002.
La cura e il senso di colpa
La guarigione è arrivata nel novembre 2015, dopo una nuova terapia antivirale. «Sono stata fortunata: mi è stata offerta quando era ancora nelle sue prime fasi e ho dovuto spendere tutto ciò che avevo in banca per pagarla. Non era ancora coperta dall’assicurazione».
Da lì un senso di colpa che l’attrice ha descritto senza filtri: «Provavo un senso di colpa tremendo perché ad altre persone non veniva concesso lo stesso accesso». Anderson ha parlato anche di vergogna e autosabotaggio, paragonando quella sensazione a quanto provato dopo gli abusi subiti da bambina.
«Non sono una vittima, sono una vincitrice»
Oggi il racconto ha un altro tono: «Sono grata di poter dire che sono libera dall’epatite C». E ancora: «Non sono una vittima. Sono una vincitrice. Sono forte. Sono capace».
Il premio le è stato consegnato dal padrone di casa della serata, Taika Waititi, che l’ha ringraziata per «la tua arte, il tuo attivismo e il tuo coraggio».
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