Strage di via Carini, 44 anni fa: chi era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
Immagine realizzata con IA
Oggi, 3 settembre 2026, ricorre il 44° anniversario della strage di via Carini: la sera del 3 settembre 1982, a Palermo, Cosa nostra uccise il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, all’epoca prefetto della città, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. In questo approfondimento ricostruiamo chi era il generale, perché venne mandato a Palermo, come avvenne l’agguato e cosa è successo dopo, tra processi, condanne e zone d’ombra mai del tutto chiarite.
Palermo ricorda oggi le tre vittime con le celebrazioni ufficiali: alle 9:30 la deposizione delle corone nel luogo dell’agguato in via Isidoro Carini, alle 10 la messa in cattedrale officiata dall’arcivescovo Corrado Lorefice, con la presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Una ricorrenza che unisce il cordoglio alla riflessione su una pagina decisiva della lotta alla mafia in Italia.
La strage di via Carini in breve
La strage di via Carini è uno degli episodi più drammatici della guerra di mafia degli anni Ottanta. Ecco i punti essenziali per inquadrare l’accaduto.
- Data: 3 settembre 1982, ore 21:15.
- Luogo: via Isidoro Carini, a Palermo.
- Vittime: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e, dopo dodici giorni di agonia, l’agente di scorta Domenico Russo.
- Responsabili: la mafia dei Corleonesi, che attraverso i suoi vertici organizzò un agguato con armi da guerra.
- Conseguenze: l’istituzione dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia e la legge Rognoni-La Torre, che ha introdotto il reato di associazione di tipo mafioso.
Chi era Carlo Alberto Dalla Chiesa
Carlo Alberto Dalla Chiesa nasce a Saluzzo, in provincia di Cuneo, il 27 settembre 1920. Figlio del generale dei carabinieri Romano Dalla Chiesa, originario di Parma, e di Maria Laura Bergonzi, di Piacenza, cresce in una famiglia di tradizione militare: anche il fratello Romolo sceglie l’Arma. La sua storia personale si intreccia con alcuni passaggi cruciali della storia italiana del Novecento.
La seconda guerra mondiale e la Resistenza
Nel 1941, durante la Seconda guerra mondiale, entra nel Regio Esercito come allievo ufficiale e combatte da sottotenente di fanteria nel 120° Reggimento “Emilia” in Montenegro, guadagnandosi due croci di guerra. Nel 1942 transita nei Reali Carabinieri, dove già presta servizio il fratello Romolo, e comanda la tenenza di San Benedetto del Tronto fino all’armistizio dell’8 settembre 1943.
Dopo l’armistizio sceglie la Resistenza: opera in clandestinità nelle Marche, nella Brigata Patrioti Piceni, e diventa uno dei responsabili delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli alleati, nascosto a Martinsicuro, in Abruzzo. Nel dicembre 1943 passa le linee nemiche raggiungendo le truppe alleate. Per la partecipazione alla guerra di liberazione ottiene il passaggio in servizio permanente effettivo nell’Arma per merito di guerra.
La laurea e l’incontro con Aldo Moro
Nel luglio 1943 Dalla Chiesa si è intanto laureato in giurisprudenza a Bari, città in cui il padre comanda la locale Legione Carabinieri. Più tardi conseguirà anche la laurea in scienze politiche, seguendo le lezioni di un giovane docente destinato a diventare una delle figure più tragiche della storia repubblicana: Aldo Moro.
La famiglia
Nel 1946 sposa Dora Fabbo, figlia di un ufficiale dei carabinieri, conosciuta a Bari. Dal matrimonio nascono tre figli: Rita, Nando e Simona. La prima moglie muore nel febbraio 1978 per un infarto; nel 1982 il generale si risposa con Emanuela Setti Carraro, crocerossina volontaria milanese di trent’anni più giovane, che lo segue a Palermo e muore con lui in via Carini.
Gli inizi della carriera tra Campania e Sicilia
I primi incarichi portano Dalla Chiesa anche in Campania, con un legame diretto con il territorio napoletano.
La Compagnia di Casoria nel 1947
Nel 1947 Dalla Chiesa comanda la Compagnia Carabinieri di Casoria, nel Napoletano. Qui si distingue nelle operazioni di lotta al banditismo e nella città dell’hinterland di Napoli nasce la figlia Rita. L’anno successivo è a capo di una Compagnia a Firenze.
La Sicilia del 1949 e l’inchiesta su Placido Rizzotto
Nel 1949 viene inviato in Sicilia, presso il Comando forze repressione banditismo guidato dal colonnello Ugo Luca, la formazione interforze creata per eliminare le bande criminali come quella di Salvatore Giuliano. Comanda prima il Gruppo Squadriglie di Corleone, poi diventa capo di stato maggiore del Comando, meritando una medaglia d’argento al valor militare.
È in questo periodo che indaga sulla scomparsa, poi rivelatasi omicidio, del sindacalista socialista Placido Rizzotto, arrivando a incriminare il giovane e già emergente boss Luciano Liggio. In quell’occasione conosce anche Pio La Torre, il dirigente comunista che anni dopo verrà ucciso dalla mafia e il cui nome sarà legato per sempre alla legge che porta la firma di Rognoni.
Gli anni a Palermo da colonnello: 1966-1973
Tra il 1966 e il 1973, con il grado di colonnello, Dalla Chiesa comanda la Legione Carabinieri di Palermo. Sono gli anni delle sue prime grandi inchieste su Cosa nostra.
Il terremoto del Belice e il caso De Mauro
Nel gennaio 1968 interviene con i suoi reparti in soccorso delle popolazioni colpite dal terremoto del Belice, guadagnandosi la medaglia di bronzo al valor civile e la cittadinanza onoraria di Gibellina e Montevago. Nel 1970 svolge indagini sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, rapito a Palermo il 16 settembre di quell’anno, sposando fin dall’inizio la pista del traffico di droga.
Il rapporto dei 114
Nel 1971 Dalla Chiesa redige il celebre rapporto dei 114, che denuncia centinaia di mafiosi e i loro legami con il potere. Per i boss arrestati pretende destinazioni di confino durissime: Linosa, Asinara, Lampedusa. Il suo attivismo gli costa anche trasferimenti e ostilità: la carriera in Sicilia si interrompe nel 1973, quando viene promosso e allontanato da Palermo.
La guerra al terrorismo: la vittoria sulle Brigate Rosse
Promosso generale di brigata, dal 1973 al 1977 Dalla Chiesa è a Torino, capitale della strategia terroristica delle Brigate Rosse. Inizia qui la seconda grande stagione della sua carriera, quella che lo renderà celebre come il generale che piegò il terrorismo.
Il Nucleo Speciale Antiterrorismo
Su sua proposta nasce nel maggio 1974 il Nucleo Speciale Antiterrorismo, una squadra di ufficiali scelti che sperimenta tecniche innovative: l’infiltrazione nei gruppi terroristici e la collaborazione stretta con la magistratura, in particolare con il giudice Gian Carlo Caselli.
La cattura di Curcio e Franceschini
Il risultato più clamoroso arriva nel settembre 1974, quando i suoi uomini catturano a Pinerolo i fondatori delle Brigate Rosse Renato Curcio e Alberto Franceschini. Nel 1977 Dalla Chiesa allestisce le prime carceri di massima sicurezza e dirige il trasferimento dei terroristi più pericolosi.
Il coordinamento antiterrorismo del 1978
Il 9 agosto 1978 viene nominato coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta al terrorismo, con poteri speciali e alle dirette dipendenze del ministro dell’Interno Virginio Rognoni: è la risposta dello Stato all’assassinio di Aldo Moro, rapito e ucciso dalle BR poche settimane prima. Con il nucleo speciale di polizia giudiziaria avvia la controffensiva che disgrega l’eversione di sinistra.
Milano, il caso Peci e il vertice dell’Arma
Dal 1979 al 1981 comanda la Divisione Pastrengo a Milano, competente per tutto il Nord Italia. Nel febbraio 1980 arrivano gli arresti di Rocco Micaletto e Patrizio Peci: quest’ultimo, convinto a collaborare dallo stesso generale, diventa il primo pentito delle Brigate Rosse e le sue rivelazioni infliggono colpi durissimi all’organizzazione. Il 16 dicembre 1981 Dalla Chiesa raggiunge il vertice della carriera: vice comandante generale dell’Arma, con il grado di generale di corpo d’armata, la massima carica possibile per un ufficiale dei carabinieri.
Palermo 1982: il contesto della strage
Per capire la strage di via Carini bisogna guardare al contesto in cui maturò: la Palermo del 1982 era una città sotto assedio.
La seconda guerra di mafia e i Corleonesi
Nella prima metà degli anni Ottanta la seconda guerra di mafia insanguina la Sicilia: i Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano stanno sterminando le famiglie rivali per prendere il controllo di Cosa nostra. Nell’estate 1982 si contano decine di uccisioni nella zona tra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, soprannominata dalla stampa “triangolo della morte”.
I delitti eccellenti degli anni precedenti
Nei tre anni prima dell’arrivo di Dalla Chiesa la mafia aveva assassinato investigatori, magistrati e uomini politici: il capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano nel 1979, il magistrato Cesare Terranova nello stesso anno, il presidente della Regione Piersanti Mattarella nel 1980, il procuratore Gaetano Costa sempre nel 1980.
L’omicidio di Pio La Torre
Il 30 aprile 1982 Cosa nostra uccide a Palermo Pio La Torre, segretario regionale del Pci e promotore di una legge che prevedeva il nuovo reato di associazione mafiosa, insieme al suo collaboratore Rosario Di Salvo. È l’ultimo delitto eccellente prima della scelta di Dalla Chiesa.
La nomina a prefetto di Palermo
In quei giorni il governo guidato da Giovanni Spadolini, su spinta del ministro Rognoni, completa la nomina di Dalla Chiesa a prefetto di Palermo: il generale lascia l’Arma ai primi di maggio e si insedia in città con il compito esplicito di fare contro la mafia ciò che aveva fatto contro il terrorismo.
Poteri ordinari e scorta ridotta
Il generale accetta ma non nasconde le sue perplessità: avrebbe voluto poteri straordinari e invece, come ebbe a dire, «mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì». Arriva senza un piano speciale, con gli organici ordinari e con una scorta ridotta, contro un’organizzazione che controlla il territorio. La figlia Rita e il figlio Nando hanno raccontato più volte la solitudine di quei mesi.
Il matrimonio con Emanuela Setti Carraro
Il 10 luglio 1982 Dalla Chiesa sposa in seconde nozze Emanuela Setti Carraro, che lo ha seguito a Palermo e condivide con lui la vita quotidiana di un prefetto sotto minaccia. La loro storia, interrotta tragicamente in via Carini, è diventata simbolo del prezzo pagato dalle famiglie degli uomini dello Stato.
I centodieci giorni del prefetto
I mesi del prefetto sono intensissimi: a metà luglio fa trasmettere alla procura il rapporto dei 162, che ricostruisce l’organigramma delle famiglie mafiose e porta a 20 arresti e 160 denunciati. Ma è anche un periodo di solitudine istituzionale: il 10 agosto 1982 il prefetto confida al giornalista Giorgio Bocca, in un’intervista destinata a fare storia, la mancanza di sostegno e di mezzi dello Stato. Le sue parole provocano polemiche e imbarazzi politici; a fine agosto, mentre Rognoni gli assicura un coordinamento antimafia nazionale, i vertici della polizia smentiscono pubblicamente.
La telefonata dell’“operazione Carlo Alberto”
Il presagio è nell’aria. Il 9 agosto 1982, dopo l’uccisione di Pietro e Salvatore Di Peri, una telefonata anonima al quotidiano L’Ora annuncia: «Siamo l’equipe dei killer del triangolo della morte: con i fatti di stamattina l’operazione che chiamiamo Carlo Alberto, in onore del prefetto, è quasi conclusa». Pochi giorni prima della strage, un’altra telefonata anonima a un quotidiano conferma l’annuncio. Nessuno interviene.
Il 3 settembre 1982: la dinamica dell’agguato
La sera del 3 settembre 1982 segna uno dei momenti più bui della storia repubblicana. Ricostruiamo minuto per minuto come avvenne la strage di via Carini.
L’uscita da Villa Whitaker
Verso le 21 il prefetto esce da Villa Whitaker, sede della prefettura, a bordo di una Autobianchi A112 beige guidata dalla moglie, diretta a cena in un ristorante di Mondello. L’auto è seguita da un’Alfetta con l’agente di scorta Domenico Russo, ventinovenne della Polizia di Stato.
L’agguato in via Isidoro Carini
Alle 21:15, in via Isidoro Carini, scatta l’imboscata. Una motocicletta Suzuki di grossa cilindrata, con in sella Giuseppe Lucchese e alle sue spalle Giuseppe Greco, detto Scarpuzzedda, affianca l’auto di scorta e colpisce Russo con raffiche di AK-47. Contemporaneamente una Bmw Serie 5, guidata da Calogero Ganci con a fianco Antonino Madonia, raggiunge la A112 del prefetto: Madonia spara contro il parabrezza con un altro kalashnikov. Sono decine i colpi esplosi: i coniugi Dalla Chiesa vengono colpiti da una trentina di pallottole e muoiono sul colpo.
L’auto sbanda e va a sbattere contro una Fiat Ritmo parcheggiata. Una seconda vettura segue il corteo, pronta a intervenire per bloccare un’eventuale reazione della scorta, che non c’è. Giuseppe Greco scende dalla moto, gira intorno alla A112 crivellata e controlla che l’esito sia mortale. Poi le auto e la moto usate per il delitto vengono portate in un luogo isolato e date alle fiamme, mentre i killer vengono prelevati da tre auto guidate dai boss Raffaele Ganci, Gaetano Carollo e Vincenzo Galatolo.
La morte di Domenico Russo
Domenico Russo, ferito gravemente durante l’agguato, muore dopo dodici giorni di agonia, il 15 settembre 1982. L’arma usata è la stessa che il 16 giugno aveva sterminato tre carabinieri di scorta sulla circonvallazione di Palermo: un dettaglio che conferma, fin da subito, la regia unitaria dei Corleonesi.
I funerali e la reazione del Paese
L’Italia reagisce con sdegno e dolore. Il giorno dopo l’assassinio, in via Carini, compare un cartello scritto da un anonimo. La rabbia popolare esplode ai funerali.
Il funerale di San Domenico
I funerali si tengono il 4 settembre 1982 nella chiesa di San Domenico a Palermo: una folla enorme contesta le autorità con fischi, insulti e lancio di monetine, accusate di aver lasciato solo il generale. Solo il presidente della Repubblica Sandro Pertini viene risparmiato dalla contestazione.
Il gesto di Rita Dalla Chiesa
La figlia Rita pretende che vengano subito tolte le corone di fiori inviate dalla Regione Siciliana, allora guidata da Mario D’Acquisto, che aveva duramente polemizzato con il prefetto, e vuole che sul feretro del padre siano deposti il tricolore, la sciabola e il berretto della divisa da generale con le relative insegne.
L’omelia di Pappalardo
L’arcivescovo di Palermo, cardinale Salvatore Pappalardo, pronuncia un’omelia durissima che fa il giro dei telegiornali, citando Tito Livio: parole che il figlio Nando definirà «una frustata per tutti». Lo scrittore Leonardo Sciascia, intervistato dal Corriere della Sera, apre un dibattito sulle responsabilità e sulle mancate protezioni; Nando Dalla Chiesa accusa la Democrazia Cristiana siciliana di corresponsabilità in un’intervista a Giorgio Bocca e poi nel libro-inchiesta Delitto imperfetto del 1984. La polemica sulle “zone d’ombra” della strage è destinata a durare decenni.
La risposta dello Stato: la legge Rognoni-La Torre
La strage di via Carini scuote le istituzioni e produce in pochi giorni una svolta legislativa storica.
L’Alto Commissario per la lotta alla mafia
A pochi giorni dall’agguato il governo emana il decreto-legge 6 settembre 1982, convertito nella legge n. 726 del 12 ottobre 1982, che istituisce l’Alto Commissario per la lotta alla mafia, organo alle dipendenze del ministero dell’Interno preposto al coordinamento del contrasto alle cosche.
L’articolo 416-bis del codice penale
Il 13 settembre 1982 il Parlamento vara la legge Rognoni-La Torre (n. 646), che introduce nel codice penale l’articolo 416-bis: per la prima volta in Italia esiste il reato di associazione di tipo mafioso, con la confisca dei patrimoni illeciti. È la legge che Dalla Chiesa e La Torre avevano chiesto e che ancora oggi è l’arma principale contro le mafie.
Processi e verità: le condanne e le zone d’ombra
La ricerca dei responsabili della strage di via Carini attraversa tre decenni di processi, tra condanne definitive e misteri mai risolti.
Le indagini di Giovanni Falcone
Le indagini sull’eccidio vengono portate avanti dal giudice Giovanni Falcone. Nel luglio 1983 firma quattordici mandati di cattura: una perizia balistica dimostra che il kalashnikov di via Carini è lo stesso di altri grandi delitti della guerra di mafia e che la matrice è la fazione vincente, quella dei Corleonesi.
Il maxiprocesso e la sentenza del 1987
La strage di via Carini entra nel maxiprocesso di Palermo: il 16 dicembre 1987 la corte condanna all’ergastolo i vertici di Cosa nostra, tra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco. Nelle motivazioni si legge che con quel massacro la mafia «ha dimostrato di volere e sapere alzare lo sguardo verso traguardi che le erano stati fino allora preclusi».
Il processo bis e gli ergastoli del 1995
Il giudizio d’appello nel 1990 ribalta però tutto e assolve gli imputati; la Cassazione annulla quelle assoluzioni nel gennaio 1992 e il processo di rinvio si conclude il 18 marzo 1995 con sette ergastoli per i mandanti: Riina, Provenzano, Michele Greco, Francesco Madonia, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.
Il processo del 2002 agli esecutori materiali
Nel 1996 due collaboratori di giustizia, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, si autoaccusano di aver fatto parte del gruppo di fuoco: il processo del 2002 condanna all’ergastolo gli esecutori materiali Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, a 14 anni Ganci e Anzelmo. Anche in quella sentenza i giudici scrivono che persistono «ampie zone d’ombra» sui rapporti tra mafia e istituzioni.
I misteri mai chiariti
Le ombre, appunto, non sono mai state dissolte del tutto: la notte della strage da Villa Pajno spariscono documenti e la cassaforte del generale viene trovata vuota; nei decenni emergono dichiarazioni e piste su presunti mandanti eccellenti e sul legame con il caso Moro, mai ritenute provate dalla magistratura. «L’assassinio Dalla Chiesa, dopo l’assassinio Moro, è certamente il delitto più grave della storia della Repubblica», disse Giovanni Falcone. Una verità piena, su chi volle davvero quel sangue, non è mai stata scritta.
La memoria e le celebrazioni del 44° anniversario
A 44 anni dalla strage di via Carini, la figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa è diventata un simbolo della lotta alla mafia e della fedeltà allo Stato.
Le commemorazioni del 3 settembre 2026
Oggi, 3 settembre 2026, le celebrazioni ufficiali si tengono a Palermo: alle 9:30 la deposizione delle corone nel luogo dell’agguato in via Isidoro Carini, alle 10 la messa in cattedrale officiata dall’arcivescovo Corrado Lorefice, con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La ricorrenza è anche l’occasione per rilanciare l’impegno delle istituzioni contro le mafie.
I luoghi della memoria
Al generale è stata conferita la medaglia d’oro al valore civile alla memoria; la sua salma riposa nel cimitero della Villetta a Parma. Caserme, strade e piazze di tutta Italia portano il suo nome, e l’A112 crivellata dell’agguato è conservata nel museo storico di Voghera come monito permanente. A lui sono intitolate anche iniziative culturali e premi che tengono viva la memoria tra i giovani.
I figli e l’eredità civile
I figli ne hanno custodito la memoria: Nando Dalla Chiesa, sociologo e scrittore, ha dedicato al padre libri come Delitto imperfetto e una lunga battaglia civile e politica; Rita è diventata una nota giornalista televisiva e ha raccontato in più occasioni la figura paterna. La legge Rognoni-La Torre resta il pilastro del contrasto alle mafie in Italia, usata ogni giorno da magistrati e forze dell’ordine.
«La mafia pensava di aver ucciso un uomo. In realtà, aveva scelto di sfidare lo Stato», ha scritto il ministro della Difesa Guido Crosetto in occasione dell’anniversario. Una lezione che Palermo, e l’Italia intera, non hanno smesso di custodire, come dimostrano le tante iniziative in memoria del generale e delle altre vittime della mafia.
Domande frequenti sulla strage di via Carini
Chi era Carlo Alberto Dalla Chiesa?
Carlo Alberto Dalla Chiesa era un generale dei carabinieri, vice comandante generale dell’Arma, diventato prefetto di Palermo nella primavera del 1982 per combattere Cosa nostra dopo aver guidato la lotta alle Brigate Rosse negli anni di piombo.
Quando e dove è avvenuta la strage di via Carini?
La strage è avvenuta il 3 settembre 1982, alle 21:15, in via Isidoro Carini a Palermo. Il generale e la moglie Emanuela Setti Carraro morirono sul colpo; l’agente di scorta Domenico Russo morì il 15 settembre per le ferite riportate.
Chi sono i responsabili della strage di via Carini?
I mandanti, i vertici di Cosa nostra tra cui Totò Riina e Bernardo Provenzano, sono stati condannati all’ergastolo nel 1995; gli esecutori materiali Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo nel 2002, con Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo condannati a 14 anni.
Quale legge è nata dopo la strage di via Carini?
La legge Rognoni-La Torre del 13 settembre 1982, che ha introdotto l’articolo 416-bis del codice penale, il reato di associazione di tipo mafioso, e la confisca dei patrimoni illeciti. Sempre in quei giorni è stato istituito l’Alto Commissario per la lotta alla mafia.
Perché si parla di verità incompiuta sulla strage?
Perché accanto alle condanne dei vertici di Cosa nostra restano zone d’ombra sui mandanti occulti e sui collegamenti tra mafia, politica e affari, con documenti spariti e dichiarazioni mai ritenute provate dalla magistratura.
Cosa si celebra il 3 settembre a Palermo?
Ogni anno, il 3 settembre, Palermo ricorda le vittime della strage con la deposizione delle corone in via Isidoro Carini e una messa in cattedrale. Nel 2026, per il 44° anniversario, le celebrazioni hanno visto la presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Per restare aggiornati sulle notizie di cronaca e sulle storie di mafia e legalità, continua a seguire Napolike: la memoria di uomini come il generale Dalla Chiesa è un patrimonio che appartiene a tutti.
Scopri di più da Napolike.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.