Cambiamento climatico: le previsioni per i prossimi 30 anni e la data del punto di non ritorno

Cambiamento climatico: le previsioni per i prossimi 30 anni e la data del punto di non ritorno
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Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con una temperatura media globale di +1,55 °C rispetto all’era preindustriale. Il triennio 2023-2025 è stato il primo nella storia in cui la media di tre anni ha superato la soglia di +1,5 °C. E il riscaldamento causato dall’uomo ha già raggiunto +1,37 °C.

Non sono numeri astratti da report: sono il punto di partenza di una domanda che sempre più persone si fanno. Cosa succederà al clima nei prossimi 30 anni? E abbiamo già superato il punto di non ritorno? Se sì, qual è la sua data?

In questo approfondimento ti spieghiamo cosa dicono davvero le fonti scientifiche più autorevoli: l’IPCC, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, Copernicus, i principali studi pubblicati sulle riviste scientifiche internazionali. Con un linguaggio semplice, i numeri chiari e le infografiche che puoi leggere comodamente dal telefono.

Dove siamo oggi: i numeri del clima nel 2026

Prima di guardare avanti, serve una fotografia precisa del presente. I dati di consenso scientifico, aggiornati a inizio 2026, dicono questo:

  • 2024: anno più caldo mai registrato, +1,55 °C (con un margine di incertezza di ±0,13 °C) rispetto alla media 1850-1900, secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO).
  • 2025: terzo anno più caldo di sempre, appena 0,01 °C sotto il 2023, secondo Copernicus. L’Antartide ha registrato l’anno più caldo della sua storia.
  • Triennio 2023-2025: per la prima volta la media di tre anni consecutivi ha superato +1,5 °C rispetto all’era preindustriale.
  • Riscaldamento di origine umana: +1,37 °C nel 2025, in aumento a un ritmo di 0,27 °C per decennio, secondo il rapporto Indicators of Global Climate Change 2025.
  • Emissioni globali di gas serra: nel 2024 hanno raggiunto il record di 57,7 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, in crescita del 2,6% rispetto all’anno prima (UNEP).
  • Livello del mare: sale a 4,77 mm all’anno nel periodo 2014-2023, più del doppio rispetto ai 2,13 mm/anno del 1993-2002.

Questi numeri non sono “opinioni”: sono misure incrociate da decine di agenzie indipendenti in tutto il mondo, dai satelliti alle stazioni meteorologiche.

Ecco come appare la curva della temperatura globale, con le proiezioni fino al 2050:

Infografica: temperatura globale dal 1850 al 2050, osservazioni e proiezioni IPCC

Infografica: la temperatura globale osservata dal 1850 al 2025 (linea bianca) e le proiezioni al 2050 nei tre scenari IPCC. Fonti: WMO, Copernicus, IGCC 2025, IPCC AR6.

Come si fanno le previsioni sul clima

Per capire le previsioni, serve capire come funzionano. Il meteo ti dice se domani a Napoli piove. Il clima ti dice, su decenni, come sarà la “media” del tempo: più caldo, più secco, più estremo.

Gli scienziati costruiscono scenari, non profezie. La parola è importante: uno scenario è “cosa succederebbe se le emissioni seguissero un certo percorso”. Non è una scommessa su cosa accadrà di sicuro, ma una mappa dei possibili futuri, ognuno con la sua probabilità.

L’IPCC, il gruppo intergovernativo di esperti sul clima dell’ONU, usa cinque scenari chiamati SSP (Shared Socioeconomic Pathways). I tre che servono a capire il nostro futuro sono:

  • SSP1-1.9: il mondo taglia le emissioni in fretta e raggiunge emissioni nette zero entro il 2050. È lo scenario compatibile con l’obiettivo di Parigi di restare sotto 1,5 °C.
  • SSP2-4.5: lo scenario intermedio: alcune politiche climatiche, ma il mondo continua a dipendere molto dai combustibili fossili. Porta a circa 2,7 °C entro fine secolo.
  • SSP5-8.5: lo scenario “business as usual”, con emissioni alte e crescita della dipendenza dal carbone. Porta a circa 4,4 °C entro il 2100.

Il punto chiave è questo: il clima del 2050 dipende in gran parte dalle decisioni di oggi. Non è un destino scritto, è un bivio con tre strade davanti.

Le previsioni per i prossimi 30 anni: la temperatura

Mettiamo ora le date sul tavolo, perché è la parte che tutti cercano.

Entro il 2030: il superamento di 1,5 °C

Secondo gli indicatori più aggiornati (Indicators of Global Climate Change 2025), se le emissioni continuano ai ritmi attuali il riscaldamento medio globale raggiungerà 1,5 °C intorno al 2030. La stima più recente parla di circa quattro anni dal 2025, quindi tra il 2029 e il 2030.

Non è una novità dell’ultima ora: l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, nel suo aggiornamento 2025-2029, aveva già calcolato una probabilità dell’86% che almeno un anno del quinquennio superi 1,5 °C, e del 70% che lo superi la media dell’intero quinquennio. Eventi come il 2024 hanno reso concreto quello che era uno scenario.

Il 2050: tre possibili futuri

Le proiezioni dell’IPCC per il periodo 2041-2060 (cioè la media del clima di metà secolo) dicono questo:

  • Scenario SSP1-1.9 (tagli rapidi): circa 1,5 °C, con un intervallo di 1,2-1,8 °C.
  • Scenario SSP2-4.5 (intermedio): circa 2,0 °C, con un intervallo di 1,7-2,4 °C.
  • Scenario SSP5-8.5 (emissioni alte): circa 2,4 °C, con un intervallo di 2,0-2,9 °C.

Entro fine secolo le differenze diventano enormi: da 1,4 °C nello scenario virtuoso a 4,4 °C nello scenario peggiore, passando per i 2,7 °C dello scenario intermedio.

E cosa stiamo facendo davvero? Il rapporto UNEP Emissions Gap Report 2025 è impietoso: con le politiche attualmente in vigore il mondo va verso 2,8 °C di riscaldamento entro il 2100; anche se tutti gli impegni nazionali (NDC) fossero rispettati alla lettera, si arriverebbe a 2,3-2,5 °C. Tradotto: con le promesse attuali non si centra né 1,5 °C né 2 °C.

La differenza tra 1,5 °C e 2 °C non è un dettaglio da laboratorio. A 2 °C, rispetto a 1,5 °C, le ondate di calore estreme diventano più frequenti e intense, le barriere coralline quasi spariscono (oltre il 99% contro il 70-90%), e il livello del mare sale di 10-15 cm in più. Ogni decimo di grado conta, letteralmente.

Eventi estremi: cosa ci aspetta entro il 2050

Il termometro è solo la metà della storia. L’altra metà è quello che il calore in più fa al sistema: più energia nell’atmosfera significa eventi meteorologici più violenti e più frequenti.

Ondate di calore

È l’effetto più diretto e ormai sotto gli occhi di tutti. L’IPCC definisce “praticamente certo” (oltre il 99% di probabilità) l’aumento di frequenza e intensità degli eventi di caldo estremo sulla maggior parte delle terre emerse. Il 2025 in Europa e nel Mediterraneo ha confermato la tendenza, con estati sempre più lunghe e notti tropicali (minime sopra i 20 °C) anche al Nord Italia. Le ondate di calore in Campania con picchi di 41 gradi, come quelle viste di recente, non sono più eccezioni: nello scenario intermedio diventeranno la norma estiva entro il 2050.

Siccità e incendi

Il riscaldamento accelera l’evaporazione: il suolo si asciuga più in fretta, le stagioni secche si allungano e gli incendi trovano più combustibile. Nel Mediterraneo, una delle zone più esposte del pianeta, la superficie bruciata cresce già di anno in anno. Le proiezioni indicano siccità più frequenti e intense in gran parte del bacino, con ricadute dirette su agricoltura e approvvigionamento idrico.

Piogge violente e alluvioni

L’aria più calda trattiene più vapore acqueo: circa il 7% in più per ogni grado di riscaldamento. Quando piove, piove di più e in meno tempo. È il meccanismo dietro le alluvioni lampo che colpiscono ormai regolarmente le città italiane: precipitazioni concentrate in poche ore su territori spesso cementificati e fragili. Lo scenario intermedio proietta un aumento dei temporali estremi in autunno, proprio nelle stagioni in cui il Mediterraneo è più caldo.

Non è solo una questione di natura: il caldo estremo mette sotto stress anche le infrastrutture, come dimostra il fenomeno dei blackout estivi quando la rete elettrica va in crisi per i consumi di condizionamento. Il clima che cambia si paga anche in bolletta e in servizi.

Il livello del mare e le coste

Il mare sale per due motivi: l’acqua calda si espande (espansione termica) e i ghiacci di terre emerse, dai ghiacciai alpini alle grandi calotte, aggiungono acqua. Dal 1880 il livello medio globale è salito di circa 25 centimetri, e il ritmo continua ad accelerare: più del doppio rispetto a trent’anni fa.

Infografica: innalzamento del livello del mare, dati e proiezioni IPCC

Infografica: il livello del mare dal 1880 a oggi e le proiezioni IPCC fino al 2100. Fonte: IPCC AR6, WMO 2024.

Le proiezioni IPCC al 2050 sono quasi uguali in tutti gli scenari: +15-23 centimetri rispetto al periodo 1995-2014. Il motivo è semplice: il mare risponde con decenni di ritardo al riscaldamento già avvenuto. Anche se fermassimo tutte le emissioni domani, il livello continuerebbe a salire per secoli.

Entro il 2100 le strade si separano nettamente: da 28-55 cm nello scenario virtuoso a 63-101 cm in quello con emissioni alte. E nel lunghissimo periodo, con 1,5 °C di riscaldamento, il mare è destinato a salire di 2-3 metri nell’arco di 2000 anni: le calotte non torneranno indietro.

Per l’Italia il tema è concreto: 8.000 chilometri di coste, aree pianeggianti costiere densamente abitate, città come Venezia e gran parte delle pianure deltizie esposte. A questo si aggiunge la subsidenza, cioè l’abbassamento naturale del suolo, che in alcune zone raddoppia l’effetto dell’innalzamento. Il G20 Climate Risk Atlas, coordinato dal CMCC, stima che senza interventi di adattamento migliaia di chilometri quadrati di aree costiere italiane sarebbero a rischio di allagamento entro fine secolo.

Ecosistemi al limite: coralli, Amazzonia, ghiacci

Il clima non cambia solo il termometro: sposta gli equilibri di interi ecosistemi, alcuni dei quali hanno già superato, o stanno per superare, la loro soglia di sopravvivenza.

Le barriere coralline

Sono il sistema più fragile e più vicino al punto di rottura. Il Rapporto Speciale IPCC del 2018 stimava che a +1,5 °C scomparirebbe il 70-90% dei coralli di acqua calda; a +2 °C, oltre il 99%. Con il riscaldamento attuale a 1,37 °C, la finestra per salvarli è già strettissima: gli episodi di sbiancamento di massa, come quelli del 2023-2024 nella Grande Barriera Corallina, sono il segnale che la soglia è vicina.

La foresta amazzonica

L’Amazzonia produce da sola parte della pioggia che la mantiene in vita (i cosiddetti “fiumi volanti”). Se la foresta si degrada, il ciclo si rompe e la foresta può trasformarsi in savana, liberando miliardi di tonnellate di CO2. Lo studio di Flores e colleghi pubblicato su Nature nel 2024 stima che entro il 2050 dal 10% al 47% della foresta potrebbe essere esposto a stress combinati (siccità, incendi, deforestazione) capaci di innescare transizioni impreviste. La deforestazione abbassa la soglia critica: non serve aspettare 3-4 °C di riscaldamento globale se intanto l’uomo taglia la foresta.

Le grandi calotte di ghiaccio

La Groenlandia e l’Antartide occidentale contengono abbastanza ghiaccio da alzare il mare, rispettivamente, di circa 7 metri e 4 metri. La loro fusione completa richiederebbe secoli, ma il punto di innesco può arrivare prima di quanto si pensasse: uno studio del giugno 2025 pubblicato su Communications Earth & Environment ha stimato che l’Antartide occidentale potrebbe avviare un collasso irreversibile con un riscaldamento dell’oceano di appena 0-0,25 °C sopra i livelli attuali. In pratica: la soglia potrebbe essere già stata raggiunta, e una volta innescato il processo è praticamente impossibile fermarlo.

Il punto di non ritorno: cos’è davvero

Ora arriva la domanda che dà il titolo a questo articolo. Il “punto di non ritorno” (in inglese tipping point) è un concetto preciso: è la soglia oltre la quale un sistema cambia stato in modo rapido e irreversibile, come una sedia che si ribalta o una pallina che rotola oltre il bordo di una collina. Finché sei prima del bordo, puoi tornare indietro. Dopo, no.

Nel clima ci sono molti punti di non ritorno, ognuno con la sua soglia e la sua data. Ecco i principali, con le soglie stimate dalla letteratura scientifica:

Infografica: i punti di non ritorno del sistema climatico con soglie e tempi stimati

Infografica: i principali punti di non ritorno, con soglie di temperatura e tempi stimati. Fonti: Armstrong McKay et al. 2022, Global Tipping Points Report 2023, Ditlevsen & Ditlevsen 2023, van Westen et al. 2024, Flores et al. 2024.

Le date che contano

Riassumiamo le date emerse dalla ricerca scientifica, distinguendo tra ciò che è già accaduto, ciò che è previsto e ciò che è possibile:

  • 2024: primo anno solare con temperatura media sopra +1,5 °C (WMO).
  • 2023-2025: primo triennio con media sopra +1,5 °C (Copernicus).
  • ~2028: esaurimento del budget di carbonio compatibile con 1,5 °C (130 miliardi di tonnellate di CO2 da inizio 2025, al ritmo attuale di consumo).
  • ~2030: raggiungimento del riscaldamento medio di 1,5 °C se le emissioni continuano (IGCC 2025).
  • Entro il 2050: finestra di rischio per la foresta amazzonica (10-47% della foresta esposta a stress combinati).
  • 2057 (intervallo 2025-2095): stima centrale del collasso della corrente atlantica AMOC nello scenario business as usual (Ditlevsen & Ditlevsen 2023).
  • Già raggiunta o imminente: la soglia per il collasso dell’Antartide occidentale secondo lo studio del 2025, e la soglia delle barriere coralline.

Abbiamo già superato il punto di non ritorno?

La risposta onesta, quella che danno gli scienziati, è: dipende da quale sistema guardi. Non esiste un unico “punto di non ritorno” globale con una data sola, come un semaforo che scatta. Esistono molti orologi, ognuno con il suo quadrante.

Per alcuni sistemi, come le barriere coralline e forse l’Antartide occidentale, la soglia è stata superata o è a un passo: i danni che vediamo oggi (sbiancamenti, accelerazione della fusione) sono la prova che il processo è già in corso. Il Global Tipping Points Report 2023, firmato da oltre 200 scienziati, sostiene che con il riscaldamento attuale (allora circa 1,2 °C) cinque grandi sistemi potrebbero essere già in zona critica.

Per il sistema nel suo insieme, la “data” più citata resta il 2030: l’anno in cui, al ritmo attuale, il riscaldamento medio supererà stabilmente 1,5 °C. Prima di quella data c’è il 2028, quando si esaurirà il budget di carbonio: il “conto” di CO2 che possiamo ancora permetterci. E c’è già il 2024, l’anno in cui il mondo ha visto per la prima volta il termometro globale oltre la soglia simbolica.

Ma attenzione a un dettaglio che cambia tutto: superare 1,5 °C non è come scattare una foto oltre il bordo. È un processo: più tempo passiamo sopra la soglia, più sistemi si avviano verso il loro punto di non ritorno, e più alto diventa il rischio di cascate di eventi che si innescano a vicenda. Il rischio cresce in modo non lineare: il rapporto di Armstrong McKay pubblicato su Science nel 2022 calcola che diversi punti di non ritorno possono scattare già nella fascia 1,5-2 °C, e molti di più nella fascia 2-3 °C verso cui ci stiamo dirigendo con le politiche attuali.

Ecco quanto carbonio ci resta, in una sola immagine:

Infografica: il budget di carbonio rimanente per restare sotto 1,5 gradi

Infografica: il budget di carbonio per 1,5 °C e il ritmo di consumo attuale. Fonti: IGCC 2025, UNEP Emissions Gap Report 2025.

La scaletta dei prossimi 30 anni

Ecco, anno per anno, quello che le proiezioni scientifiche indicano per il periodo 2026-2056. Attenzione: non sono date scolpite nella pietra, sono tappe che dipendono dalle emissioni. Più si taglia, più le scadenze si allontanano.

  • 2026 (oggi): riscaldamento antropico a +1,37 °C, triennio 2023-2025 già sopra 1,5 °C, emissioni globali ancora in crescita dopo il record del 2024.
  • 2026-2027: alta probabilità (86% secondo la WMO) che almeno un anno del quinquennio 2025-2029 superi 1,5 °C, e 80% di probabilità che un anno batta il record del 2024.
  • ~2028: esaurimento del budget di carbonio per 1,5 °C al ritmo di emissioni attuale (130 miliardi di tonnellate di CO2).
  • 2029-2030: superamento medio di 1,5 °C se le emissioni continuano; anno chiave per gli impegni internazionali, che prevedono di tagliare le emissioni di quasi la metà entro il 2030 rispetto al 2019 per restare sotto la soglia.
  • 2030-2035: ondate di calore estreme e siccità in crescita nel Mediterraneo; pressione crescente sulle barriere coralline, che a 1,5 °C perdono il 70-90% della superficie.
  • ~2040: nello scenario con emissioni alte si viaggia verso i 2,4 °C di metà secolo; nello scenario intermedio, l’ultima finestra utile per restare sotto 2 °C.
  • 2041-2060 (media di metà secolo): 1,5 °C nello scenario virtuoso, 2,0 °C in quello intermedio, 2,4 °C in quello con emissioni alte (IPCC).
  • ~2050: livello del mare a +15-23 cm in tutti gli scenari; finestra di rischio per l’Amazzonia (10-47% della foresta esposta); scadenza “net zero” dei paesi più ambiziosi.
  • 2053-2056 (fine dei 30 anni): con le politiche attuali si punta dritto verso 2,8 °C entro il 2100 (UNEP). Le decisioni del decennio 2026-2035 decidono quale delle tre strade diventa realtà.

L’Italia e il Mediterraneo: un hotspot climatico

Non tutte le zone del pianeta si scaldano allo stesso modo. Il Mediterraneo è uno dei “punti caldi” del riscaldamento globale: si sta scaldando circa il 20% più in fretta della media del pianeta, e le proiezioni per l’Italia, elaborate dal CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) con i modelli ad alta risoluzione, indicano:

  • Temperature: aumento marcato in tutte le stagioni, con estati più lunghe e più calde e ondate di calore più frequenti, intense e durature.
  • Precipitazioni: riduzione delle piogge in estate e aumento degli eventi intensi in autunno: meno acqua disponibile, ma concentrata in episodi violenti.
  • Costa: innalzamento del mare che amplifica l’erosione e il rischio di mareggiate, come mostrano le mappe del CMCC sulle aree costiere adriatiche e tirreniche.
  • Salute: più notti tropicali e più giorni con temperature percepite oltre i 35 °C, con ricadute dirette sulla popolazione più fragile, come documentato dai bollettini di caldo delle città italiane.

Nei prossimi 30 anni, in concreto, cosa aspetta l’Italia? Le proiezioni del CMCC disegnano un Paese con estati sempre più lunghe e calde, ondate di calore che da eccezione diventano routine, notti tropicali anche in pianura padana, meno pioggia estiva ma temporali più violenti in autunno, incendi più estesi, ghiacciai alpini in forte regresso e coste sotto pressione per l’innalzamento del mare. L’agricoltura dovrà convivere con meno acqua e nuove varietà, le città dovranno diventare più verdi, più ombreggiate e meno impermeabili, e i sistemi sanitari dovranno gestire estati da bollino rosso sempre più lunghe. Non è uno scenario da film catastrofico, è la fotografia di un adattamento inevitabile: partire prima costa meno caro, in termini di euro e di vite.

Per chi vive a Napoli e in Campania, il cambiamento non è una diapositiva da convegno: è l’estate che diventa più lunga, l’afa che non molla la sera, il mare che si scalda, le ondate di calore con picchi oltre i 40 gradi che richiedono bollettini e precauzioni, e un sistema elettrico messo alla prova dai consumi record. Il clima che cambia si tocca con mano, e a breve lo si toccherà anche nel portafoglio.

Il cronoprogramma dell’Italia 2026-2056

La scaletta globale vale per il pianeta, ma l’Italia ha il suo calendario, con tappe leggermente anticipate rispetto alla media mondiale perché il Mediterraneo si scalda più in fretta. Ecco cosa indicano le proiezioni del CMCC e dell’IPCC per il nostro Paese, anno per anno:

  • 2026 (oggi): riscaldamento globale a +1,37 °C; in Italia estati più calde, allerta caldo sempre più frequenti nelle città.
  • 2026-2027: ondate di calore più intense e durature; siccità ricorrenti al Sud e nelle Isole; incendi più estesi.
  • ~2028: esaurimento del budget di carbonio globale per 1,5 °C: l’Italia ne subisce gli effetti già con un clima mediterraneo più caldo di circa 1 °C rispetto al periodo 1981-2010.
  • 2029-2030: superamento medio globale di 1,5 °C; in Italia aumentano notti tropicali e giorni con temperatura percepita oltre i 35 °C.
  • 2030-2035: estati italiane più calde di circa 1,5-2 °C rispetto al periodo 1981-2010; meno neve in montagna, stagione degli incendi più lunga.
  • 2035-2040: ghiacciai alpini in forte regresso; temporali violenti e alluvioni lampo più frequenti in autunno, con città ancora poco preparate.
  • 2040-2045: verso +2 °C in Italia rispetto all’era preindustriale; livello del mare globale in aumento di circa 10-15 cm rispetto a oggi, mareggiate più dannose sulle coste.
  • 2045-2050: +15-23 cm di livello del mare in tutti gli scenari; erosione costiera e rischio allagamenti in aumento nelle aree pianeggianti costiere.
  • 2050-2056: le estati che oggi consideriamo record diventano la norma; l’adattamento di città, agricoltura e salute deciderà quanto caro pagheremo il clima.
Infografica: cronoprogramma del clima in Italia dal 2026 al 2056

Infografica: il cronoprogramma dell’Italia 2026-2056. Fonti: CMCC, IPCC AR6, WMO 2024.

Quanto tempo ci resta e cosa possiamo fare

Ecco la parte che merita più attenzione, perché è la più fraintesa. Dire “abbiamo superato il punto di non ritorno” e concludere che non serve fare nulla è scientificamente sbagliato. I punti di non ritorno non sono un interruttore unico: sono una scala di rischi che cresce con ogni decimo di grado. Ogni tonnellata di CO2 evitata oggi riduce il picco di riscaldamento di domani, e quindi il numero di sistemi che supereranno la loro soglia.

Gli scienziati sono chiari su questo: la finestra per evitare il peggio è ancora aperta, ma si sta chiudendo in fretta. Il budget di carbonio per 1,5 °C si esaurisce intorno al 2028; quello per 2 °C, al ritmo attuale, intorno al 2050. Non abbiamo bisogno di “salvare il pianeta” in astratto: secondo l’IPCC, per stare sulla traiettoria da 1,5 °C servono tagli di quasi la metà delle emissioni globali entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019 (43% per i gas serra, 48% per la sola CO2). È una salita ripida, ma non impossibile: le rinnovabili crescono a velocità mai viste, le auto elettriche sono ormai mainstream, e i costi del solare sono crollati di circa il 90% dal 2010 secondo IRENA.

E c’è un secondo lato della medaglia che spesso si dimentica: il punto di non ritorno positivo. Il Global Tipping Points Report 2023 ricorda che anche le società umane hanno i loro tipping point: quando una tecnologia diventa abbastanza economica e diffusa, la transizione accelera da sola, come è successo per i pannelli solari. Far scattare quei punti di svolta è l’obiettivo concreto della politica climatica.

Nel frattempo, la parte che riguarda tutti noi è l’adattamento: rendere le città più verdi e permeabili, proteggere le coste, preparare i sistemi sanitari alle ondate di calore, ripensare l’agricoltura alle nuove condizioni. Non per rassegnazione: per ridurre i danni di un clima che, anche nello scenario migliore, sarà più caldo di quello in cui siamo cresciuti.

La data del punto di non ritorno, in fondo, non è scritta nella pietra. Si scrive con le emissioni dei prossimi anni. E quella data, a differenza di tutte le altre, possiamo ancora cambiarla noi.

Domande frequenti

Abbiamo già superato il punto di non ritorno?

Non esiste un unico punto di non ritorno globale: ne esistono molti, uno per ogni sistema climatico. Per alcuni (barriere coralline, forse Antartide occidentale) la soglia è già stata superata o è imminente. Per il sistema nel suo insieme, la data più citata è il raggiungimento stabile di 1,5 °C intorno al 2030, con il budget di carbonio che si esaurisce intorno al 2028. Superata la soglia, il rischio di danni irreversibili cresce, ma ogni decimo di grado evitato riduce i danni: non è mai “troppo tardi per fare qualcosa”.

Quando supereremo 1,5 °C di riscaldamento?

Secondo gli indicatori aggiornati a inizio 2026 (IGCC 2025), il riscaldamento medio raggiungerà 1,5 °C intorno al 2030 se le emissioni continuano ai ritmi attuali. Il 2024 è già stato il primo anno solare sopra quella soglia (+1,55 °C), e il triennio 2023-2025 è il primo con media triennale sopra 1,5 °C. L’Accordo di Parigi si riferisce però a una media di 20 anni: quel superamento “ufficiale” è previsto intorno al 2030.

Di quanto salirà il livello del mare entro il 2050?

Le proiezioni IPCC indicano un aumento di 15-23 centimetri entro il 2050, simile in tutti gli scenari di emissione perché il mare risponde con decenni di ritardo al riscaldamento già avvenuto. Entro il 2100 la forchetta si allarga: 28-55 cm nello scenario virtuoso, 63-101 cm in quello con emissioni alte. Nel lunghissimo periodo (2000 anni) con 1,5 °C il mare salirebbe di 2-3 metri.

Il clima in Italia come cambierà nei prossimi 30 anni?

Il Mediterraneo si scalda circa il 20% più in fretta della media globale. Per l’Italia le proiezioni del CMCC indicano estati più lunghe e calde, più ondate di calore, meno pioggia estiva ma temporali più violenti in autunno, più incendi e maggiore pressione sulle coste per l’innalzamento del mare. Le città dovranno adattarsi: più verde, più ombra, reti elettriche e idriche più resistenti.

Quanto CO2 possiamo ancora emettere?

Il budget di carbonio per avere una probabilità del 50% di restare sotto 1,5 °C è di circa 130 miliardi di tonnellate di CO2 da inizio 2025: al ritmo attuale (circa 40 miliardi di tonnellate l’anno solo di CO2) si esaurisce intorno al 2028. Le emissioni totali di gas serra nel 2024 sono state 57,7 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, un nuovo record.

La corrente del Golfo può davvero fermarsi?

La corrente atlantica AMOC, di cui la Corrente del Golfo fa parte, si è già indebolita e secondo l’IPCC continuerà a indebolirsi in questo secolo. Sul collasso completo la comunità scientifica è divisa: l’IPCC lo considera improbabile prima del 2100, ma studi recenti (Ditlevsen & Ditlevsen 2023, van Westen et al. 2024) suggeriscono che il rischio sia sottostimato, con una stima centrale di collasso intorno al 2057 nello scenario business as usual. Un collasso sconvolgerebbe il clima dell’Europa e dell’Atlantico.

Le previsioni sul clima sono affidabili?

Sì, per quello che sono: scenari, non profezie. Le proiezioni di temperatura a medio termine (2021-2040) sono considerate ad alta confidenza dall’IPCC, perché dipendono da gas serra già emessi e da leggi fisiche ben note. L’incertezza cresce con l’orizzonte temporale e dipende dalle scelte di emissione: è l’incertezza sul comportamento umano, non sui modelli fisici. I modelli hanno previsto correttamente il riscaldamento osservato negli ultimi decenni.

Cosa posso fare io, nel concreto?

Le azioni individuali (efficienza energetica, meno sprechi, mobilità sostenibile, alimentazione a minore impatto) contano, ma da sole non bastano: il grosso della riduzione deve venire da scelte collettive, leggi e investimenti. Il contributo più efficace del singolo cittadino è duplice: ridurre la propria impronta dove può e usare il proprio peso di cittadino (voto, consumi, voce) per spingere le decisioni collettive nella direzione giusta. E prepararsi: conoscere i rischi della propria zona, dal caldo alle alluvioni, è la prima forma di adattamento.

Fonti

Le informazioni di questo articolo sono basate sulle seguenti fonti scientifiche e istituzionali, tutte pubbliche e verificabili:

  1. IPCC, Sixth Assessment Report (AR6), Working Group I: Climate Change 2021: The Physical Science Basis. Cambridge University Press, 2021.
  2. IPCC, Sixth Assessment Report (AR6), Working Group II: Impacts, Adaptation and Vulnerability. Cambridge University Press, 2022.
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  9. United Nations Environment Programme (UNEP), Emissions Gap Report 2025: Off Target. Nairobi, 2025.
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  17. IRENA, Renewable Power Generation Costs (LCOE solare fotovoltaico, -90% dal 2010).
  18. NASA / NOAA, osservazioni satellitari del livello del mare (altimetria, 1993-2025).

Articolo verificato e aggiornato ad agosto 2026. Le proiezioni citate rappresentano lo stato dell’arte della letteratura scientifica alla data di pubblicazione. Fatti chiave verificati su fonti primarie il 5 agosto 2026.


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