Io, Nessuno e Polifemo, Emma Dante porta la sua Intervista Impossibile al Teatro Bellini di Napoli [Recensione spettacolo]

Feb 2015

Io Nessuno e Polifemo al Teatro Bellini di Napoli

A tu per tu con la mitologia classica nell’intervista impossibile che la regista siciliana Emma Dante propone al gigante monòcolo Polifemo

“C’è Nessuno?”
“N’ata vota?”

L’intervista impossibile di Emma Dante al mitologico personaggio di Polifemo inizia con queste due semplici battute, che già fanno presagire come proseguirà il resto dello spettacolo. Tra doppi sensi e giochi di parole arguti, tra citazioni ed autocitazioni teatrali ironiche e spiazzanti, con una Emma Dante nei panni di sé stessa che, in modo originale ed inedito, sceglie qui di reinventare il proprio linguaggio stilistico, improntandolo sulla parola e sul verbo piuttosto che sulla fisicità espressiva dei corpi in scena a cui la regista e drammaturga siciliana ci ha comunemente abituati.

Emma Dante, nel ruolo dell’intervistatrice, ha il compito di conoscere e far conoscere al pubblico il “vero” Polifemo (Salvatore D’Onofrio), facendosi raccontare l’incontro con il suo leggendario nemico, Ulisse, per scardinare, sorprendentemente, alcuni luoghi comuni legati alla sua figura.

Emma Dante nel suo spettacolo Io Nessuno e Polifemo

Tremante, io incontro Polifemo e pian piano lo conquisto, lui si lascia andare, si mostra ironico, loquace, racconta l’arrivo del nemico dal suo punto di vista e mi spiazza.

Inizialmente chiuso in sé stesso come una roccia, non allettato dall’idea di aprirsi ad una che nella vita “fa spettacoli”, il gigante monòcolo riesce man mano a raccontarsi ed a sciogliere ogni ritrosia.

Si scoprirà, ad esempio, che Polifemo non parla dialetto siciliano ma napoletano. Perché è soltanto la storia che lo vuole rintanato in una profonda caverna al largo di Aci Trezza ma in realtà, come egli stesso racconta, è originario dei Campi Flegrei, dove ha imparato persino a cucinare. Insomma nel fitto scambio di battute e di schermaglie verbali che avviene sul proscenio, si apprende che il “povero gigante da un occhio solo” preso di mira dalla storia e dalla mitologia classica, è in realtà un essere buono (“Signò, io song sempre stato un essere pacifico, monòcolo, sì, ma armonioso, e le pecore, i montoni, i capretti non s’hanno mai appauràto ’i me”), provocato dalla furbizia e dalla scaltrezza di Ulisse, il “Nessuno” che gli ha rovinato l’esistenza.

Una scena dello spettacolo Io Nessuno e Polifemo al Teatro Bellini di Napoli

E nell’intervista a Polifemo c’è spazio anche per lui, Ulisse (Carmine Maringola), che preferisce essere chiamato Odisseo. Uno showman esibizionista, arrogante e pieno di sé che si ritiene un vincitore della storia che lo ha celebrato ed osannato attraverso i versi di Omero, Euripide, Dante Alighieri, James Joyce e Foscolo. Anche lui parla napoletano perché “il re del truffatore e dell’inganno non potrebbe parlare altra lingua”.

A fare da sfondo al dialogo tra Emma Dante, Polifemo ed Ulisse, il racconto omerico “narrato” attraverso il linguaggio dei corpi di tre danzatrici che a loro volta muovono tre burattini in legno. Un trio danzante, moderna translitterazione del coro “classico”.
Lo sbarco di Ulisse sull’isola del Ciclope, ma anche la triste storia di Penelope che tesse la tela in attesa del suo amato, sono magistralmente espressi attraverso il teatro-danza, un codice linguistico più “fisico” che ricorda molto più il tipico tocco stilistico della scrittura scenica di Emma Dante. Brani musicali dalle sfumature rock e dark, composti ad hoc per i diversi momenti dello spettacolo, sono eseguiti live da una cantante (la palermitana Serena Ganci) che si esibisce dall’alto della sua consolle da dj.

Io, Nessuno e Polifemo, rappresenta un mescolarsi continuo di linguaggi artistici, teatro, metateatro, danza, musica, poesia in versi, storia e leggenda, ma anche un insolito modo di approcciare al teatro di una delle autrici e registe più innovative e rivoluzionarie del panorama attuale. Con quel tocco di ironia sagace che rende lo spettacolo allo stesso tempo leggero ed arguto, in un incontro con l’arcaicità del mito che trasmette, in ogni caso, suggestione ed un’indiscussa venerazione.


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