Lo Spopolatore di Peter Brook: uno spazio vuoto che non si fa “scena” [Recensione]

Giu 2013

Teatro Sannazaro, ultima data dello spettacolo Lo Spopolatore per il Napoli Teatro Festival, regia di Peter Brook, indiscusso maestro della scena teatrale internazionale, dal testo originale del drammaturgo irlandese Samuel Beckett.

Tanta era l’attesa di assistere all’ultima piéce del regista inglese, alimentata anche dall’atmosfera di entusiasmo che avvolge da mesi la sesta edizione della kermesse partenopea che presenta i suoi protagonisti come delle vere e proprie star che hanno scelto Napoli per presentare in prima mondiale o in prima nazionale le loro ultime opere.

Ed è questo il caso di Brook, scelto da Luca De Fusco, direttore artistico del festival, per svolgere una “residenza creativa” all’ombra del Vesuvio. Un mese di prove con gli attori per costruire lo spirito della scena e trovare la giusta chiave d’interpretazione del testo.

Lo Spopolatore Peter Brook Napoli

Un testo sicuramente “ostico”, angosciante, cupo, di difficile comprensione ad una prima lettura, simbolico e materiale allo stesso tempo, ricco di dettagli visivi, descritti con precisione e perfezione da Beckett nel suo Spopolatore. Si può affermare che il protagonista del testo d’origine sia lo spazio, ed il suo rapporto con i corpi che lo abitano.

Un cilindro di 50 metri di conferenza e 16 metri di altezza, le cui pareti sono rivestite di gomma dura, è popolato da duecento “esseri” di ogni genere ed età che non fanno altro che utilizzare tre scale per salire e scendere continuamente ed entrare ed uscire da alcune nicchie. Angoscia, esistenzialismo allo stato puro, metafore della condizione umana alla continua ricerca di un senso della propria vita e di una via d’uscita. Il cilindro è una prigione, gli “esseri” siamo noi, tutto è descritto da una voce fuori campo che osserva e “tratta” la situazione come un fenomeno scientifico.

Il testo teatrale è ricco di potenzialità espressive, si potrebbe spaziare all’infinito, utilizzare i mezzi scenici e visivi per trasmettere il senso profondo di quelle, talvolta incomprensibili, parole fredde e distaccate della partitura verbale.

Invece quando inizia lo spettacolo di Brook in scena ci sono soltanto uno sgabello vuoto e tre scale, sale sul palco l’attrice Miriam Goldschmidt ed in mano ha un copione. Per tutto il tempo, un’ora circa, non fa altro che leggere il testo di Beckett, attraversando di tanto in tanto il palcoscenico, salendo e scendendo qualche piolo delle scale in legno, sedendosi sullo sgabello o sul boccascena. Un’interpretazione sicuramente espressiva delle parole ma il cui senso, purtroppo, non arriva allo spettatore.

“Se mostri troppo, non vedi niente” è da sempre il “credo” di Peter Brook, principale assertore della “scena vuota”, liberata da orpelli scenografici che ingombrano la vista e che celano la verità del dramma. I suoi testi scenici solitamente contengono pochi, semplicissimi oggetti che “evocano” il senso e l’atmosfera di una situazione o di uno stato d’animo e che guidano l’immaginazione del pubblico verso la dimensione teatrale. Ma in questo caso la scena è diventata davvero troppo “minimal” e ridotta all’essenziale che non arriva all’occhio dello spettatore che, al contrario, si perde e finisce col guardare altrove.

Per quanto possa essere vero che a teatro nulla deve somigliare troppo alla realtà che c’è di fuori, è anche vero che la lettura di un testo in mancanza di elementi visivi “di appoggio” si rivela inconsistente, e si ripiega su se stessa.

Il “testo” inteso come “senso” resta impigliato nelle parole dell’attrice che non si fanno “scena” . Il pubblico ascolta distratto una lingua che non è la propria (il francese) leggendo i sovratitoli, e spera che prima o poi qualcosa sul palco venga rivelato, che quello spazio descritto con cura da Beckett prima o poi venga fuori, sottoforma di luce, di proiezione visiva, di rumore, di corpi, di forme, di colore, di movimenti e gesti significativi e suggestivi oltre che allusivi. E di emozioni, ovviamente.

Nel cilindro di Beckett ci finiamo noi, oppressi dal desiderio di salire quelle scale e di scoprire che su un palcoscenico parallelo ci sia davvero uno spazio scenico in cui ha luogo il “dramma” ed in cui si attua la magia teatrale…

 


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